La Valletta: sanità, parlano medici di base e specialisti

“Migliorare la sanità lombarda": questo il titolo dell'incontro promosso dal consigliere regionale Gian Mario Fragomeli che giovedì 11 giugno ha raccolto numerosi cittadini di La Valletta Brianza nel salone di Piazza Suor Agnese Colombo. Tra i temi al centro del dibattito il futuro della sanità pubblica, la carenza di medici e infermieri, il ruolo delle Case di Comunità, le liste d’attesa e il progressivo avanzare del settore privato nel sistema sanitario. 
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Dopo i saluti iniziali di Paola Panzeri, referente del centro di aggregazione per la terza età “Il Caffè degli Anta”, ad aprire gli interventi è stato il dottor Umberto Motta, già medico di famiglia, che ha espresso una posizione critica nei confronti del modello delle Case di Comunità. «L’attività del medico di famiglia si manifesta attraverso molteplici funzioni: visite in ambulatorio, assistenza domiciliare, prescrizioni, consigli e attività di consulenza. Al di là dei singoli atti, però il valore più importante di questa figura risiede nel rapporto di fiducia che si costruisce nel tempo con il paziente». Secondo Motta, questo modello rischia però di essere indebolito dall’inserimento dei professionisti di medicina generale all’interno di strutture organizzate secondo logiche più vicine a quelle ospedaliere, dove la continuità del rapporto personale potrebbe lasciare spazio a un'assistenza più frammentata. Il medico sostiene che queste strutture siano state realizzate sfruttando le opportunità offerte dai fondi PNRR senza una sufficiente riflessione sul loro effettivo impatto organizzativo.
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Paola Panzeri

«L’essenza del medico di famiglia è la consulenza personalizzata al cittadino» ha ribadito, esprimendo il timore che l’attuale impostazione possa portare nel tempo alla scomparsa della figura tradizionale del medico di base. La riflessione si è poi spostata sulla preoccupazione per il possibile coinvolgimento di soggetti privati nella gestione delle Case di e degli Ospedali di Comunità: «Se queste strutture venissero affidate tramite bandi a grandi gruppi sanitari privati, i professionisti dovrebbero rispondere prima di tutto ai bisogni dei cittadini o agli interessi di chi li paga?». Motta, pur ribadendo di non essere contrario alle Case di Comunità in sé, ha concluso che queste realtà dovrebbero essere maggiormente legate al territorio e non modellate secondo schemi ospedalieri. 
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Giordano Vergani e Umberto Motta

La parola è poi passata al dottor Giordano Vergani, medico di medicina generale nel Comune di La Valletta Brianza che ha invitato a guardare il tema della sanità con uno sguardo più ampio: «Più che semplici spostamenti di personale da una struttura all’altra, il problema è che i medici mancano davvero in molti contesti » ha esordito. Secondo Vergani, la progressiva fuga degli specialisti dagli ospedali pubblici è legata a motivazioni ben precise: nel settore privato gli stipendi sono generalmente più elevati e le condizioni di lavoro risultano spesso più sostenibili. «Se il sistema lo consente, è naturale che molti scelgano questa strada» ha osservato. Il medico ha quindi invitato a non limitare l'analisi della realtà meratese, ma a considerare il quadro regionale e nazionale nel suo complesso: «Esistono territori, soprattutto nelle aree montane e più periferiche, dove il medico di base è assente o si trova a molti chilometri di distanza dai cittadini», creando problemi ben diversi rispetto a quelli vissuti nelle zone più densamente popolate. Proprio per questo, ha spiegato, è comprensibile che politica e opinione pubblica mettano in discussione il modello del medico libero professionista che può scegliere dove esercitare la propria attività. Allo stesso tempo, però, ha sottolineato come sia difficile immaginare soluzioni valide ovunque, proprio perché la sanità italiana è estremamente diversa da zona a zona.
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A raccontare la sua esperienza come medico rianimatore è stata la dottoressa Milena Mucci: «Quando ho iniziato si lavorava per il paziente e l’obiettivo era la cura del malato. Gli aspetti economici passavano in secondo piano». La dottoressa ha descritto la propria generazione come fortunata, segnata da una forte vocazione professionale e di un sistema che poneva al centro il paziente. A segnare un punto di svolta è stata l’introduzione di nuovi modelli organizzativi e dei DRG, che hanno progressivamente trasformato gli ospedali in aziende: «Da quel momento il servizio Sanitario Nazionale ha iniziato a subire continui colpi» ha osservato, sottolineando l’ingresso di logiche di produttività ed economiche che hanno modificato radicalmente il lavoro sanitario. 
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A questo processo si è aggiunta la crescita del settore privato, che secondo Mucci ha contribuito a indebolire il senso di dedizione al paziente. Il Covid, inoltre, ha amplificato criticità già presenti: personale sotto pressione, turni pesanti, stipendi bassi e mancato riconoscimento del lavoro svolto durante l’emergenza. Nel post-pandemia, ha evidenziato, molti professionisti sono stati spinti verso il privato, attratti da condizioni economiche e organizzative migliori, mentre il pubblico ha continuato a perdere attrattività. In questo contesto, ha ricordato anche il ruolo delle cooperative, da non demonizzare perché spesso utilizzate da personale qualificato per far fronte alle difficoltà del sistema.
Mucci ha poi chiarito che il problema non è tanto la quantità di medici, quanto la loro distribuzione: l’Italia ne ha molti, ma pochi scelgono le specialità più impegnative, mentre infermieri e reparti ospedalieri risultano sempre più in sofferenza. Criticità aggravata dall’uso di specializzandi, che dovrebbero essere medici in formazione, ma che per coprire le carenze di personale, vengono spesso utilizzati come medici già pienamente operativi per coprire i vuoti di organico. 
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A chiudere la serata è stato il consigliere regionale Gian Mario Fragomeli che, richiamando i dati sulla mobilità dei pazienti e sulla differenza tra posti letto accreditati a posti effettivamente attivi, ha evidenziato che le criticità non riguardano solo la carenza di personale, ma anche l’organizzazione complessiva dei servizi e la loro effettiva accessibilità. 
F.Ri.
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