L’Ortogeriatria, un’eccellenza del Mandic, compie un anno. Degenze più brevi, controlli mirati e continuità assistenziale

È passato un anno da quando all'Ospedale San Leopoldo Mandic di Merate ha preso il via il servizio di Ortogeriatria, e i primi dati raccolti dal reparto sono incoraggianti: più pazienti curati, degenze più brevi e, da quando il servizio è stato avviato, nessun trasferimento in altri reparti per complicanze insorte dopo l'intervento. Il progetto, partito il 15 settembre 2025 dalla collaborazione tra l'Ortopedia diretta dal Dott. Pierluigi Colombo e la Struttura complessa di Medicina Generale guidata dal Dott. Paolo Dionigi Rossi, è dedicato agli anziani ricoverati per una frattura del femore e prevede che accanto all'ortopedico, che si occupa dell'intervento, lavori ogni giorno in reparto un geriatra, incaricato di seguire il paziente in tutti gli aspetti della cura che non sono strettamente chirurgici.
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Il dottor Pierluigi Colombo e il dottor Paolo Rossi con l'équipe del servizio di ortogeriatria

Per capire la portata del progetto bisogna partire dal problema che affronta. La frattura prossimale del femore è molto frequente tra gli anziani e rappresenta uno dei principali problemi sanitari, sia per le conseguenze sulla salute sia per il bisogno di assistenza che ne deriva. Le stime più recenti parlano di 100-110 mila casi all'anno in Italia tra gli over 65. Secondo il Programma Nazionale Esiti 2025 di Agenas, la mortalità a trenta giorni dal ricovero si aggira intorno al 5-7%, mentre numerosi studi italiani ed europei indicano che a un anno dalla frattura sale a valori compresi tra il 20 e il 30%. In più del 30% dei casi la frattura porta inoltre a una disabilità permanente, e il rischio di dover essere ricoverati in una Rsa è elevato e cresce in modo esponenziale con l'età.
Diversi studi hanno dimostrato l'efficacia di un approccio multidisciplinare come quello dell'Ortogeriatria, in cui ortopedico, anestesista, geriatra e fisiatra collaborano in tutte le fasi del ricovero, dalla preparazione all'intervento al periodo successivo all'operazione, fino alla definizione della dimissione. All'interno di questa squadra il geriatra ha un ruolo preciso. Innanzitutto ricostruisce con attenzione la storia clinica del paziente, tenendo conto non solo delle numerose malattie di cui spesso soffrono gli anziani, ma anche del contesto sociale, dello stato cognitivo e del livello di autonomia precedente al ricovero, secondo quella che viene definita valutazione multidimensionale. Durante la degenza gestisce poi i problemi internistici che si presentano, ottimizza la terapia, affronta le eventuali complicanze dopo l'intervento e, insieme al fisiatra, individua il percorso più adatto per il recupero dopo la dimissione. Dal momento che i pazienti anziani sono spesso polipatologici, ovvero hanno tante patologie croniche concomitanti, e assumono numerosi farmaci, il geriatra si affianca all'ortopedico nella gestione di tutti gli aspetti non strettamente chirurgici e ciò si traduce in un miglioramento della capacità di cura e quindi degli esiti a breve e a lungo termine", spiegano i medici.
I compiti del servizio seguono passo dopo passo il percorso del paziente: la valutazione prima dell'operazione, la scelta dei tempi dell'intervento, che deve avvenire entro 48 ore, la gestione del periodo post-operatorio, la prevenzione del delirium e il suo trattamento precoce, l'avvio della riabilitazione il prima possibile e la prevenzione di nuove fratture. Quanto alla diffusione di questo modello, tra gli ospedali della zona, strutture di questo tipo sono presenti all'IRCCS San Gerardo di Monza, all'ospedale San Paolo di Milano, all'Asst Nord Milano e all'Asst Gaetano Pini-Cto, anche se in altri centri può esistere una collaborazione tra geriatra e ortopedico che non è però organizzata in modo strutturato come Ortogeriatria.
A Merate si è scelto un modello di gestione condivisa tra ortopedico e geriatra, in cui quest'ultimo è fisicamente presente nel reparto di Ortopedia e ogni mattina effettua il giro visite sui pazienti, mentre l'ortopedico visita a sua volta i ricoverati per gli aspetti di propria competenza. Le due figure si confrontano di continuo, sia prima sia dopo l'intervento, in un'ottica di stretta collaborazione. Il servizio è gestito a rotazione da quattro geriatre della struttura complessa di Medicina Generale ed è dedicato ai pazienti sopra i 75 anni, la fascia d'età in cui queste fratture sono più frequenti.
Uno degli aspetti su cui il servizio punta di più è la rapidità dell'intervento. La letteratura scientifica mostra infatti un legame tra la precocità dell'operazione e la riduzione sia della mortalità sia del rischio di complicanze maggiori, come embolia polmonare, eventi cardiaci, sepsi, insufficienza renale e insufficienza respiratoria. "È perciò del tutto evidente che sia necessario ogni sforzo per raggiungere questo obiettivo", sottolineano i medici. In questa direzione l'Asst di Lecco ha compiuto un notevole impegno organizzativo, e a Merate, da febbraio 2026, la percentuale di fratture di femore operate entro 48 ore è rimasta costantemente sopra l'80%. Considerando l'intero primo anno del servizio, l'intervento è stato eseguito entro due giorni nel 92,4% dei casi.
Nei primi dodici mesi il reparto ha ricoverato 185 pazienti con frattura da fragilità, con un'età media molto elevata, pari a 86 anni, e un'età compresa tra i 73 e i 101 anni. Le donne sono state 143, il 77% del totale, con un'età media di 86 anni, mentre gli uomini sono stati 42, il 23%, con un'età media di 86,6 anni. In 97 casi, il 52,4%, si è trattato di una frattura pertrocanterica, in 82 casi, il 44,3%, di una frattura del collo del femore e in 6 casi, il 3,2%, di una frattura sottotrocanterica. Solo quattro dei 185 ricoverati non sono stati operati, perché le loro gravi condizioni cliniche rendevano il rischio operatorio troppo alto. Sugli altri 181 pazienti sono state posizionate 70 endoprotesi, pari al 38,7% dei casi, sono state eseguite 108 riduzioni e sintesi, il 59,6%, e 3 osteosintesi con placca e viti, l'1,6%.

