Church Pocket/121. "Ma ce l'hai con le suore?". Il vero nodo sul governo della Chiesa

Dopo l'articolo sulla nuova Legge fondamentale dello Stato della Città del Vaticano mi è stata rivolta, più volte, la stessa osservazione: «Perché ce l'hai con le suore al governo della Chiesa?». Molti preti che mi seguono e leggono «ma di nascosto per timore dei Giudei (Gv 19, 38)» come Giuseppe di Arimatea per evitare di essere immediatamente catalogati in uno schieramento, mi hanno raggiunto per pormi questa questione. È un clima che dice già molto del momento ecclesiale che stiamo vivendo: prima ancora di discutere gli argomenti, spesso ci si preoccupa dell'etichetta che verrà apposta a chi li propone. La domanda resta legittima. E proprio perché è legittima merita una risposta chiara. La risposta, però, è molto semplice. Spoiler: non ce l'ho con le suore. Non ho alcuna difficoltà ad affermare che una donna – consacrata e non – possa possedere competenze amministrative, giuridiche o organizzative superiori a quelle di molti cardinali, vescovi o sacerdoti. Sarebbe assurdo sostenere il contrario. Né il Battesimo né il sesso determinano automaticamente le capacità di governo, di studio o di amministrazione. La storia della Chiesa è costellata di sante che, pur senza aver ricevuto il sacramento dell'Ordine, hanno esercitato un'influenza straordinaria sul piano spirituale, culturale e perfino ecclesiale. Basti pensare a figure come Caterina da Siena, Teresa d'Avila, Ildegarda di Bingen o Teresa di Lisieux, il cui magistero spirituale continua ancora oggi a illuminare la vita della Chiesa.
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Il punto, però, è un altro. E riguarda la teologia, non la sociologia. Chi segue questa rubrica sa che da tempo mi occupo di questi temi. La mia riflessione sul diaconato femminile, sul rapporto tra Battesimo e Ordine e sulla natura del ministero nasce da un interesse accademico prima ancora che giornalistico. La mia stessa tesi di Baccellierato – pur agendo su un piano liturgico e sacramentale e non puramente di teologia fondamentale – prende avvio dal mandato missionario di Cristo: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli… » (Mt 28,19-20). È da quel testo che nasce, nella riflessione della Chiesa, il rapporto tra missione, ministero e successione apostolica. Per questo motivo il dibattito non può essere ridotto alla domanda: “una donna può governare?”. La domanda teologicamente corretta è un'altra: quale rapporto esiste tra il sacramento dell'Ordine e alcuni uffici di governo nella Chiesa?
È una differenza enorme. Il Concilio Vaticano II insegna che tutti i battezzati partecipano realmente alla missione della Chiesa. Questa è la grande dottrina del sacerdozio comune dei fedeli (Lumen gentium, 10-11). Ogni cristiano è chiamato ad annunciare il Vangelo, a testimoniare Cristo nel mondo e a partecipare, secondo la propria vocazione, all'edificazione del Popolo di Dio. Su questo non esiste alcuna gerarchia di dignità tra uomo e donna, tra laico e consacrato. Il Battesimo è il fondamento della comune dignità cristiana. Ma il Concilio aggiunge immediatamente un'altra precisazione, spesso dimenticata: il sacerdozio comune e il sacerdozio ministeriale «differiscono essenzialmente e non solo di grado» (Lumen gentium, 10). Questa frase è decisiva. Non significa che uno sia “più importante” dell'altro. Significa che appartengono a due realtà teologicamente diverse. Da qui deriva anche la distinzione tra la partecipazione di tutti i fedeli alla missione della Chiesa e quei ministeri che, per loro natura, sono legati alla successione apostolica. È esattamente su questo terreno che nasce la mia riflessione critica.
