Calusco, convegno sul ponte. Bricchetti: affiancarne uno al San Michele è da pazzi. Miranda: può essere ristrutturato
Il convegno pubblico organizzato dalla Rete ‘Occhio al Ponte’ a Calusco d’Adda giovedì 2 luglio si è posto con un taglio divulgativo, ma sotto traccia ha risposto al quesito: un’alternativa è possibile? Naturalmente si sta parlando dell’alternativa al ponte a scavalco del fiume Adda che attualmente Regione Lombardia e Rfi intendono realizzare a pochi passi dal ponte San Michele, viadotto inaugurato nel 1889 e da sempre considerato una gemma dell’archeologia industriale italiana, nonché un’infrastruttura con il potenziale per entrare a far parte del patrimonio dell’UNESCO.

A chiarire il perché anche il solo pensiero di affiancare un altro ponte dovrebbe fare accapponare la pelle è stato il professor Edo Bricchetti, architetto e umanista. “Sareste pazzi” non ha esitato a dire, elencando alcuni punti di convenzioni internazionali sottoscritte dall'Italia sulla tutela del paesaggio che richiamano proprio contesti come quello della Valle dell'Adda. Ad affrontare il secondo importante tema in gioco – la viabilità – è stata invece l’ingegnera civile Chiara Taiariol, esperta di traffico e studi viabilistici della società META di Monza. “Prima della realizzazione del nuovo ponte, tutte le connessioni viabilistiche vanno completate” ha sentenziato illustrando le stime sull’aumento del passaggio dei mezzi: uno scenario che, se applicato alle attuali strade di Paderno – in primis via Festini – renderebbe il paese un inferno per chiunque, abitanti e viaggiatori in transito.

Questi interventi, indiscutibilmente oggettivi, porterebbero a dire ‘no’ a un ponte vicino al San Michele, ma non rispondono alla domanda: e allora dove posizionarlo? Al convegno la figura più indicata a fare luce su questo punto è stato l’ingegner Mario De Miranda, professionista di fama internazionale che ha progettato viadotti nei luoghi più disparati del globo a vari livelli di difficoltà geomorfologica, nonché figlio dell’ingegner Fabrizio De Miranda, che nel 1980 vinse il concorso nazionale indetto da Regione Lombardia per la progettazione di un ponte in affiancamento del San Michele, denominato "Adda 80".


Nel corso del suo intervento l’ingegner De Miranda non ha detto esplicitamente dove sarebbe meglio collocare il viadotto, ma ha chiarito degli aspetti fondamentali, in primis sul futuro del San Michele. L’ingegnere ha presentato la storia di alcuni ponti europei coetanei del San Michele e ristrutturati recentemente: un ponte della Repubblica Ceca del 1895, ricostruito nel 1968 e rinnovato nel 2007, tuttora in servizio per il traffico stradale; un ponte ferroviario del 1899 riadeguato nel 1985 e riverniciato nel 2009, tuttora in servizio; e il Firth of Forth del 1890, lungo 2,5 km e recuperato tra il 2002 e il 2011.

“Oggi è operativo con doppio binario ferroviario. Ci passano sopra 200 treni al giorno per un totale di 3 milioni di passeggeri all’anno” ha detto De Miranda, ricordando invece che, dopo che nel 1980 suo padre vinse il concorso indetto perché il San Michele si apprestava a compiere un secolo e si riteneva andasse dismesso, l’iter si concluse in un nulla di fatto. Quando però nel 2018 il crollo del ponte Morandi ha riacceso l’attenzione sulla ‘salute’ del San Michele è stata assegnata una manutenzione straordinaria che ha allungato la prospettiva di vita del ponte di soli 10 anni. “Un po' diverso da quello che avete visto negli esempi precedenti” ha commentato De Miranda.

In merito alla realizzazione di un nuovo ponte, l’ingegnere ha fatto chiarezza dal punto di vista tecnico spiegando che nei punti con i versanti molto verticali si ritiene ci sia maggiore rischio frana, mentre dove la valle è più piana si attende un minore rischio. “Viceversa sono stati fatti degli studi geologici che hanno prospettato un certo rischio di frana nella zona a sud del Ponte San Michele”. De Miranda ha mostrato che la valle è costituta sostanzialmente da conglomerato di ceppo che poggia a elevata profondità su uno strato di argille di conche con andamento orizzontale. “Questi studi, che hanno prefigurato un perimetro così definito della frana, secondo me potrebbero essere un migliorati, perché indicano degli indizi che portano a pensare che possano esserci delle frane in certe zone, ma non indicano con grandissima chiarezza quel perimetro come quello al cui interno sto male e al cui esterno sto bene”.

