Ma ce l'hai con le suore?
Lo ammetto: il titolo — «Ma ce l'hai con le suore?» — ha attirato la mia curiosità. Una curiosità da laico, non da anticlericale, senza baccellierato alcuno ma con qualche reminiscenza religiosa lasciata da un professore di religione visionario, capace, negli anni del liceo, di approfondire e farci discutere di temi solo in apparenza più grandi di noi.
Ogni volta che una donna consacrata o un laico assume un ruolo di responsabilità nella Chiesa, arriva puntuale l'obiezione: «Ma non è un sacerdote». Sembra teologia. Spesso è solo antifemminismo travestito da dottrina.
Cosa dice davvero la Chiesa
Il diritto canonico è chiaro. La Lumen gentium ( Paolo VI 1964 ) distingue il sacerdozio ministeriale da quello comune dei fedeli, ma non ne discende che ogni incarico di governo spetti a un ministro ordinato. Il canone 129 riconosce la potestà di governo agli ordinati, ma ammette la cooperazione dei laici. E Praedicate Evangelium, la riforma della Curia di Francesco, lo dice senza ambiguità: qualunque fedele può presiedere un Dicastero, quando ne ricorrano le condizioni.
Una consacrata a capo di un Dicastero non «fa il prete». Esercita un ufficio. Sembra banale. Evidentemente non lo è — e il motivo, spesso, non è teologico.
Una resistenza che ha un nome
Dietro l'obiezione «non è un sacerdote» si nasconde quasi sempre un riflesso più antico: l'idea che l'autorità, in un'istituzione secolarmente maschile, non possa che restare in mani maschili. Nelle istituzioni gerarchiche una distribuzione storica dei ruoli tende a travestirsi da necessità naturale. Se per secoli il potere è stato concentrato nel clero — e il clero è stato, per legge, solo maschile — quella concentrazione finisce per sembrare dottrina, quando è solo consuetudine.
È qui che la questione teologica scivola in questione sociale: non si teme tanto che una donna «faccia il prete», quanto che una donna comandi. La Chiesa ha conosciuto badesse con autorità giuridica notevole, senza che nessuno pensasse di ordinarle. La resistenza di oggi difende meno un sacramento che una gerarchia di genere.
Il rischio di svuotare il sacerdozio
Un sacerdote celebra l'Eucaristia in virtù dell'Ordine; una consacrata alla guida di un organismo no. Confondere le due cose non rafforza la teologia del sacerdozio: la impoverisce, e copre con un linguaggio sacro quella che è, in realtà, resistenza al potere femminile.
La domanda giusta
Non «possiamo avere le suore al governo della Chiesa?» — provocazione sbagliata in partenza. Ma: quali funzioni richiedono l'Ordine, e quali richiedono invece competenza, esperienza, mandato? Se una funzione non richiede l'Ordine, perché riservarla a chi lo ha ricevuto? «Si è sempre fatto così» non è una categoria teologica. È, spesso, solo l'alibi di un'abitudine di genere mai messa in discussione.
Il paradosso
Distinguere sacramento e potere non indebolisce il sacerdozio: lo restituisce alla sua specificità. Il sacerdote non perde nulla se una donna dirige un organismo ecclesiale. La Chiesa non diventa meno gerarchica distribuendo responsabilità: diventa più adulta.
Il vero problema non sono «le suore al governo». È un'istituzione che, confondendo da troppo tempo autorità, status e potere maschile, rischia di scambiare un pregiudizio sociale per una verità di fede.
In conclusione: il “si è sempre fatto così” non induce forse a traslare questa concezione, sostanzialmente antifemminista, anche nella società?
Ogni volta che una donna consacrata o un laico assume un ruolo di responsabilità nella Chiesa, arriva puntuale l'obiezione: «Ma non è un sacerdote». Sembra teologia. Spesso è solo antifemminismo travestito da dottrina.
Cosa dice davvero la Chiesa
Il diritto canonico è chiaro. La Lumen gentium ( Paolo VI 1964 ) distingue il sacerdozio ministeriale da quello comune dei fedeli, ma non ne discende che ogni incarico di governo spetti a un ministro ordinato. Il canone 129 riconosce la potestà di governo agli ordinati, ma ammette la cooperazione dei laici. E Praedicate Evangelium, la riforma della Curia di Francesco, lo dice senza ambiguità: qualunque fedele può presiedere un Dicastero, quando ne ricorrano le condizioni.
Una consacrata a capo di un Dicastero non «fa il prete». Esercita un ufficio. Sembra banale. Evidentemente non lo è — e il motivo, spesso, non è teologico.
Una resistenza che ha un nome
Dietro l'obiezione «non è un sacerdote» si nasconde quasi sempre un riflesso più antico: l'idea che l'autorità, in un'istituzione secolarmente maschile, non possa che restare in mani maschili. Nelle istituzioni gerarchiche una distribuzione storica dei ruoli tende a travestirsi da necessità naturale. Se per secoli il potere è stato concentrato nel clero — e il clero è stato, per legge, solo maschile — quella concentrazione finisce per sembrare dottrina, quando è solo consuetudine.
È qui che la questione teologica scivola in questione sociale: non si teme tanto che una donna «faccia il prete», quanto che una donna comandi. La Chiesa ha conosciuto badesse con autorità giuridica notevole, senza che nessuno pensasse di ordinarle. La resistenza di oggi difende meno un sacramento che una gerarchia di genere.
Il rischio di svuotare il sacerdozio
Un sacerdote celebra l'Eucaristia in virtù dell'Ordine; una consacrata alla guida di un organismo no. Confondere le due cose non rafforza la teologia del sacerdozio: la impoverisce, e copre con un linguaggio sacro quella che è, in realtà, resistenza al potere femminile.
La domanda giusta
Non «possiamo avere le suore al governo della Chiesa?» — provocazione sbagliata in partenza. Ma: quali funzioni richiedono l'Ordine, e quali richiedono invece competenza, esperienza, mandato? Se una funzione non richiede l'Ordine, perché riservarla a chi lo ha ricevuto? «Si è sempre fatto così» non è una categoria teologica. È, spesso, solo l'alibi di un'abitudine di genere mai messa in discussione.
Il paradosso
Distinguere sacramento e potere non indebolisce il sacerdozio: lo restituisce alla sua specificità. Il sacerdote non perde nulla se una donna dirige un organismo ecclesiale. La Chiesa non diventa meno gerarchica distribuendo responsabilità: diventa più adulta.
Il vero problema non sono «le suore al governo». È un'istituzione che, confondendo da troppo tempo autorità, status e potere maschile, rischia di scambiare un pregiudizio sociale per una verità di fede.
In conclusione: il “si è sempre fatto così” non induce forse a traslare questa concezione, sostanzialmente antifemminista, anche nella società?
G.Pelle
