Quando osservo alcune riforme recenti non mi domando se una religiosa sia capace di amministrare uno Stato o un dicastero. Mi domando se l'evoluzione degli assetti ecclesiali stia progressivamente attenuando quella distinzione tra ministero ordinato e dignità battesimale che la tradizione cattolica ha sempre custodito. Per questo trovo poco convincente anche l'argomento opposto, secondo cui ogni critica a queste scelte sarebbe automaticamente una forma di misoginia ecclesiale. È una semplificazione che non aiuta il confronto. La questione non riguarda il valore delle donne. Quel valore deriva dal Battesimo e nessuno lo mette in discussione. Riguarda piuttosto la natura della Chiesa. La Chiesa non è soltanto un'organizzazione che distribuisce incarichi secondo criteri di efficienza. È una realtà sacramentale. E nella realtà sacramentale la funzione non può mai essere separata completamente dal significato teologico del ministero.
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Mi è stato anche obiettato che una simile impostazione finirebbe per scoraggiare le vocazioni sacerdotali. Non ne sono convinto. Pur occorrendo un serio esame sulla formazione sacerdotale odierna e una seria riforma dei seminari, il problema non è avere più o meno preti, ma avere preti che sappiano vivere fino in fondo la propria identità ministeriale. Il Concilio Vaticano II non ha mai identificato la vitalità della Chiesa con il numero del clero, ma con la santità del Popolo di Dio (Lumen gentium, cap. V). Personalmente non mi spaventerebbe una Chiesa con meno sacerdoti, se questo significasse comunità più mature nella fede, laici realmente corresponsabili, famiglie che trasmettono il Vangelo e presbiteri meno schiacciati da un attivismo sacramentale che spesso li trasforma in semplici “dispensatori di Messe e sacramenti”. Il sacerdote non nasce per riempire un calendario liturgico, ma per edificare una comunità che vive di Cristo e il compito della Chiesa è la salvezza delle anime. 
Perché, alla fine, il problema non è se una suora possa governare meglio di un cardinale. Il problema è comprendere quale immagine di Chiesa stiamo costruendo: una comunità che distingue ancora con chiarezza tra il sacerdozio comune dei fedeli e il ministero apostolico, oppure una comunità nella quale questa distinzione rischia progressivamente di diventare sempre meno percepibile Ed è su questa domanda, non sulle persone, che credo valga la pena continuare a riflettere. Gesù non ha mai detto agli Apostoli: «Moltiplicate le celebrazioni». Ha detto: «Andate e fate discepoli tutti i popoli» (Mt 28,19). L'Eucaristia resta sempre la fonte e il culmine di tutta la vita cristiana (Lumen gentium, 11); proprio per questo non può essere ridotta a un rito da garantire per abitudine o per semplice copertura del territorio. Essa è il culmine di una fede annunciata, accolta e vissuta, e nello stesso tempo la fonte da cui quella stessa fede continuamente rinasce e si alimenta. Non c'è opposizione tra le due realtà: l'annuncio genera i discepoli, l'Eucaristia li edifica e li invia nuovamente in missione.
Forse, allora, stiamo discutendo della domanda sbagliata. Continuiamo a chiederci chi governa, mentre il Vangelo continua a chiederci chi evangelizza. Ci appassioniamo agli organigrammi, ai titoli, alle competenze, agli equilibri istituzionali. Tutte questioni importanti. Ma il rischio è dimenticare la domanda che Cristo ha lasciato alla sua Chiesa. Non: «Quanti uffici avete creato?». La Chiesa è nata da un mandato missionario, non da un regolamento organizzativo. Tutto il resto — ministeri, uffici, diritto, strutture e perfino il governo — trova il proprio senso soltanto se conduce a quell'unico scopo che il diritto canonico pone come legge suprema della Chiesa: la salus animarum (can. 1752 CIC).
Una Chiesa può certamente affidare molti uffici ai laici. Ma può continuare a pensarsi come Chiesa apostolica se il governo diventa progressivamente indipendente dal ministero apostolico? È questa la domanda che mi pongo. E credo che, prima o poi, tutta la teologia dovrà affrontarla.
Rubrica a cura di Pietro Santoro
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