Una dichiarazione importante che non è passata inosservata ai tanti ascoltatori. Quando infatti l’ex sindaca di Solza, Carla Rocca, ha presentato un’idea alternativa di collocamento del secondo ponte, che prevede il mantenimento del San Michele per il passaggio dei treni e la realizzazione di una strada che raggiunga il nuovo viadotto senza attraversare centri abitati di Paderno e Verderio, ma vede il nuovo ponte collocato nell’area appena menzionata, un attento spettatore ha esplicitamente chiesto a De Miranda di esprimersi, chiedendo cosa sarebbe accaduto se fosse stato realizzato il ponte progettato nel 1980. “Rfi ha detto esplicitamente che non intende costruire lì. Cosa sarebbe successo ai tempi?”


Un altro intervento del pubblico ha spostato il dibattito su un ennesimo quesito centrale: la scelta perseguita da Rfi è davvero la migliore dal punto di vista tecnico oppure semplicemente la meno costosa?
Anche in questo caso De Miranda non ha nascosto la propria opinione. “La soluzione del ponte in affiancamento deriva anche da aspetti economici. Costa meno mantenere lo stesso sedime: spostarsi un chilometro più a sud significa realizzare nuove strade, spostare le stazioni ferroviarie e sostenere costi decisamente maggiori”.
Per l'ingegnere, però, il punto di partenza dovrebbe essere un altro. “Dobbiamo decidere se il San Michele è un monumento da preservare. Se siamo tutti d'accordo su questo, allora dovrebbe diventare un assioma”.
Da qui la riflessione sul futuro del San Michele. Rfi ritiene necessario mantenere due binari ferroviari lungo quella direttrice, ma De Miranda ha ricordato come le moderne tecniche di ingegneria consentano oggi interventi di recupero impensabili fino a pochi decenni fa. “Non ho analizzato nel dettaglio il progetto, ma un ponte costruito negli stessi anni, dagli stessi ingegneri e con gli stessi materiali di altri manufatti europei già recuperati mi porta a dire che, ragionevolmente, il San Michele può essere ristrutturato. Oggi le tecniche di consolidamento sono molto avanzate. Ma si rimarrebbe a un solo binario, e questo cambia parecchio la questione”.

Resta infatti il nodo delle esigenze ferroviarie. “Già nel 1980 le Ferrovie volevano due binari, ed è per questo che bandirono il concorso per un nuovo ponte. È anche vero che oggi esistono altri programmi, come il potenziamento della linea ferroviaria più a sud. Non possiamo decidere da soli: la scelta deve essere condivisa con chi possiede e gestisce l’infrastruttura”. Per De Miranda, se davvero l'obiettivo condiviso sarà quello di conservare il San Michele come bene storico, la conseguenza appare quasi inevitabile. “Ragionevolmente dovremmo spostare più a sud sia il traffico ferroviario sia quello stradale. Certo, ci sono problemi economici, politici e anche sociali: ad esempio bisogna capire se la collettività sia disposta ad accettare lo spostamento delle stazioni”.
L'ingegnere ha espresso apprezzamento per il fatto che il confronto sia finalmente entrato nel dibattito pubblico. “Sono contento che oggi se ne discuta, perché per tanti anni non se n'è parlato quasi mai. Se ci si siede attorno a un tavolo e si dialoga con serenità, forse si può arrivare alla soluzione migliore. Il percorso è iniziato e si sta cercando la scelta più giusta possibile”.
Tra le ipotesi ventilate, De Miranda ha espresso apprezzamento per quella presentata da Carla Rocca nel corso della serata, che prevede il nuovo ponte stradale più a sud, mantenendo il San Michele con un solo binario ferroviario e demandando – eventualmente – il traffico merci a una nuova infrastruttura ferroviaria anch'essa collocata più a sud. Una soluzione certamente più complessa e onerosa, ma che, a suo giudizio, consentirebbe di salvaguardare un’opera che prima ancora di essere un ponte rappresenta un patrimonio storico e culturale di valore internazionale.
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A chiarire il perché anche il solo pensiero di affiancare un altro ponte dovrebbe fare accapponare la pelle è stato il professor Edo Bricchetti, architetto e umanista. “Sareste pazzi” non ha esitato a dire, elencando alcuni punti di convenzioni internazionali sottoscritte dall'Italia sulla tutela del paesaggio che richiamano proprio contesti come quello della Valle dell'Adda. Ad affrontare il secondo importante tema in gioco – la viabilità – è stata invece l’ingegnera civile Chiara Taiariol, esperta di traffico e studi viabilistici della società META di Monza. “Prima della realizzazione del nuovo ponte, tutte le connessioni viabilistiche vanno completate” ha sentenziato illustrando le stime sull’aumento del passaggio dei mezzi: uno scenario che, se applicato alle attuali strade di Paderno – in primis via Festini – renderebbe il paese un inferno per chiunque, abitanti e viaggiatori in transito.

