Palazzo Prinetti: ritorno alle origini per uscire dall’impasse

Puntuale come morte e tasse, impetuoso come un fiume carsico, il tema Palazzo Prinetti è balzato di nuovo agli onori della cronaca meratese. In ciascun intervento è emerso il tratto caratteriale dell’autore: Giacomo Ventrice, espone concetti condivisibili ma scontati, astratti; Massimo Panzeri rievoca ciò che fece; Andrea Robbiani, quello che si dovrebbe fare; Mattia Salvioni, sindaco in carica, quello che farà una volta inaugurata la Città del benessere, ovvero nel 2035. Quattro interventi, quattro tagli diversi, tutti concentrati sull’argomento che si dibatte da anni senza trovare una via d’uscita, né relativamente alle risorse finanziarie né, tanto meno, sulla destinazione finale.
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Giacomo Ventrice, Massimo Panzeri, Andrea Robbiani, Mattia Salvioni

 Intanto la premessa imprescindibile: urge sentire il proprietario pro tempore, cioè don Mauro Malighetti, che cosa pensa, se ha qualche intenzione, se immagina un utilizzo del Castello. In assenza di progetti e sempre con don Malighetti a capo tavola, occorre mettere assieme un gruppo di lavoro, il cui nucleo potrebbe essere costituito dagli ex sindaci Dario Perego, Battista Albani, Andrea Robbiani, Andrea Massironi, Massimo Panzeri e dall’attuale, per decidere le prime mosse, valutare un eventuale partenariato pubblico-privato, scegliere la forma giuridica del nuovo soggetto; tenendo presente che le ipotesi sin qui formulate (sede staccata del Politecnico, centro alberghiero come Casargo, unità a elevata specializzazione in meccatronica, scuola specializzata in arte cinematografica, museo) sono decadute.
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Dario Perego, Giovanni Battista Albani, Andrea Massironi
Inoltre di mezzo c’è la Soprintendenza la cui rigidità è già costata il crollo dell’ex oratorio (si ricorda l’ipotesi del compianto Raffaele de Sario di destinare l’ex oratorio maschile a tempio crematorio, bocciato a metà degli anni novanta).

Dunque, che fare? La tesi di Robbiani è interessante, una Fondazione di Partecipazione, ma mira al recupero dell’edificio, non ancora alla sua destinazione d’uso.

Ebbene rasentando la semplificazione la nostra idea è di tornare alle origini, quando il Palazzo era abitato da alcune famiglie, era sede del famosissimo Bar Castello di Pino Pesola nonché di alcune attività (come l’Azione Cattolica e uno studio di architettura) e importante luogo di incontri, conferenze, studi grazie alle sontuose sale come la Paolo VI e il salone dei convegni.
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E qualora la fantasia al potere riuscisse a concretizzare qualcosa di utile, anche sede del Commissariato della Polizia di Stato in tutto il piano terra. All’esterno c’è lo spazio per un parcheggio di superficie e comunque un interrato non è impossibile sfruttando la pendenza del terreno che scende fino all’oratorio maschile.
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Il tutto nella logica di generare cash flow, inserendo il Prinetti in una modalità condominiale, di conservazione certo, ma in linea con i tempi moderni, senza artifici burocratici che rallentano o impediscono addirittura di raggiungere qualsiasi soluzione. La gestione può essere demandata al comune di Merate o alla Fondazione se avrà dotazione di risorse umane (soprattutto se capaci di valorizzare le grandi opportunità offerte dal Prinetti). La Torre, già parzialmente ristrutturata, può essere oggetto di interventi di messa in sicurezza e poi aperta al pubblico, ovviamente sempre a pagamento.
L’intera proprietà può restare in capo al Beneficio Parrocchiale con un contratto di comodato gratuito per 40/99 anni con la Fondazione.
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Sono idee messe sul tavolo per rimuovere le incrostazioni teoriche – come la “Merate del Benessere 2035”, già l’anno dice tutto – le manifestazioni di intenti fine a se stesse, gli auspici sempre condivisibili e avviare un confronto su basi reali.
Se il Palazzo non produce reddito resterà per sempre com’è ora, subendo l’inclemenza del tempo che passa.
Se il piano industriale presenta margini di sostenibilità allora anche i finanziamenti sia pure di lunghissimo termine si possono trovare. Oggi si sottoscrivono mutui a 40 anni.
Con una struttura gestionale dinamica si possono battere tutte le strade per raccogliere fondi da sommare a contributi statali, regionali, provinciali e da bandi pubblici nazionali e europei.
Ma solo con un progetto concreto e misurabile si può avviare il lavoro.
Claudio Brambilla
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