Palazzo Prinetti, Robbiani: polo di altissima tecnologia che generi flussi di cassa ma a guida e destinazione pubblica
Cortese direttore,
ho letto con molto interesse il tuo editoriale, che ha il merito di parlare di numeri, cash flow e sostenibilità invece che di soli auspici. Condivido la tua conclusione parola per parola: se il Palazzo non produce reddito resterà per sempre com'è, e solo con un progetto concreto e misurabile si può avviare il lavoro. Permettimi tuttavia due precisazioni sulla proposta che ho avanzato, e poi di riempire la casella che tu indichi come vuota: la destinazione d'uso.
La prima: la Fondazione non è un guscio senza contenuto. Scrivi che la mia tesi "mira al recupero dell'edificio, non ancora alla sua destinazione". In realtà una fondazione di partecipazione nasce, attorno ad uno scopo: è l'elemento costitutivo dello statuto, non un dettaglio da rinviare. Lo scopo si definisce nell'atto notarile, e la destinazione d'uso discende dallo studio di fattibilità che la fondazione stessa commissiona come primo atto. Non è quindi "prima il contenitore, poi si vedrà": è un percorso in cui contenitore e contenuto nascono insieme, con Don Mauro Malighetti (come giustamente scrivi a capotavola), perché per ora, come si dice in questi casi, si sta facendo tutti noi, i conti senza l’oste.

La seconda, ancor più strategica: lo scopo deve essere necessariamente pubblico, non privato. E non per un vezzo ideologico, ma per convenienza economica. I canali di finanziamento che rendono possibile un'operazione da milioni di euro, si attivano soltanto se il bene è destinato alla fruizione pubblica. La suggestione del "ritorno alle origini" in chiave condominiale, con abitazioni e attività private, è comprensibile sul piano del cash flow immediato, ma spegnerebbe alla radice proprio i rubinetti che servono per pagare il restauro. Il Palazzo diventerebbe un'operazione immobiliare come tante: legittima, ma senza contributi pubblici, senza donatori incentivati e senza il consenso della comunità. La logica del reddito, che sottoscrivo, va perseguita dentro una cornice di pubblica utilità.
E allora, quale destinazione? La risposta, a mio avviso, Merate ce l'ha letteralmente sotto gli occhi. Il meratese è oggi, senza esagerazione, una piccola Silicon Valley: nel raggio di pochi chilometri dal Castello, opera una concentrazione di imprese ad altissimo contenuto tecnologico (tecnologie per i semiconduttori, elettronica avanzata, meccanica di precisione, forgiatura per l'energia e l'aerospazio), che esporta in tutto il mondo, da lavoro a migliaia di ingegneri e tecnici, con un fatturato aggregato superiore al miliardo di euro (e se pensiamo anche al polo di Agrate – Vimercate, si arriva a quattro miliardi) e che compete stabilmente ai vertici dei rispettivi mercati globali.
E in città, c'è l’INAF con l’Osservatorio Astronomico di Brera, un patrimonio scientifico nazionale che i meratesi stessi frequentano poco, fucina di tantissimi progetti di ricerca scientifica. Quindi parliamo di industria high tech e ricerca avanzata: pochi territori italiani, e nessuna città di quindicimila abitanti a mia memoria, possono vantare uno strato tecnologico di questo spessore. È da qui che deve nascere la vocazione del Castello: un polo formativo e scientifico a vocazione tecnologica e meccatronica, attorno a tre funzioni che si sostengono a vicenda:
Primo: un polo di alta formazione tecnica. Nel tuo editoriale citi, tra le ipotesi “decadute”, l'unità ad elevata specializzazione in meccatronica. Ma quell'idea decadde per mancanza di un soggetto attuatore, non di domanda: oggi le nostre aziende cercano tecnici specializzati. Le ITS Academy (finanziate strutturalmente da Regione Lombardia), richiedono per legge esattamente la filiera che qui esiste già: imprese, ente locale, istituti superiori. Un corso ITS in meccatronica e microelettronica co-promosso dalle aziende del territorio, con aule e laboratori nel Palazzo, darebbe alle imprese i tecnici che chiedono e alla Fondazione un occupante stabile, finanziato e coerente con il vincolo. Altro che ipotesi decaduta: è il business case più solido di tutti.