Questi interventi, indiscutibilmente oggettivi, porterebbero a dire ‘no’ a un ponte vicino al San Michele, ma non rispondono alla domanda: e allora dove posizionarlo? Al convegno la figura più indicata a fare luce su questo punto è stato l’ingegner Mario De Miranda, professionista di fama internazionale che ha progettato viadotti nei luoghi più disparati del globo a vari livelli di difficoltà geomorfologica, nonché figlio dell’ingegner Fabrizio De Miranda, che nel 1980 vinse il concorso nazionale indetto da Regione Lombardia per la progettazione di un ponte in affiancamento del San Michele, denominato "Adda 80".


Nel corso del suo intervento l’ingegner De Miranda non ha detto esplicitamente dove sarebbe meglio collocare il viadotto, ma ha chiarito degli aspetti fondamentali, in primis sul futuro del San Michele. L’ingegnere ha presentato la storia di alcuni ponti europei coetanei del San Michele e ristrutturati recentemente: un ponte della Repubblica Ceca del 1895, ricostruito nel 1968 e rinnovato nel 2007, tuttora in servizio per il traffico stradale; un ponte ferroviario del 1899 riadeguato nel 1985 e riverniciato nel 2009, tuttora in servizio; e il Firth of Forth del 1890, lungo 2,5 km e recuperato tra il 2002 e il 2011.

“Oggi è operativo con doppio binario ferroviario. Ci passano sopra 200 treni al giorno per un totale di 3 milioni di passeggeri all’anno” ha detto De Miranda, ricordando invece che, dopo che nel 1980 suo padre vinse il concorso indetto perché il San Michele si apprestava a compiere un secolo e si riteneva andasse dismesso, l’iter si concluse in un nulla di fatto. Quando però nel 2018 il crollo del ponte Morandi ha riacceso l’attenzione sulla ‘salute’ del San Michele è stata assegnata una manutenzione straordinaria che ha allungato la prospettiva di vita del ponte di soli 10 anni. “Un po' diverso da quello che avete visto negli esempi precedenti” ha commentato De Miranda.

In merito alla realizzazione di un nuovo ponte, l’ingegnere ha fatto chiarezza dal punto di vista tecnico spiegando che nei punti con i versanti molto verticali si ritiene ci sia maggiore rischio frana, mentre dove la valle è più piana si attende un minore rischio. “Viceversa sono stati fatti degli studi geologici che hanno prospettato un certo rischio di frana nella zona a sud del Ponte San Michele”. De Miranda ha mostrato che la valle è costituta sostanzialmente da conglomerato di ceppo che poggia a elevata profondità su uno strato di argille di conche con andamento orizzontale. “Questi studi, che hanno prefigurato un perimetro così definito della frana, secondo me potrebbero essere un migliorati, perché indicano degli indizi che portano a pensare che possano esserci delle frane in certe zone, ma non indicano con grandissima chiarezza quel perimetro come quello al cui interno sto male e al cui esterno sto bene”.

Una dichiarazione importante che non è passata inosservata ai tanti ascoltatori. Quando infatti l’ex sindaca di Solza, Carla Rocca, ha presentato un’idea alternativa di collocamento del secondo ponte, che prevede il mantenimento del San Michele per il passaggio dei treni e la realizzazione di una strada che raggiunga il nuovo viadotto senza attraversare centri abitati di Paderno e Verderio, ma vede il nuovo ponte collocato nell’area appena menzionata, un attento spettatore ha esplicitamente chiesto a De Miranda di esprimersi, chiedendo cosa sarebbe accaduto se fosse stato realizzato il ponte progettato nel 1980. “Rfi ha detto esplicitamente che non intende costruire lì. Cosa sarebbe successo ai tempi?”

