Calco: il ricordo dei cittadini periti in guerra

Le celebrazioni del IV Novembre a Calco quest’anno hanno visto un fuoriprogramma che ha costretto a modificare il corso della mattinata. Dopo la Messa delle 8, infatti, all’interno della chiesa si è staccata una porzione di intonaco, fortunatamente senza provocare feriti, ma che per ragioni di sicurezza ha comunque costretto a trasferire in oratorio la celebrazione eucaristica. 
La mattinata ha avuto inizio ad Arlate con l'alzabandiera e la deposizione della corona presso il monumento in via S. Gottardo, proseguendo poi a Calco con la partecipazione della Banda Sociale Meratese. Qui, dopo l’esecuzione dell’Inno di Mameli e la deposizione delle corone d’alloro benedette, sono stati letti i nomi dei cittadini che hanno perso la vita per la Patria. 
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Nel momento di preghiera, don Giuseppe Sala ha proposto una riflessione sul significato della memoria e sulla possibilità di imparare anche dalle tragedie del passato: «Anche dalle tragedie si può imparare, ma bisogna avere l'umiltà e la consapevolezza che quella tragedia ha creato in noi uno spazio diverso, altrimenti continueremo a ripeterle una dietro l'altra». 
Il sacerdote ha poi richiamato la necessità di costruire relazioni fondate sulla giustizia e sulla riconciliazione, senza nascondere il male, ma affrontandolo e riparandone le conseguenze: «Dio è un Dio che crea ponti, non che fa barricate. È un Dio che riconcilia gli animi» ha ricordato, invitando i presenti a diventare a loro volta strumenti di pace e riconciliazione.
La parola è passata al sindaco Stefano Motta che ha ringraziato il parroco, le associazioni combattentistiche, il Corpo municipale, la Banda Sociale Meratese, la Protezione civile e tutti i cittadini intervenuti. Un riconoscimento particolare è stato rivolto agli Alpini per l'allestimento del tricolore lungo le vie del paese e per la collaborazione nell'organizzazione della commemorazione.

Nel suo discorso il primo cittadino ha ripercorso il significato storico della ricorrenza, allargando poi la riflessione al ruolo delle Forze armate nello scenario internazionale attuale, segnato da conflitti e tensioni, e al rapporto tra difesa della Patria e ripudio della guerra: «Non è facile oggi parlare delle Forze armate, principalmente perché i conflitti internazionali e quelli sociali in atto stanno producendo una cesura profonda tra il ruolo operativo dei militari e i principi e i doveri alla base della nostra Costituzione», ha osservato. Per questo ha richiamato alcuni passaggi della Carta costituzionale, a partire dall'articolo 11, che sancisce il ripudio della guerra come strumento di offesa e di risoluzione delle controversie internazionali, ma che riconosce anche la partecipazione dell'Italia a un ordinamento volto a garantire pace e giustizia tra le nazioni. 
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Le parole del sindaco sono poi andate al sacrificio dei caduti calchesi, i cui nomi erano stati pronunciati poco prima davanti al monumento. Motta ha criticato quelle interpretazioni storiche che, a suo giudizio, rischiano di contrapporre il valore della pace al ricordo di chi ha combattuto: «Oggi c'è persino chi sostiene che questi martiri della guerra stessero dalla parte sbagliata della storia e che i veri cittadini e patrioti fossero coloro che hanno rifiutato la guerra, non i combattenti, i reduci, i sopravvissuti mutilati nel fisico e nello spirito o i partigiani, ma i renitenti alla leva e i disertori», ha osservato Motta, ricordando come gli oltre settant'anni di pace vissuti in Europa siano stati garantiti non soltanto dalla nascita di istituzioni internazionali e dalla cooperazione tra gli Stati, ma anche dalla deterrenza.
«Vi è l'impressione, cari cittadini, che nessuno sia più disposto a sacrificare, non dico la vita per la Patria, ma anche solo a rinunciare alle proprie piccole comodità per un ideale superiore di giustizia. E questo non è un bene per il nostro futuro», ha proseguito.
A chiudere il suo intervento è stata la lettura della poesia “I morti”, scritta da Gianmaria Bonaldi, poeta bergamasco originario di Schilpario e ufficiale degli Alpini durante la Prima guerra mondiale. Nei versi dedicati ai caduti si invitano i vivi a interrogarsi sul mondo che stanno costruendo e sul rischio che il loro sacrificio possa risultare vano: «È meglio che i morti stiano nella neve e nel ghiaccio e che non sappiano di noi, altrimenti potrebbero pensare di essere morti invano e allora si sentirebbero ancora più soli».

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A concludere la commemorazione è stato il capogruppo degli Alpini di Olgiate e Calco Giacomo Milani, che ha letto il messaggio del presidente dell'Associazione Nazionale Alpini, Sebastiano Favero. Nel discorso il 4 Novembre viene ricordato come una ricorrenza ricca di significati e insegnamenti radicati nella storia del Paese, per la quale l'associazione chiede da tempo il ripristino del rango di festività nazionale.
Il messaggio ha ribadito l'attaccamento degli Alpini ai valori della fedeltà alla Patria e del servizio, tanto in guerra quanto in pace, senza trascurare le sfide del presente, dai profondi cambiamenti degli equilibri geopolitici al disagio sociale che coinvolge soprattutto le generazioni più giovani. Proprio a queste ultime è rivolto l'impegno dell'associazione, chiamata a trasmettere i propri principi: «Sono certo che sapremo affrontare le difficoltà con la nostra tradizionale e caparbia capacità di metterci al servizio della Patria e delle nostre comunità», invitando a proseguire nel solco tracciato da chi è venuto prima «impegnandoci a essere sempre testimoni dei valori che ispirano le nostre azioni».
F.Ri.
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