Church pocket/102.
Peccati in Wi-Fi - i vizi capitali moderni: gola. Dante, Ciacco e la gola digitale

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La gola, a prima vista, viene considerata come l’incapacità di darsi un limite a tavola. Ma è davvero solo un dolce di troppo? Dante colloca i golosi nel sesto canto dell’Inferno, costretti a giacere nel fango sotto una pioggia eterna e fredda, mentre Cerbero li dilania. In quel canto, Dante incontra Ciacco, fiorentino come lui. Il dannato compaesano non è solo un goloso: è l’icona di una vita appiattita sul solo piacere materiale. Già nel Medioevo, dunque, la gola non indicava solo l’eccesso di cibo, ma più che altro rappresenta l’incapacità di governare i desideri del corpo: lasciarsi dominare dall’appetito, perdere la misura. Oggi, però, quella gola ha cambiato ristorante.
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Non si consuma più davanti a un piatto colmo, ma davanti a uno schermo acceso. È la bulimia dello scroll infinito, il bisogno quasi meccanico di ingoiare immagini, opinioni, notizie, commenti, polemiche, video di pochi secondi e indignazioni di giornata. Non per nutrirsi davvero, ma per riempire un vuoto. E come ogni forma di gola, anche questa non sa dire basta. È la logica di questo vizio: consumare senza limiti, senza sapore, senza senso. La gola digitale, in fondo, non è altro che l’antica incapacità di governare il desiderio trasportata nel nostro tempo. Dentro questo consumo compulsivo cresce anche la polarizzazione della società. Chi vive di eccessi non sopporta la misura, non ama le sfumature, non abita il limite; di chi preferisce lo scontro – talvolta facilitato dall’anonimato – alla complessità, lo slogan al ragionamento, il continuo attacco all’interlocutore. Così l’appetito diventa ideologico: non vogliamo più capire, vogliamo solo vincere. Forse è proprio qui che Dante torna attuale. La gola non è soltanto il peccato di chi mangia troppo, ma di chi non riesce più a contenere il proprio desiderio entro una forma umana. È il vizio di una società che consuma tutto e non gusta nulla, che divora parole e immagini ma non genera sapienza, cultura del bene comune, che si riempie continuamente e resta — paradossalmente — sempre più vuota. Non a caso, nel canto di Ciacco, Dante ci racconta anche la crisi politica della sua città, polarizzata tra guelfi bianchi e neri. La polarizzazione nasce spesso da qui, da un desiderio senza disciplina.
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L’antidoto alla polarizzazione non è un algoritmo migliore, ma una virtù antica: la temperanza. Imparare a fermarsi, a contenere il desiderio, a lasciare spazio al silenzio. Platone lo sapeva bene: l’uomo diventa veramente umano quando il desiderio non domina più la ragione, ma accetta di esserne guidato. Perché, come intuiva Dante, una città resta umana solo finché i suoi cittadini sanno governare ciò che li muove dentro. E quando il desiderio torna ad avere misura, anche la verità smette di essere un campo di battaglia e torna a essere ciò che dovrebbe essere: qualcosa da cercare insieme, non da divorare.

In chiusura di questa lunga rassegna, i vizi digitali ci promettono molto e ci lasciano vuoti. Le virtù, invece, fanno l’opposto: ci rialzano lo sguardo, ci restituiscono alla nostra verità, ci ridanno respiro. È qui che si gioca la partita del nostro tempo: non lasciarsi divorare da un feed che non finisce mai, ma imparare a vivere di ciò che resta. Non essere schiavi di un algoritmo, ma liberi di amare. Perché anche nel tempo dei social resta vera la parola più antica e più libera del Vangelo: «La verità vi farà liberi» (Gv 8,32).

Rubrica a cura di Pietro Santoro
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