La proposta alternativa presentata dall’ex sindaca di Solza, Carla Rocca
De Miranda ha scelto di rispondere con cautela, ma anche con chiarezza. “Quarant'anni fa questi problemi non erano stati sollevati da nessuno” ha spiegato. “Il ponte San Michele si trova in una zona che non è molto diversa da quella posta più a sud. Le indagini geologiche effettuate in alcuni punti indicano un'ipotesi di frana, ma non ci sono monitoraggi che dimostrino l'esistenza di frane in movimento. Ci sono degli indizi, non delle certezza”. Secondo l’ingegnere, la documentazione disponibile suggerisce dunque prudenza, ma non una condanna definitiva di quell'area. “Le indagini eseguite non mostrano la presenza di frane attive. È una questione delicata. In quella relazione è stato posto un vincolo che, a mio avviso, è forse più rigido di quanto la relazione stessa testimoni oggettivamente. È un aspetto che potrebbe essere studiato molto più nel dettaglio”.
Un altro intervento del pubblico ha spostato il dibattito su un ennesimo quesito centrale: la scelta perseguita da Rfi è davvero la migliore dal punto di vista tecnico oppure semplicemente la meno costosa?
Anche in questo caso De Miranda non ha nascosto la propria opinione. “La soluzione del ponte in affiancamento deriva anche da aspetti economici. Costa meno mantenere lo stesso sedime: spostarsi un chilometro più a sud significa realizzare nuove strade, spostare le stazioni ferroviarie e sostenere costi decisamente maggiori”.
Per l'ingegnere, però, il punto di partenza dovrebbe essere un altro. “Dobbiamo decidere se il San Michele è un monumento da preservare. Se siamo tutti d'accordo su questo, allora dovrebbe diventare un assioma”.
Da qui la riflessione sul futuro del San Michele. Rfi ritiene necessario mantenere due binari ferroviari lungo quella direttrice, ma De Miranda ha ricordato come le moderne tecniche di ingegneria consentano oggi interventi di recupero impensabili fino a pochi decenni fa. “Non ho analizzato nel dettaglio il progetto, ma un ponte costruito negli stessi anni, dagli stessi ingegneri e con gli stessi materiali di altri manufatti europei già recuperati mi porta a dire che, ragionevolmente, il San Michele può essere ristrutturato. Oggi le tecniche di consolidamento sono molto avanzate. Ma si rimarrebbe a un solo binario, e questo cambia parecchio la questione”.

Resta infatti il nodo delle esigenze ferroviarie. “Già nel 1980 le Ferrovie volevano due binari, ed è per questo che bandirono il concorso per un nuovo ponte. È anche vero che oggi esistono altri programmi, come il potenziamento della linea ferroviaria più a sud. Non possiamo decidere da soli: la scelta deve essere condivisa con chi possiede e gestisce l’infrastruttura”. Per De Miranda, se davvero l'obiettivo condiviso sarà quello di conservare il San Michele come bene storico, la conseguenza appare quasi inevitabile. “Ragionevolmente dovremmo spostare più a sud sia il traffico ferroviario sia quello stradale. Certo, ci sono problemi economici, politici e anche sociali: ad esempio bisogna capire se la collettività sia disposta ad accettare lo spostamento delle stazioni”.
L'ingegnere ha espresso apprezzamento per il fatto che il confronto sia finalmente entrato nel dibattito pubblico. “Sono contento che oggi se ne discuta, perché per tanti anni non se n'è parlato quasi mai. Se ci si siede attorno a un tavolo e si dialoga con serenità, forse si può arrivare alla soluzione migliore. Il percorso è iniziato e si sta cercando la scelta più giusta possibile”.
Tra le ipotesi ventilate, De Miranda ha espresso apprezzamento per quella presentata da Carla Rocca nel corso della serata, che prevede il nuovo ponte stradale più a sud, mantenendo il San Michele con un solo binario ferroviario e demandando – eventualmente – il traffico merci a una nuova infrastruttura ferroviaria anch'essa collocata più a sud. Una soluzione certamente più complessa e onerosa, ma che, a suo giudizio, consentirebbe di salvaguardare un’opera che prima ancora di essere un ponte rappresenta un patrimonio storico e culturale di valore internazionale.
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E.Ma.
























