Merate: disagio giovanile e comportamenti “devianti”. I I suggerimenti della dottoressa Stefania Crema
Ragazzi soli e sempre più fragili, senza riferimenti parentali e che nella violenza riversata sui compagni cercano un modo per avvicinare l'altro al proprio dolore.
Un quadro di disagio sociale che ha conseguenze anche sulla vita comunitaria, con atti di vandalismo, danneggiamento o disordine pubblico che costringono le istituzioni a intervenire per reprimere e punire.
Ma tutto questo è sufficiente e, soprattutto, è la strada giusta?

La risposta è arrivata da un'esperta, la dottoressa Stefania Crema, criminologa, avvocata, esperta in mediazione dei conflitti e contrasto ai fenomeni di bullismo e cyberbullismo, chiamata a intervenire nel corso della commissione congiunta servizi alla persona, cultura, pubblica istruzione.
Un lungo intervento alla presenza non solo dei rappresentanti del consiglio comunale di Merate (in primis vicesindaca Valeria Marinari e assessora Patrizia Riva), dell'ufficio servizi sociali ma anche delle scuole, nell'ottica di dare risposte concrete, suggerimenti, modelli da seguire.
Con una dialettica ineccepibile e una capacità straordinaria di spostare la riflessione dall'ambito normativo a quello esperienziale, senza mai “perdere il filo”, la relatrice ha fornito ai presenti una serie di esempi reali, di micro accorgimenti da adottare e ha sfatato “miti” in ambito educativo/correttivo per intraprendere la strada giusta.

Il tema da cui è partita la riflessione è stato quello della comunicazione. "I nostri ragazzi non usano parole gentili, usano un linguaggio aggressivo e prevaricante" ha spiegato "E non è solo colpa dei social ma è un prolema degli strumenti educativi che il mondo adulto mette in campo. I ragazzi non vedono cose buone nel mondo dei grandi. Agiscono senza avere la capaità di prevedere quelle che saranno le reazioni a cioò che hanno fatto perchè non sono portatori di un codice normativo interno".
Accanto all'incapacità di prospettare ciò che accadrà in base alle azioni che fanno, i giovani hanno poi il problema del tempo che deve essere "qui, subito, immediatamente".
A fronte di questa confusione che porta spesso ad azioni sconsiderate, senza regole e senza previsione sulle conseguenze, la dottoressa Crema ha indicato come la prima posizione da tenere sia quella dell'accoglienza e della valutazione. "Il tempo per la punizione e della sanzione arriva ma prima vanno capiti il dolore e la sofferenza dei ragazzi".
La sofferenza, infatti, è un tratto che accomuna le giovani generazioni portate a gesti di aggressività nel tentativo di mettere tutti sullo stesso piano di dolore: ti faccio male così sperimenti quello che sto vivendo io.

"I giovani si sentono soli e non sanno come chiedere aiuto. Quindi danno risposte fisiche alle loro sofferenze".
Una condizione che non trova una risposta da parte del Sistema che non è in grado di offrire, tramite le neuropsichiatrie, un ricovero in tempi brevi (si parla di attese di 4/6 mesi, troppe rispetto a un bisogno contingente).
Al vuoto istituzione, si affianca la reazione dell'adulto che, avuto conoscenza del problema, a fronte di un intervento degli enti preposti reagisce con violenza attaccando e giustificando.
La fragilità dei soggetti in campo, le emotività non gestite, l'ignoranza (spesso non colpevole), lo smarrimento, i rischi connessi hanno portato a elaborare, sulla base delle esperienze, percorsi riparativi esterni ai tribunali nell'ottica di un recupero consapevole e serio.
Dall'ente pubblico, passando per i servizi sociali, le forze dell'ordine, la scuola e la famiglia si è compresa la necessità di creare progetti di intesa per prendersi in carico il contesto dei ragazzi e offrire loro la possibilità di una scelta consapevole che non sia subito punitiva-
La dottoressa Crema ha spiegato come in alcune realtà della provincia di Monza e Brianza sia stato avviato un progetto di urban security dove, ravvisato un problema (un vandalismo, un reato minore,....) le forze in campo (polizia locale, carabinieri, servizi sociali, scuola, ...) mettono in "rete" il fatto, si confrontano, attivano ciascuno un pezzettino di cura e poi affrontano con il diretto interessato e la famiglia.
"Dobbiamo fare qualcosa per i nostri ragazzi, senza giudizio e agendo tutti assieme" ha proseguito "Il social non è la causa del male ma la cassa di risonanza. L'adulto non deve scimmiottare il linguaggio dei ragazzi. Conoscerlo sì ma non usarlo perchè si fa solo un danno. I ragazzi vanno rispettati: un tempo si poteva sbagliare e inciampare, oggi l'errore diventa un dramma".

