Merate, 175 anni del Mandic: la parola a chi lo ‘vive’ e uno sguardo ai numeri e al futuro
Se la prima parte dell’evento per i 175 anni dell’Ospedale San Leopoldo Mandic ha ricostruito la lunga parabola di un presidio nato dal territorio e cresciuto dentro la comunità, la seconda sessione ha cambiato asse: non più memoria, ma prospettive. Sul palco dell’Auditorium sono saliti i primari e i responsabili dei servizi del Mandic insieme ai vertici della Direzione, per raccontare l’ospedale al suo stato attuale, tra progetti immediati e orizzonti di medio-lungo periodo.
Ad aprire è stata la direttrice sanitaria Alessandra Grappiolo, che ha tracciato la panoramica più ampia, restituendo l’immagine di un ospedale che, pur restando presidio di territorio, lavora su una complessità da struttura multidisciplinare: tecnologia, volumi di attività, connessioni di rete e percorsi clinici integrati. L’elenco degli investimenti testimonia la volontà di tenersi al passo coi tempi: una nuova Tomografia Computerizzata a 128 strati in arrivo, una Risonanza Magnetica 1,5 Tesla prossima al rinnovo con una nuova RMN della stessa potenza, radiologie potenziate con più apparecchi e ulteriori acquisizioni programmate, una sala angiografica di ultima generazione già attiva dal 2022, un robot per la navigazione ortopedica nelle artroprotesi di ginocchio, strumenti specifici come ortopantomografo, litotritore e mammografo, oltre alla ristrutturazione del laboratorio e al rinnovo delle apparecchiature di analisi biochimica. Anche l’odontoiatria, nel quadro delle attenzioni ai pazienti fragili, è stata indicata come area in rafforzamento con nuovi riuniti dedicati all’odontoiatria speciale in ambito DAMA.


È a questo punto che la parola è passata ai primari, con interventi più brevi ma centrati su ciò che cambia e su ciò che sta per partire. Dal Pronto soccorso, Giovanni Buonocore ha descritto un percorso di crescita che non riguarda solo gli spazi – oggi estesi fino a circa mille metri quadrati e in grado, in condizioni di emergenza, di arrivare a numeri importanti di posti – ma anche la missione: il PS come luogo di cura e stabilizzazione, dove l’obiettivo non è “trattenere”, ma riportare il paziente verso casa quando possibile, in sicurezza. La novità annunciata è una riorganizzazione dell’attività in adeguamento al D.M. 70, con l’accreditamento dell’area di Osservazione breve intensiva, pensata come cerniera tra urgenza e ricovero. Nella stessa direzione vanno la collaborazione ancora più stretta con l’ortopedia per le consulenze e l’apertura di un rapporto con l’Università Bicocca, mentre sul fronte della geriatria è stato citato un percorso di osservazione dedicato.


Su questo si è innestato l’intervento della dottoressa Francesca Cortinovis, che ha ricordato la specificità delle cure palliative pediatriche: prendersi cura di patologie inguaribili e complesse, con un carico assistenziale elevato e un bisogno costante di integrazione tra ospedale e domicilio. Con il Dipartimento fragilità, ha ricordato, l’équipe segue i pazienti anche a casa, con l’obiettivo di migliorare la qualità di vita e accompagnare le famiglie. Tra le linee di sviluppo è emerso il potenziamento del progetto DAMA, attivo a Merate dal 2022 come percorso dedicato alle persone con disabilità, con una particolare attenzione alla gestione di alcune forme di disabilità in età pediatrica e alla collaborazione con realtà specialistiche del territorio, mentre l’odontoiatria è stata indicata come una delle novità operative più vicine.



Sul fronte della salute mentale, Simonetta Martini ha ripercorso la storia della psichiatria a Merate e l’ha legata al presente, segnato da una carenza di medici che è nazionale e che ha imposto resilienza organizzativa. La prospettiva indicata è quella di consolidare l’organico anche attraverso nuovi concorsi e riaprire spazi di cura come un day hospital pensato per fasce di pazienti giovani-adulti con quadri complessi. Ottaviano Martinelli, per la neuropsichiatria infantile, ha invece annunciato una novità definita cruciale: l’avvio di un centro diurno per adolescenti a Merate, finanziato dalla Regione e in fase di attivazione in una sede vicina all’ospedale, pensata per intercettare un bisogno crescente e dare risposta continuativa a ragazzi e famiglie.