I benefici del nuovo modello, secondo i medici, sono evidenti prima di tutto per chi lavora in reparto. "Di fatto ora ogni professionista fa il suo mestiere, l'ortopedico fa l'ortopedico e il geriatra fa il geriatra, e questo si traduce in una soddisfazione sia dei medici che degli infermieri", spiegano alcuni membri dello staff. Ma i primi risultati si vedono anche sui pazienti. Il reparto ha messo a confronto i primi otto mesi di attività dell'Ortogeriatria, dal 15 settembre 2025 al 15 maggio 2026, con gli otto mesi precedenti. Nel periodo più recente i pazienti trattati per frattura da fragilità sono stati 130, contro i 108 del periodo precedente, e la durata media della degenza è scesa da 16,8 a 13,1 giorni. C'è poi il dato sui trasferimenti: da quando è stata aperta l'Ortogeriatria nessun paziente ha avuto bisogno di essere trasferito in un altro reparto dopo l'intervento a causa di complicanze, mentre negli otto mesi precedenti era successo a sei pazienti, il 5,6%. "Evidentemente le complicanze perioperatorie non sono scomparse, ma la presenza costante di una geriatra consente di gestirle in tempo reale", precisano i medici.
Quanto alle difficoltà gestite dopo l'operazione, la più frequente è stata l'anemia con necessità di trasfusione di sangue, che ha interessato 96 pazienti, il 52% del totale: la testa del femore è infatti molto vascolarizzata, motivo per cui si verifica spesso una complicazione di questo tipo. Al secondo posto c'è il delirium, uno stato confusionale acuto, che si è presentato in 55 pazienti, il 29,7%. Anche in questo caso le cause sono ben note, perché l'età avanzata, il ricovero in ospedale, il dolore e il rapido aumento degli indici infiammatori dovuto sia alla frattura sia all'intervento concorrono tutti ad alzare il rischio. "L'importante è farsi trovare pronti ad attuare tutte le strategie possibili per ridurne l'evenienza e, nel caso in cui si verifichi, ridurne la durata e l'entità". Tra le altre complicanze si contano 27 casi di ritenzione acuta di urine, pari al 14,6%, 25 infezioni delle vie urinarie, il 13,5%, e 8 casi di scompenso cardiaco, il 4,3%.
Terminato il ricovero, la maggior parte dei pazienti, 92, pari al 49,7%, ha iniziato un percorso di riabilitazione in un centro di Cure Intermedie, mentre 45, il 24,3%, hanno proseguito a casa, attraverso l'Assistenza domiciliare integrata, la riabilitazione già avviata in reparto. Per 7 pazienti, il 3,8%, è stata scelta la riabilitazione specialistica ad alta intensità, mentre 18, il 9,7%, sono stati indirizzati in una Rsa perché non c'erano più le condizioni per il rientro a casa. I dati registrano anche tre decessi, l'1,6%, e uno di questi pazienti non era stato operato proprio a causa del rischio operatorio troppo elevato.
Resta ora da misurare l'aspetto che per i medici conta di più. "Il dato che ci interessa maggiormente è l'impatto che la nostra attività potrà avere sulla mortalità a breve e a lungo termine; è ancora troppo presto per avere dei dati attendibili, ma i primi risultati sono molto promettenti", spiegano Paolo Rossi e Pierluigi Colombo. L'obiettivo è proseguire l'esperienza, con margini di miglioramento che l'équipe considera ampi: sull'Ortogeriatria esistono molta letteratura scientifica e linee guida consolidate, ma, come in ogni ambito, le conoscenze scientifiche devono essere unite all'esperienza professionale sul campo e adattate a ogni singola realtà locale. "Sicuramente continueremo a raccogliere i dati della nostra attività, è fondamentale per monitorare nel tempo i risultati e definire gli obiettivi su cui lavorare nell'ottica di migliorarsi sempre di più".
M.Pen.
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