Merate, 175 anni del Mandic: la storia dell’Ospedale dalla sua nascita al giorno d’oggi

Un auditorium pieno, un’atmosfera da grande ricorrenza cittadina e la consapevolezza, diffusa tra il pubblico, di non stare semplicemente celebrando un edificio o un servizio, ma un pezzo di identità collettiva. Nella mattinata di sabato 17 gennaio Merate ha reso omaggio ai 175 anni dell’Ospedale San Leopoldo Mandic con l’evento “Ospedale Mandic. 175 anni di storia. Passato e futuro della sanità meratese”, organizzato dalla Direzione strategica in collaborazione con il Comune e l’associazione culturale “L’Incontro”. Medici, primari, amministratori, sindaci e cittadini hanno riempito l’Auditorium Giusy Spezzaferri, segno di un legame che, al Mandic, continua a essere prima di tutto territoriale.
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A fare da cornice alla mattinata anche la mostra fotografica “Ospedale San Leopoldo Mandic – 175° anniversario”, curata da Giulia Perego e allestita nei corridoi del municipio: un percorso di immagini capace di restituire, in modo immediato, il senso del tempo lungo dell’ospedale e delle persone che lo hanno attraversato.
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Il dottor Marco Trivelli
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Fabio Crippa
L’apertura è stata affidata ai saluti istituzionali. Ha preso per primo la parola il direttore generale di ASST Lecco Marco Trivelli, seguito da Fabio Crippa, presidente dell’Ambito territoriale sociale di Merate. Quindi l’intervento del sindaco Mattia Salvioni, che ha ricondotto il significato dell’anniversario a un’idea precisa: l’ospedale come storia di salute, sì, ma soprattutto come storia di comunità, di un territorio che cura e che sostiene. Salvioni ha ringraziato i promotori e gli organizzatori, citando la rete di collaborazione tra ASST, Comune, Ambito distrettuale, l’associazione “L’Incontro”, i volontari e gli ex dipendenti, e ha voluto riservare un passaggio netto, quasi programmatico, a chi lavora ogni giorno nel presidio: infermieri, operatori socio-sanitari, medici, primari, amministrativi, tecnici e staff, definiti come la condizione concreta che rende possibile ciò che spesso viene dato per scontato, dalla cura all’ascolto, fino alla presenza.
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Il dottor Dario Perego
Pur rimandando al prosieguo della mattinata la parte più esplicitamente proiettata in avanti, il sindaco ha incorniciato con chiarezza alcuni capisaldi emersi già nei saluti: l’unicità del Mandic non è misurabile solo con numeri e parametri, ma va letta dentro le relazioni e le dinamiche del contesto che cambia; la storia dell’ospedale nasce come opera costruita dal territorio e con il territorio, mai “calata dall’alto”; e, soprattutto, la sfida di oggi passa in modo decisivo dalle risorse umane, dalla capacità di attrarre e trattenere professionisti. Salvioni ha ricordato l’impegno locale anche sul fronte dell’accoglienza, con il lavoro avviato per individuare alloggi in affitto destinati a nuovi infermieri e medici, chiarendo però che, senza un investimento strutturale più forte e il concorso dei livelli istituzionali superiori, nessuna visione può reggere.
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Mauro Piazza
Dal programma era atteso il presidente regionale Attilio Fontana, che non ha potuto partecipare; al suo posto è intervenuto il sottosegretario regionale Mauro Piazza, portando i saluti del presidente. A suggellare l’avvio ufficiale della giornata, l’intervento del dottor Dario Perego, medico di base meratese ormai in pensione, ex sindaco della città e presidente dell’associazione “L’Incontro”: una presenza che, per ruolo e storia personale, ha riassunto in modo simbolico il doppio filo tra istituzioni, cultura civica e sanità di prossimità.
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In piedi, il dottor Franco Tortorella
Entrata nel vivo, la prima parte dell’incontro è stata dedicata al passato e allo sviluppo del Mandic come ospedale integrato nel proprio territorio. Franco Paolo Tortorella, consigliere comunale di Merate ed ex responsabile Malattie infettive di ATS Brianza, ha proposto una lettura capace di legare l’identità del presidio all’idea di trasformazione continua: cambiare per rispondere ai bisogni di salute della popolazione, senza perdere la vocazione originaria. La ricostruzione storica è stata poi affidata a Elena Gerosa, autrice del volume “Un secolo di vita ospedaliera a Merate”, e a Giacomo Molteni, già direttore del Dipartimento amministrativo dell’Azienda Ospedaliera della Provincia di Lecco, con un focus sul periodo dal secondo dopoguerra fino agli anni Novanta, passando per la figura di Luigi Rusca.
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Il racconto delle origini ha restituito un quadro vivido del Meratese di inizio Ottocento: un comune di terza classe, poco più di mille abitanti e una società contadina segnata da povertà e lavoro massacrante. Nelle case sovraffollate e prive di servizi, in condizioni igieniche precarie, la malnutrizione e l’uso di acqua di pozzo si traducevano in malattie diffuse e in un tasso di mortalità infantile altissimo. 

