La fatica dell'attesa la percezione di essere trascurati non possono generare accuse di incompetenza o superficialità

Articolo: Mandic P.S.: 5 ore di attesa senza alcuna assistenza. Ma che modo è di fare sanità?

Ci sono attese che sembrano interminabili. Sedie scomode, minuti chediventano ore, la paura che cresce  insieme alla febbre. Chiunque si sia trovato in un pronto soccorso accanto a una persona cara conosce quella sensazione: sentirsi soli, sospesi.
La paura e il dolore sono esperienze profondamente soggettive. La fatica più grande, per chi lavora in medicina d’urgenza, è proprio questa: trasformare ciò che si sente in qualcosa di oggettivo, valutabile,
misurabile. Stabilire priorità non in base a quanto si soffre, che è sempre reale per tutti, ma in base a quanto una condizione è clinicamente grave.

Ma c’è un altro tempo, meno visibile, che scorre nello stesso momento.
Un tempo fatto di decisioni rapide, di mani che lavorano senza fermarsi, di vite che si tengono per un filo. È un tempo che non si vede dalla sala d’attesa, ma che spesso determina chi può aspettare… e chi no.

Il pronto soccorso non è il luogo delle risposte semplici. Non è il posto del “tentiamo e vediamo”, della soluzione rapida, della Tachipirina data solo per tranquillizzare. È il luogo dove si studia, si valuta, si sceglie con responsabilità, è il luogo dove si cura. Dove la preparazione conta più della fretta e dove anche il non intervenire subito è, a volte, una scelta clinica precisa, non una dimenticanza, o una leggerezza.

Io vivo accanto a un medico di pronto soccorso. E questo cambia sicuramente lo sguardo.
Significa vedere rientrare a casa stremati, portarsi dentro storie che non si possono raccontare, convivere con il peso di decisioni prese mentre altri dormono. Significa sapere, con certezza, che dietro quel
lavoro non c’è menefreghismo. C’è dedizione. C’è competenza. C’è, spesso, un’umanità silenziosa che non finisce sui giornali.
E allora una domanda, inevitabile, resta: se quella situazione si è risolta, se oggi quella persona è a casa, in condizioni stabili, siamo davvero sicuri che la valutazione iniziale fosse così sbagliata? O forse, mentre si attendeva, qualcun altro stava vivendo un’urgenza più grande, meno visibile ma più grave?
Questo non cancella la fatica dell’attesa. Non cancella la percezione di essere trascurati. Ma trasformare quella percezione in accuse di incompetenza, in descrizioni generalizzate e soprattutto in frasi che sfiorano la giustificazione della violenza, è qualcosa che va oltre lo sfogo.
Perché c’è un confine. E quando si arriva a dire, anche solo insinuare, che chi lavora in sanità “forse se lo merita”, quel confine viene superato.
La violenza non è mai una risposta. Mai!
La sanità certo ha problemi, limiti, carenze. È giusto parlarne. È giusto chiedere di più. Ma c’è una differenza profonda tra pretendere e delegittimare, tra raccontare un’esperienza e distruggere la dignità di chi ogni giorno sceglie di esserci, nonostante tutto.
Forse il punto è proprio questo: imparare a guardare anche ciò che non si vede. Perché è lì, nel lavoro invisibile, nel peso che non arriva fuori da quelle porte, che si misura davvero il valore di chi sta dentro. 
E prima di trasformare la rabbia in giudizio, fermarsi un attimo. Non per giustificare tutto. Ma per capire di più. Perché la differenza, a volte, sta tutta lì… ‎
D.R.
D.R.
Invia un messaggio alla redazione

Il tuo indirizzo email ed eventuali dati personali non verranno pubblicati.