A dare forma organica a questo “domani” è stato poi Gianluca Peschi, direttore socio-sanitario, che ha posto una tesi chiara: con l’avanzare dell’età media, l’ospedale rischia di essere travolto dalla domanda se non si costruisce attorno a esso una cintura protettiva capace di filtrare, orientare e gestire sul territorio ciò che non deve diventare acuzie.


In ospedale, ha ricordato, la quota di over 65 è già enorme e crescerà ancora; per questo il futuro passa dall’interazione con le altre realtà della rete: Dipartimento fragilità, cure domiciliari, Case di Comunità con Punti unici di accesso, consultori e servizi integrativi. Non come elenco di sigle, ma come architettura di governo della domanda, dove prevenzione e integrazione con gli Ambiti e il Terzo settore diventano strumenti di sostenibilità oltre che di cura.


La dottoressa Alessandra Grappiolo
Dentro questi strumenti, ha sottolineato, c’è una comunità professionale di 784 persone al lavoro nel presidio tra medici, personale sanitario del comparto e staff tecnico-amministrativo. Ma il cuore dell’intervento è stato far parlare i numeri dell’attività: i ricoveri complessivi, che ammontano a 6.427, e la massa dell’attività ambulatoriale, che va oltre le 162.000 prestazioni su un ventaglio ampio di discipline. La fotografia ha puntato su un Mandic “all’opera” e “connesso”, inserito in reti clinico-assistenziali tempo-dipendenti e di patologia: dal percorso stroke e dalla rete coronarica con procedure interventistiche, fino alla rete trauma e alle reti specialistiche che richiedono collaborazione stretta tra reparti e professionisti.
È a questo punto che la parola è passata ai primari, con interventi più brevi ma centrati su ciò che cambia e su ciò che sta per partire. Dal Pronto soccorso, Giovanni Buonocore ha descritto un percorso di crescita che non riguarda solo gli spazi – oggi estesi fino a circa mille metri quadrati e in grado, in condizioni di emergenza, di arrivare a numeri importanti di posti – ma anche la missione: il PS come luogo di cura e stabilizzazione, dove l’obiettivo non è “trattenere”, ma riportare il paziente verso casa quando possibile, in sicurezza. La novità annunciata è una riorganizzazione dell’attività in adeguamento al D.M. 70, con l’accreditamento dell’area di Osservazione breve intensiva, pensata come cerniera tra urgenza e ricovero. Nella stessa direzione vanno la collaborazione ancora più stretta con l’ortopedia per le consulenze e l’apertura di un rapporto con l’Università Bicocca, mentre sul fronte della geriatria è stato citato un percorso di osservazione dedicato.

Il dottor Giovanni Buonocore
Davide Guzzon, per anestesia e rianimazione nell’area emergenza-urgenza, ha riportato l’attenzione su un tema atteso dal territorio: la riattivazione dell’automedica. L’obiettivo, spiegato, è arrivare nei prossimi mesi a una copertura diurna per dodici ore, segno di un rafforzamento dell’anello pre-ospedaliero.
Il dottor Davide Guzzon
In pediatria, Anna Cogliardi ha raccontato del lavoro di “ricostruzione” che è stato fatto. Arrivata nel ’23 in una fase di criticità, con un reparto da rimettere in piedi, ha indicato come traguardo già centrato la nascita, nel febbraio ’24, di una struttura semplice. La prospettiva immediata si lega invece alla formazione e alla stabilizzazione dei nuovi assunti, oltre al consolidamento della degenza e dell’osservazione pediatrica, con un presidio che punta a garantire continuità e competenze in un settore dove la fragilità clinica si intreccia spesso con la fragilità familiare.
La dottoressa Anna Cogliardi