Secondo: una casa della scienza con l'Osservatorio di Brera. Uno spazio divulgativo permanente per mostre, attività didattiche per le scuole, conferenze, gestito in convenzione con l'INAF, darebbe finalmente una vetrina pubblica a un'eccellenza meratese invisibile e porterebbe nel centro storico scolaresche e famiglie da tutta la Brianza. La Torre visitabile, che tu stesso proponi, ne sarebbe poi il coronamento naturale.
Terzo: un business e visitor center. Le aziende del territorio ricevono ogni anno migliaia di visitatori internazionali (clienti, fornitori, ricercatori), che oggi dormono, cenano e tengono riunioni fuori Merate. Il salone d’onore come sede di rappresentanza per convegni ed eventi: sale riunioni a noleggio, spazi di coworking per professionisti e una piccola foresteria genererebbero esattamente quel cash flow che tu giustamente auspichi, portando in città un indotto che oggi si disperde altrove.
Ribadisco infine e con convinzione, la creazione di un gruppo di lavoro con Don Mauro Malighetti, l'attuale sindaco e noi ex sindaci: per quanto mi riguarda, io ci sono, e credo che anche gli altri farebbero volentieri la loro parte. Un gruppo di lavoro di alto profilo, da cui auspicabilmente possano uscire un mandato chiaro e un indirizzo operativo per intervenire su un edificio che non è solo un simbolo, ma è la storia stessa di Merate Il Castello ha atteso trent'anni di dibattiti; non merita di attenderne ancora e auspico che sia ora il tempo dell’azione.
ho letto con molto interesse il tuo editoriale, che ha il merito di parlare di numeri, cash flow e sostenibilità invece che di soli auspici. Condivido la tua conclusione parola per parola: se il Palazzo non produce reddito resterà per sempre com'è, e solo con un progetto concreto e misurabile si può avviare il lavoro. Permettimi tuttavia due precisazioni sulla proposta che ho avanzato, e poi di riempire la casella che tu indichi come vuota: la destinazione d'uso.
La prima: la Fondazione non è un guscio senza contenuto. Scrivi che la mia tesi "mira al recupero dell'edificio, non ancora alla sua destinazione". In realtà una fondazione di partecipazione nasce, attorno ad uno scopo: è l'elemento costitutivo dello statuto, non un dettaglio da rinviare. Lo scopo si definisce nell'atto notarile, e la destinazione d'uso discende dallo studio di fattibilità che la fondazione stessa commissiona come primo atto. Non è quindi "prima il contenitore, poi si vedrà": è un percorso in cui contenitore e contenuto nascono insieme, con Don Mauro Malighetti (come giustamente scrivi a capotavola), perché per ora, come si dice in questi casi, si sta facendo tutti noi, i conti senza l’oste.

La seconda, ancor più strategica: lo scopo deve essere necessariamente pubblico, non privato. E non per un vezzo ideologico, ma per convenienza economica. I canali di finanziamento che rendono possibile un'operazione da milioni di euro, si attivano soltanto se il bene è destinato alla fruizione pubblica. La suggestione del "ritorno alle origini" in chiave condominiale, con abitazioni e attività private, è comprensibile sul piano del cash flow immediato, ma spegnerebbe alla radice proprio i rubinetti che servono per pagare il restauro. Il Palazzo diventerebbe un'operazione immobiliare come tante: legittima, ma senza contributi pubblici, senza donatori incentivati e senza il consenso della comunità. La logica del reddito, che sottoscrivo, va perseguita dentro una cornice di pubblica utilità.
