Quelle vecchie glorie del Pronto Soccorso...

Ieri sera, in pizzeria a Merate, si sono ritrovate alcune delle «vecchie glorie» del vecchio Pronto Soccorso.
Una cena tra persone che hanno condiviso anni di lavoro, notti, corse, sirene, fatica. E anche risate. Perché in Pronto Soccorso, qualche volta, ridere serviva anche a non portarsi tutto a casa. Sembrava una delle tante cene di reparto che facevamo all'avvicinarsi delle festività.
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Il gruppo dei medici di PS. In piedi da sinistra Gianfranco Bellingeri, Giovanni Molinari, Carla Magni, Massimo Biffi. Seduti da sinistra Danilo Giardini, Pino Bollini, Giuseppe Losa


Per me è stato qualcosa di più. Guardandoli, per un momento la pizzeria è diventata il vecchio Pronto Soccorso. Li ho rivisti muoversi tra le barelle. Senza fare troppo rumore, ma sapendo cosa c’era da fare. Una mano sul polso, un termometro, una terapia preparata, una parola al malato, un’occhiata al monitor. Gesti ripetuti migliaia di volte. Quella squadra aveva i suoi limiti, i suoi errori, le sue giornate storte. Come tutti. Ma sapeva una cosa importante: davanti non c’era un «caso». C’era una persona malata.
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L’infermiere di Pronto Soccorso era spesso il primo volto che il malato incontrava. E quel primo incontro contava. Con loro ho condiviso la fatica, gli errori, le notti interminabili e le emergenze che arrivavano tutte insieme. E soprattutto una cosa difficile da spiegare a chi non l’ha vissuta: la fiducia.
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A volte bastava un «Dottore, aspetti un attimo» per fermarmi un secondo e ricordarmi che, oltre all’urgenza clinica, c’era una persona. Non servivano molte parole. Aprivi la mano e trovavi già la siringa giusta, il farmaco preparato, qualcuno che aveva capito cosa stavi per fare. Se non erano d’accordo, te lo dicevano. Senza drammi. Poi si andava avanti. E a fine turno poteva arrivare anche un «te l’avevo detto». Meritato o no, faceva parte del mestiere.
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C’era poi tutto il lavoro che si vede poco: trasportare, pulire, medicare, preparare, riordinare, correre da una stanza all’altra mentre arrivava già un’altra ambulanza. Un lavoro concreto, spesso pesante, che doveva essere fatto e basta. In squadra non si lavora soltanto uno accanto all’altro. Ci si deve fidare l’uno dell’altro. Medico e infermiere hanno ruoli diversi, ma nel momento dell’urgenza la responsabilità è comune. Se uno non regge, prima o poi ne risentono tutti.
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Rivedendoli ieri sera ho pensato soprattutto a questo. Non credo che allora fosse tutto migliore. Non lo era. Avevamo meno mezzi, meno tecnologia e probabilmente anche qualche ingenuità in più. Ma avevamo imparato a lavorare insieme. E, almeno per me, quella squadra è stata una parte importante della mia vita. Guardandoli oggi, mi sono ricordato una cosa semplice: da solo, in quel Pronto Soccorso, forse non avrei retto neanche un giorno.
Vi voglio bene.
Pino Bollini
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