La dottoressa Francesca Cortinovis
Il grande tema trasversale della mattinata, però, è esploso con chiarezza sul fronte dell’invecchiamento. il dottor Paolo Rossi, richiamando i dati sulla presenza crescente di anziani nei reparti medici e nel pronto soccorso, ha parlato di un’“onda d’urto” destinata ad aumentare: anziani che arrivano con più patologie, con bisogni complessi e con un rischio di cronicizzazione che non riguarda solo la medicina, ma anche la chirurgia. Qui la novità non è un singolo macchinario, ma un modello: la presa in carico dell’anziano fragile e la costruzione di percorsi per ridurre riospedalizzazioni e ritorni in urgenza. In questa prospettiva Rossi ha collegato l’avvio dell’ortogeriatria, attiva da settembre, come risposta concreta alla gestione del paziente anziano in ortopedia, dove il risultato non dipende solo dal gesto tecnico, ma dall’inquadramento complessivo della fragilità.
Il dottor Paolo Rossi
La fragilità è stata anche il cuore dell’intervento del dottor Luca Riva, per il Dipartimento fragilità e rete locale cure palliative, che ha ricordato come a Merate questo modello sia presente da decenni e abbia fatto scuola, diventando un riferimento lombardo quando ancora il tema non era nel lessico comune. Il punto, ha avvertito, è non pensare l’ospedale come una macchina esclusivamente per acuti: la sfida è accompagnare le persone verso il territorio e costruire quel ponte che evita, anche nei momenti finali della vita, risposte improprie e traumatiche. Un discorso che, in controluce, richiama la necessità di proteggere e rendere stabile una rete fatta di hospice, associazioni e servizi integrati.
Il dottor Luca Riva
Nell’area oncologica, Carla Magni ha descritto l’evoluzione della Breast Unit, definendo l’ultimo anno come un passaggio di svolta grazie all’ampliamento dell’organico medico e all’aumento dei volumi di attività, in particolare sull’ambulatoriale e sulla presa in carico delle donne ad alto rischio, anche alla luce della diffusione dei test genetici e della necessità di controlli frequenti e strutturati. Qui la parola chiave è stata “multidisciplinarietà”: un lavoro trasversale che coinvolge radiologia, oncologia e altre competenze, con momenti di discussione clinica condivisa che diventano metodo, non eccezione, e con tecnologie che permettono interventi sempre più precisi, inclusa la gestione delle lesioni non palpabili.
La dottoressa Carla Magni
Sul fronte della salute mentale, Simonetta Martini ha ripercorso la storia della psichiatria a Merate e l’ha legata al presente, segnato da una carenza di medici che è nazionale e che ha imposto resilienza organizzativa. La prospettiva indicata è quella di consolidare l’organico anche attraverso nuovi concorsi e riaprire spazi di cura come un day hospital pensato per fasce di pazienti giovani-adulti con quadri complessi. Ottaviano Martinelli, per la neuropsichiatria infantile, ha invece annunciato una novità definita cruciale: l’avvio di un centro diurno per adolescenti a Merate, finanziato dalla Regione e in fase di attivazione in una sede vicina all’ospedale, pensata per intercettare un bisogno crescente e dare risposta continuativa a ragazzi e famiglie.

Il dottor Ottaviano Martinelli e la dottoressa Simonetta Martini
Paolo Maniglia, per la terapia del dolore, ha richiamato lo sviluppo di procedure mini-invasive e una collaborazione con l’Istituto “La Nostra Famiglia” che ha consentito di lavorare su tecniche innovative utili anche nel trattamento della disabilità. Cecilia Pirovano, per ostetricia e ginecologia, ha rimarcato l’obiettivo di essere punto di riferimento non soltanto per la cura ma per la prevenzione e il benessere complessivo della donna, evidenziando il legame con la rete consultoriale. Alessandro Maletta, per l’urologia, ha riportato il tema su una visione di sistema: evitare che l’identità dell’ospedale resti imprigionata nella nostalgia e costruirla invece su ciò che serve domani.
Sopra: il dottor Paolo Maniglia. Sotto: il dottor Alessandro Maletta e la dottoressa Cecilia Pirovano

A dare forma organica a questo “domani” è stato poi Gianluca Peschi, direttore socio-sanitario, che ha posto una tesi chiara: con l’avanzare dell’età media, l’ospedale rischia di essere travolto dalla domanda se non si costruisce attorno a esso una cintura protettiva capace di filtrare, orientare e gestire sul territorio ciò che non deve diventare acuzie.

Il dottor Gianluca Peschi

In ospedale, ha ricordato, la quota di over 65 è già enorme e crescerà ancora; per questo il futuro passa dall’interazione con le altre realtà della rete: Dipartimento fragilità, cure domiciliari, Case di Comunità con Punti unici di accesso, consultori e servizi integrativi. Non come elenco di sigle, ma come architettura di governo della domanda, dove prevenzione e integrazione con gli Ambiti e il Terzo settore diventano strumenti di sostenibilità oltre che di cura.
E.Ma.
























