Gherardo Colombo: passa dai nostri comportamenti il necessario cambiamento

«Chi può mettere pace al conflitto? Non tiriamoci fuori: siamo noi»: è da questa provocazione di Gherardo Colombo che ieri, venerdì 28 agosto, ha preso il via a Merate la 29ª edizione de “L’Ultima Luna d’Estate – Festival teatrale nelle ville e nei parchi più belli della Brianza”. L’ex magistrato e saggista brianzolo, protagonista di alcune delle più importanti inchieste giudiziarie italiane, dalla scoperta della Loggia P2 a Tangentopoli, è stato l’ospite d’eccezione del talk inaugurale “La drammaturgia del potere”, portando al centro della serata una riflessione sul rapporto tra potere e democrazia, sul ruolo della cultura e sulla responsabilità individuale nel cambiamento.
MerateGherardoColombo5.jpg (162 KB)
Un tema non scelto a caso: “Il potere rivela l’uomo” è infatti il filo conduttore della 29ª edizione del festival, una citazione di Biante di Priene, uno dei Sette Sapienti della Grecia arcaica, affrontato nel festival attraverso lo sguardo del teatro, chiamato da sempre a mettere a nudo ciò che si nasconde dietro il potere. E proprio ieri sera il teatro ha incontrato una figura che per decenni ha fatto dello “svelamento” una parte centrale del proprio impegno civile.
MerateGherardoColombo3.jpg (343 KB)
A fare gli onori di casa sono stati il Sindaco Mattia Salvioni e l’assessore alla Cultura Patrizia Riva, che hanno sottolineato il valore di un’iniziativa che, oltre alla lunga tradizione, si distingue soprattutto per la sua importanza culturale e per il legame costruito negli anni con il territorio. Prima dell’inizio della serata è intervenuto anche il consigliere Luca Rigamonti, da poco nominato nel Consorzio Brianteo Villa Greppi. A lui il compito di portare i saluti del neopresidente Gianni Confalonieri, insieme a un ringraziamento al precedente Consiglio di amministrazione, al quale va il merito di aver dato vita e continuità all’iniziativa.
MerateGherardoColombo8.jpg (111 KB)
L'assessore Patrizia Riva

La parola è quindi passata al direttore artistico Luca Radaelli, che ha introdotto il tema della serata partendo da una considerazione di stretta attualità. Il potere, ha spiegato, è da sempre uno dei grandi temi del teatro, dall’Antigone di Sofocle alle tragedie di Shakespeare, fino alle pagine di Pier Paolo Pasolini. Un tema che oggi torna con particolare urgenza, in un momento in cui il potere mostra «il suo volto più feroce e inquietante», sempre più concentrato nelle mani di oligarchi e despoti, tra il peso delle grandi corporation e quello delle armi.
Ma il potere non coincide necessariamente con l’oppressione: la storia, ha ricordato Radaelli, offre infatti anche esempi di un potere capace di essere «ingentilito» dalla cultura e dall’arte: è il caso di Adriano Olivetti, raccontato nel teatro di narrazione di Laura Curino, che trasformò il proprio potere economico in un cenacolo di intellettuali; o ancora quello delle Mille e una notte, dove il Califfo finisce per cedere di fronte al potere ammaliante della parola di Shahrazād. E poi le Troiane di Euripide e il loro messaggio pacifista.
MerateGherardoColombo7.jpg (153 KB)
Il dottor Luca Rigamonti

Da qui la domanda rivolta a Colombo: «Esiste un potere positivo?»

