Merate, Robbiani sul Prinetti: l’unica soluzione possibile è la “Fondazione di partecipazione”

Cortese Direttore,
ho letto con attenzione l'intervento dell'amico Giacomo Ventrice che ha rilanciato l'allarme sullo stato di Palazzo Prinetti. Le fotografie pubblicate parlano da sole e non hanno bisogno di commenti. Ventrice ha ragione e ha ragione anche quando scrive che senza il rilancio del Castello non ci sarà mai il rilancio del centro storico: le piazze, i negozi e la socialità di Merate dipendono anche dal futuro di Palazzo Prinetti.
Mi inserisco nel dibattito con una consapevolezza particolare e — lo dico subito — anche con una parte di responsabilità. Ho amministrato questa città da sindaco e conosco dall'interno il meccanismo che tiene il Castello in ostaggio da decenni. Ventrice parla di "immobilismo delle precedenti consigliature" e di "posizioni attendiste": non mi sottraggo alla critica, che riguarda anche la stagione in cui la responsabilità era mia, sebbene quel mandato sia stato inevitabilmente assorbito dalla necessità di affrontare le complesse e dolorose vicende di Palazzo Tettamanti e dell'Area Cazzaniga.
Tuttavia, il nodo lo conosciamo tutti, anche se raramente viene esplicitato fino in fondo. Il palazzo appartiene dal 1946 alla Parrocchia, che non ha — né realisticamente potrà mai avere — le risorse necessarie per affrontare un restauro di questa portata. Il Comune, dal canto suo, non può investire risorse pubbliche significative in un bene privato senza uno strumento giuridico che garantisca ai cittadini una stabile fruizione pubblica. Così ciascuno, legittimamente, attende che sia l'altro a compiere il primo passo.
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Il castello illuminato visto da IMS droni

Mi sento però di dire una cosa con franchezza: gli appelli, da soli, non bastano. In questi anni non sono mancati. La questione riaffiora periodicamente, suscita indignazione, occupa per qualche giorno il dibattito pubblico e poi torna nel silenzio. Non perché manchi la buona volontà, ma perché manca lo strumento capace di rompere uno stallo che dura ormai da quasi ottant'anni.
Aggiungo una considerazione sull'ipotesi, di acquisire il Castello al patrimonio pubblico comunale. Non ritengo sia una strada realisticamente percorribile. Un'operazione di questo tipo richiederebbe una rigorosa dimostrazione dell'interesse pubblico, un progetto di destinazione già definito e risorse ingentissime per l'acquisto, il restauro e la successiva gestione, ben oltre le possibilità di un Comune delle dimensioni di Merate.
Esiste tuttavia uno strumento pensato proprio per situazioni come questa e vorrei che il dibattito aperto sulle sue pagine facesse un passo avanti: dalla denuncia alla proposta. Lo strumento si chiama “fondazione di partecipazione”. Non si tratta di un artificio giuridico né di una formula teorica. È un modello concepito proprio per superare quelle situazioni nelle quali proprietà privata e interesse pubblico rischiano di rimanere bloccati l'uno di fronte all'altro.
La fondazione diventerebbe inoltre il naturale collettore di risorse che oggi nessuno dei soggetti coinvolti può attivare autonomamente: dall'Art Bonus ai contributi dell'8 per mille, fino ai numerosi bandi pubblici e privati dedicati alla tutela del patrimonio culturale. Non è una teoria. È un modello che ha già consentito di salvare complessi monumentali che sembravano destinati all'abbandono, aggregando attorno a un bene storico istituzioni, soggetti privati e comunità locali. Un esempio virtuoso è rappresentato ad esempio, dalla Fondazione Castello di Padernello.
Una fondazione di partecipazione riunisce soggetti pubblici e privati — enti locali, proprietà, imprese, associazioni e cittadini — attorno a uno scopo condiviso di interesse generale, dotandolo di un patrimonio dedicato e di una governance stabile, capace di sopravvivere ai cicli politici. Nel caso di un bene culturale, ha il compito di promuoverne il restauro, la tutela e la valorizzazione, garantendone la fruizione pubblica permanente e rendendo accessibili canali di finanziamento oggi difficilmente raggiungibili.
Come potrebbe funzionare? La Parrocchia non vende il Castello e non rinuncia alla proprietà. Conferisce il bene in uso pluriennale alla fondazione costituita insieme al Comune e agli altri soggetti che vorranno partecipare. La proprietà rimane dov'è; ciò che cambia è il soggetto chiamato a reperire le risorse, restaurare il bene e gestirlo nell'interesse della comunità.
Ed è proprio questo il vero salto di qualità, l'unica risposta concreta all'auspicio espresso da Ventrice di coinvolgere imprese, associazioni e cittadini in un percorso condiviso. La fondazione, per sua natura, è aperta: possono aderirvi nel tempo la Regione, la Provincia, le fondazioni bancarie, le imprese del territorio, le associazioni e i singoli cittadini. Anche quel comitato a tutela di Palazzo Prinetti che Ventrice propone giustamente di rilanciare, troverebbe qui il suo approdo naturale e permanente: non più soltanto un soggetto di denuncia, ma parte integrante della governance del bene.
So, per esperienza diretta, che i tempi della politica e quelli degli edifici non coincidono: un mandato amministrativo dura cinque anni, un restauro può attraversarne tre o quattro. Ed è proprio per questo che serve una fondazione. Perché sopravvive alle giunte, ai cambi di maggioranza e alle campagne elettorali, mettendo Palazzo Prinetti al riparo dalla tentazione di rinviare sempre tutto al mandato successivo.
Dopo ottant'anni, il tema non è più individuare le responsabilità dell'immobilismo che ha condotto all'attuale stato di degrado di Palazzo Prinetti. Il tema è costruire lo strumento che renda finalmente possibile la soluzione.
Per quel che può valere l'esperienza di chi questa città l'ha amministrata, credo che questo percorso potrebbe prendere avvio proprio riunendo attorno a un tavolo gli ex sindaci e il sindaco in carica. Al di là delle appartenenze politiche, la loro autorevolezza istituzionale rappresenterebbe una garanzia di equilibrio, continuità e credibilità, consentendo alla fondazione di nascere su basi largamente condivise e di accompagnare Palazzo Prinetti ben oltre la durata di una singola amministrazione.
Un confronto di questo livello, finalizzato a definire i principi statutari della futura fondazione, rappresenterebbe un segnale di responsabilità istituzionale senza precedenti per la città. Sarebbe il modo migliore per coinvolgere, fin dalle prime fasi, tutti gli attori diretti e indiretti, accelerando la costruzione del progetto e creando le condizioni affinché magari già nel 2027 possano essere avviati i primi interventi basilari ma necessari, di messa in sicurezza del Castello.
Andrea Robbiani
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