E allora, quale destinazione? La risposta, a mio avviso, Merate ce l'ha letteralmente sotto gli occhi. Il meratese è oggi, senza esagerazione, una piccola Silicon Valley: nel raggio di pochi chilometri dal Castello, opera una concentrazione di imprese ad altissimo contenuto tecnologico (tecnologie per i semiconduttori, elettronica avanzata, meccanica di precisione, forgiatura per l'energia e l'aerospazio), che esporta in tutto il mondo, da lavoro a migliaia di ingegneri e tecnici, con un fatturato aggregato superiore al miliardo di euro (e se pensiamo anche al polo di Agrate – Vimercate, si arriva a quattro miliardi) e che compete stabilmente ai vertici dei rispettivi mercati globali.
E in città, c'è l’INAF con l’Osservatorio Astronomico di Brera, un patrimonio scientifico nazionale che i meratesi stessi frequentano poco, fucina di tantissimi progetti di ricerca scientifica. Quindi parliamo di industria high tech e ricerca avanzata: pochi territori italiani, e nessuna città di quindicimila abitanti a mia memoria, possono vantare uno strato tecnologico di questo spessore. È da qui che deve nascere la vocazione del Castello: un polo formativo e scientifico a vocazione tecnologica e meccatronica, attorno a tre funzioni che si sostengono a vicenda:
Primo: un polo di alta formazione tecnica. Nel tuo editoriale citi, tra le ipotesi “decadute”, l'unità ad elevata specializzazione in meccatronica. Ma quell'idea decadde per mancanza di un soggetto attuatore, non di domanda: oggi le nostre aziende cercano tecnici specializzati. Le ITS Academy (finanziate strutturalmente da Regione Lombardia), richiedono per legge esattamente la filiera che qui esiste già: imprese, ente locale, istituti superiori. Un corso ITS in meccatronica e microelettronica co-promosso dalle aziende del territorio, con aule e laboratori nel Palazzo, darebbe alle imprese i tecnici che chiedono e alla Fondazione un occupante stabile, finanziato e coerente con il vincolo. Altro che ipotesi decaduta: è il business case più solido di tutti.
Secondo: una casa della scienza con l'Osservatorio di Brera. Uno spazio divulgativo permanente per mostre, attività didattiche per le scuole, conferenze, gestito in convenzione con l'INAF, darebbe finalmente una vetrina pubblica a un'eccellenza meratese invisibile e porterebbe nel centro storico scolaresche e famiglie da tutta la Brianza. La Torre visitabile, che tu stesso proponi, ne sarebbe poi il coronamento naturale.
Terzo: un business e visitor center. Le aziende del territorio ricevono ogni anno migliaia di visitatori internazionali (clienti, fornitori, ricercatori), che oggi dormono, cenano e tengono riunioni fuori Merate. Il salone d’onore come sede di rappresentanza per convegni ed eventi: sale riunioni a noleggio, spazi di coworking per professionisti e una piccola foresteria genererebbero esattamente quel cash flow che tu giustamente auspichi, portando in città un indotto che oggi si disperde altrove.
Ribadisco infine e con convinzione, la creazione di un gruppo di lavoro con Don Mauro Malighetti, l'attuale sindaco e noi ex sindaci: per quanto mi riguarda, io ci sono, e credo che anche gli altri farebbero volentieri la loro parte. Un gruppo di lavoro di alto profilo, da cui auspicabilmente possano uscire un mandato chiaro e un indirizzo operativo per intervenire su un edificio che non è solo un simbolo, ma è la storia stessa di Merate Il Castello ha atteso trent'anni di dibattiti; non merita di attenderne ancora e auspico che sia ora il tempo dell’azione.
Andrea Robbiani
Caro Robbiani
A mio parere questo è un tentativo, almeno sul piano teorico, già esplorato ma senza successo. Tuttavia come scrivi il meratese è davvero una piccola Silicon Valley (e non una Brianza Valley che non c’entra un cavolo). Se al nucleo di ex sindaci più l’attuale più il Parroco si unissero i rappresentanti della decina di aziende che operano nell’altissima tecnologia allora la strada da Te indicata è percorribile e anche i finanziamenti si troverebbero con maggiore facilità. Bisogna premere quanto prima lo start e accendere il motore. Chi lo preme? Questo giornale è a disposizione per sostenere su larga scala l’iniziativa.C.B.
