L’ex magistrato è partito da una distinzione fondamentale, quella tra potere e possibilità: «La parola potere la identifichiamo normalmente con qualcosa che sta sopra di noi», spiega. La possibilità, invece, richiama la libertà. «La possibilità diventa potere quando diventa posizione nei confronti degli altri, quando diventa dominio e intrusione». Da qui la sua definizione: «Il potere è la negazione della possibilità», perché significa poter incidere sulla vita degli altri.
Un'eccezione positiva è rappresentata proprio da Olivetti, definito da Colombo «un faro». La sua esperienza, ha spiegato, indicava una strada verso forme di cogestione nelle quali il potere non era concentrato nelle mani di pochi ma condiviso. Ed è qui che entra in gioco la democrazia: «La democrazia è limitazione e diffusione del potere».
MerateGherardoColombo4.jpg (114 KB)
Colombo ha invitato quindi a immaginare due possibili modelli di società: una costruita verticalmente, nella quale il potere appartiene a qualcuno di ben definito, e una costruita orizzontalmente, nella quale le decisioni vengono condivise e il potere è diffuso. Nel secondo modello, proprio perché distribuito, il potere smette di essere prerogativa di un singolo. Il problema, però, è che a volte sono proprio i cittadini a scegliere di trasformarsi in sudditi, lasciando che siano altri a decidere al loro posto per comodità o pigrizia. Richiamando Kant, Colombo ha ricordato come «pigrizia e viltà sono le ragioni per cui molta popolazione vorrebbe rimanere minorenne a vita».
MerateGherardoColombo2.jpg (288 KB)
Un atteggiamento che si riflette anche nella partecipazione politica. Colombo ha ricordato come alle ultime elezioni regionali quasi sei persone su dieci non siano andate a votare, spesso con una motivazione precisa: «Non mi riconosco in nessuno». Una scelta legittima, ka ammesso il dottor Colombo, ma non l’unica possibile: si può infatti scegliere ciò che si ritiene più vicino, anche quando non rappresenta la soluzione perfetta. Infatti, nella politica così come nella vita di tutti i giorni, non sempre ci si trova davanti a scelte nette tra bene e male. Molto più spesso, ha spiegato Colombo siamo chiamati a scegliere «non tra il bene e il male, ma tra il male e il meno male», portando l’esempio della pandemia: il bene assoluto sarebbe stato salvare contemporaneamente il giovane e l'anziano, ma le decisioni imponevano spesso di confrontarsi con situazioni molto più complesse.
Tra i nodi della serata è tornata anche la figura di Pier Paolo Pasolini e la sua provocatoria affermazione negli anni di piombo: sapere chi fosse responsabile di determinati fatti, pur senza avere le prove.
MerateGherardoColombo1.jpg (157 KB)
Colombo ha raccolto il filo di quel ragionamento ricordando le stragi di Piazza Fontana, Brescia e Bologna, oltre alla vicenda della P2 e al lavoro svolto dalla magistratura contro la corruzione a partire dagli anni Ottanta. «Se le carte della P2 fossero rimaste a Milano, Tangentopoli sarebbe stata scoperta dieci anni prima», ha osservato.
Al centro c’è il tema di una verità che talvolta si intuisce, ma che non sempre si riesce a dimostrare fino in fondo: per Colombo la frase di Pasolini “Io so chi è stato, ma non ne ho le prove” conserva ancora oggi una drammatica attualità. L'esempio più evidente è quello di Ustica, nel giugno 1980, di cui «Si sa e non si sa», ha affermato. Si sa che l'aereo venne abbattuto nel corso di un conflitto a fuoco, ma non si è arrivati a conoscere con certezza tutti i responsabili. «Conosciamo le cose, ma tante volte non possiamo fare nulla perché cambino».
Lo stesso meccanismo secondo Colombo riguarda anche questioni molto attuali, come il cambiamento climatico: «sappiamo che esiste un problema, ma facciamo abbastanza perché la tendenza possa cambiare?».
È qui che il ragionamento si sposta dalla conoscenza alla responsabilità. Secondo l’ex magistrato la legge da sola non basta: «La legge non può contraddire la cultura». Per essere davvero efficace e rispettata ha bisogno del consenso della società. Lo dimostrano anche i comportamenti quotidiani: quante persone non pagano le tasse? Quante superano i limiti di velocità? La norma esiste, ma senza una cultura condivisa rischia di rimanere lettera morta.
A sostegno di questa tesi Colombo ha portato l'esempio del divieto di fumo nei locali pubblici: Quando fu introdotto esisteva una cultura pronta ad accoglierlo. Oggi, invece, il comportamento e il contesto sociale sono cambiati e quella stessa norma fatica a produrre gli stessi effetti.
Il cambiamento, allora, passa anche dalla capacità di mettere in discussione ciò che viene considerato normale. Da qui un’altra domanda: cosa accade quando una legge entra in conflitto con la coscienza collettiva? Il riferimento è alle leggi razziali del 1938.
Dal pubblico qualcuno ha osservato quanto fosse difficile reagire sotto una dittatura. Colombo a sua volta ha rilanciato con un esempio emblematico: la Danimarca, dove grazie al comportamento del re quelle norme non divennero mai effettive.
MerateGherardoColombo6.jpg (346 KB)
Una vicenda che riporta il discorso al rapporto tra legge e società: non è soltanto la norma a determinare i comportamenti, ma è anche la cultura di una comunità a stabilire quanto quella norma possa diventare realmente efficace. E qui torna il primo articolo della Costituzione: «La sovranità appartiene al popolo». Ma cosa accade quando la legge dice una cosa e la società, nei fatti, ne esprime un’altra?
Il confronto si è chiuso tornando al rapporto tra parole e azioni: le parole sono importanti, ha spiegato Colombo, perché permettono di distinguere ciò che si ritiene giusto da ciò che si ritiene sbagliato. Ma: «Non si cambia per quello che si dice: si cambia per quello che si fa», e se il comportamento non segue le parole, queste rimangono «monche» e si trasformano in ipocrisia.
In un contesto in cui il male spesso fa più rumore del bene, la sfida resta quella di non fermarsi alle dichiarazioni, ma trasformarle in comportamenti concreti. È qui che entra in gioco l’impegno personale: finché il risultato è chiaro e immediato, impegnarsi è più semplice, la difficoltà arriva quando il risultato sfugge, quando non c’è la certezza che lo sforzo porterà a qualcosa. Ed è proprio in quel momento che, secondo Colombo, si misura la nostra capacità di non delegare, di non aspettare che sia qualcun altro a intervenire.
La domanda da cui tutto era partito torna così al centro della serata: chi può mettere pace al conflitto? La risposta di Colombo non lascia spazio a deleghe: «Siamo noi». Il cambiamento in questa prospettiva non arriva dall’alto né può essere affidato soltanto alle istituzioni, ma passa ogni giorno dai nostri comportamenti e dalla nostra disponibilità a impegnarci anche quando il risultato non è garantito. Perché è proprio quando il risultato sembra lontano, ha sottolineato l’ex magistrato, che si misura la volontà di cambiare: più ci impegniamo, più contribuiamo a creare le condizioni per una società fondata sulla partecipazione e sull’armonia, anziché sulla concentrazione del potere.
F.Ri.
Invia un messaggio alla redazione

Il tuo indirizzo email ed eventuali dati personali non verranno pubblicati.