La medicina ufficiale, ancora legata alle teorie miasmatiche, conviveva con una “medicina popolare” fatta di comari e guaritori. In questo contesto, le infezioni rappresentavano la principale causa di morte, tra epidemie periodiche e patologie respiratorie e intestinali legate alle stagioni. È dentro quella fragilità sociale, prima ancora che sanitaria, che matura l’idea di un luogo di cura capace di isolare il malato dal nucleo familiare e, insieme, di restituire alimentazione e igiene migliori: non solo un servizio, ma una risposta organizzata a povertà e fame.
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Elena Gerosa
Il passaggio decisivo è stato ricordato nel solco della tradizione locale di beneficenza e opere pie, ma con una svolta che parla anche di modernità amministrativa. Nel 1842, grazie alle disposizioni testamentarie del conte Giovanbattista Cerri e del figlio Felice, il Comune acquisì la “Casa Cerri” e fondi destinati a realizzare l’ospedale per gli “inermi miserabili” in via Sant’Ambrogio. Una scelta, quella di legare la struttura al Comune e non a un ente ecclesiale, che ha segnato un cambio d’epoca: dalla carità come gesto episodico all’assistenza pubblica laica come responsabilità continuativa. I primi ricoveri, registrati già a metà degli anni Quaranta dell’Ottocento, e il regolamento del 1850, con la definizione dei criteri di gratuità, hanno fatto da base a un percorso destinato a consolidarsi.
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Con la crescita della domanda e il mutamento del contesto urbano, arrivò la necessità di delocalizzare e ampliare. La fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento sono stati presentati come anni di passaggi cruciali. Il nuovo ospedale realizzato in posizione più salubre, le donazioni che permisero padiglioni e attrezzature, lo sviluppo della radiologia, e, in parallelo, l’esperienza dell’Opera Pia Terzaghi dedicata ai bambini rachitici e scrofolosi, fino alla nuova sede inaugurata nel 1914. Il conflitto mondiale, le requisizioni e i danni, la riapertura con indirizzi differenti e il progressivo raggruppamento degli enti hanno composto un mosaico in cui l’ospedale cresce perché cresce la comunità, e perché la comunità continua a investirvi, anche economicamente.
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Il secondo dopoguerra, con la presidenza di Luigi Rusca, è stato raccontato come una stagione di determinazione e salto di qualità: risanamento, potenziamento dei servizi, nuovi edifici e attrezzature, spesso grazie alla generosità di benefattori e a una capacità di mobilitare risorse che ha permesso di superare ostacoli e ritardi istituzionali. Dagli ampliamenti strutturali alla crescita dell’organico, fino all’arrivo di grandi primari e a una forte capacità attrattiva, l’ospedale ha progressivamente allargato il proprio raggio, diventando riferimento non solo per il Meratese. 
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Il dottor Giacomo Molteni
Nei decenni successivi, la riforma sanitaria e la trasformazione del sistema hanno ridefinito governance e organizzazione, senza spezzare il filo che lega il presidio al territorio: dai modelli di integrazione socio-sanitaria sperimentati negli anni Ottanta fino alle fasi di aziendalizzazione e ai grandi cantieri di modernizzazione che hanno portato il Mandic a restare “ospedale moderno” nel nuovo secolo.
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Galleria fotografica (vedi tutte le 119 immagini)

È stato questo, in sintesi, il senso della prima parte della mattinata: mostrare che il Mandic non è nato per caso né per decisione esterna, ma come risposta a un bisogno collettivo, sostenuta nel tempo da istituzioni, benefattori, amministratori e da una comunità che ha saputo riconoscersi nella propria sanità. E che, ancora oggi, continua a riempire un auditorium per ascoltarne la storia.
E.Ma.
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