Apprezzando la lungimiranza dimostrata dal servizio meratese, la dottoressa Crema ha riportato la propria esperienza dove la comunicazione tra i vari attori in gioco ha portato alla redazione di una sorta di "vademecum" dove quando accade il "fatto" ognuno sa chi fa cosa, con compiti divisi e con bene illustrata la filiera degli interventi da realizzare.
Al ragazzo e alla famiglia si prospetta la scelta: o si segue il percorso di recupero individuato oppure parte l'ammonimento della scuola ed eventualmente anche la segnalazione in procura, con tutto quello che ne consegue. Nel caso di accettazione i genitori firmano il progetto e si stabilisce un tempo di verifica. Il testo viene inviato alla procura cui poi va dato un ritorno con l'esito del percorso che, se negativo, prenderà la strada giudiziale.

A fronte di questa strada introdotta in alcuni comuni, i reati minori (danneggiamenti, minacce,...) sono diminuiti dell'80% mentre quelli maggiori del 60%
"I ragazzi si mettono in gioco se hanno adulti autorevoli dove l'autorevolezza non significa prevaricare ma stare accanto al ragazzo, anche nel suo inciampo, con la volontà di saperlo accompagnare".
Chiamata a esprimersi sul mondo della scuola, la dottoressa Crema ha spiegato come "i ragazzi hanno bisogno degli adulti che spesso però non sono tali. Il ruolo dell'insegnante è un nobile perchè spesso, quado attorno alla persona c'è il vuoto cosmico, si fa carico di pezzi educativi che spetterebbero ad altri. Nessuno può sostituire una famiglia ma ci sono buoni succedanei. L'insegnante non può essere un mero propositore di schemi didattici e il suo sguardo non si deve appoggiare solo sul rendimento. La base di tutto è il dialogo".

Durata due ore, la seduta di commissione è letteralmente "volata" sia per le capacità dialettiche e di sostanza proposte dalla relatrice che per i temi di profonda attualità toccati (a partire dai provvedimenti assunti dal Comprensivo e dal Viganò con limitazioni dell'intervallo a seguito di episodi di violenza) che per le soluzioni e i suggerimenti pratici e attuabili offerti all'uditorio.
Un quadro di disagio sociale che ha conseguenze anche sulla vita comunitaria, con atti di vandalismo, danneggiamento o disordine pubblico che costringono le istituzioni a intervenire per reprimere e punire.
Ma tutto questo è sufficiente e, soprattutto, è la strada giusta?
La risposta è arrivata da un'esperta, la dottoressa Stefania Crema, criminologa, avvocata, esperta in mediazione dei conflitti e contrasto ai fenomeni di bullismo e cyberbullismo, chiamata a intervenire nel corso della commissione congiunta servizi alla persona, cultura, pubblica istruzione.
Un lungo intervento alla presenza non solo dei rappresentanti del consiglio comunale di Merate (in primis vicesindaca Valeria Marinari e assessora Patrizia Riva), dell'ufficio servizi sociali ma anche delle scuole, nell'ottica di dare risposte concrete, suggerimenti, modelli da seguire.
Con una dialettica ineccepibile e una capacità straordinaria di spostare la riflessione dall'ambito normativo a quello esperienziale, senza mai “perdere il filo”, la relatrice ha fornito ai presenti una serie di esempi reali, di micro accorgimenti da adottare e ha sfatato “miti” in ambito educativo/correttivo per intraprendere la strada giusta.
Il tema da cui è partita la riflessione è stato quello della comunicazione. "I nostri ragazzi non usano parole gentili, usano un linguaggio aggressivo e prevaricante" ha spiegato "E non è solo colpa dei social ma è un prolema degli strumenti educativi che il mondo adulto mette in campo. I ragazzi non vedono cose buone nel mondo dei grandi. Agiscono senza avere la capaità di prevedere quelle che saranno le reazioni a cioò che hanno fatto perchè non sono portatori di un codice normativo interno".
Accanto all'incapacità di prospettare ciò che accadrà in base alle azioni che fanno, i giovani hanno poi il problema del tempo che deve essere "qui, subito, immediatamente".
A fronte di questa confusione che porta spesso ad azioni sconsiderate, senza regole e senza previsione sulle conseguenze, la dottoressa Crema ha indicato come la prima posizione da tenere sia quella dell'accoglienza e della valutazione. "Il tempo per la punizione e della sanzione arriva ma prima vanno capiti il dolore e la sofferenza dei ragazzi".
La sofferenza, infatti, è un tratto che accomuna le giovani generazioni portate a gesti di aggressività nel tentativo di mettere tutti sullo stesso piano di dolore: ti faccio male così sperimenti quello che sto vivendo io.
Le rappresentanti delle scuole
"I giovani si sentono soli e non sanno come chiedere aiuto. Quindi danno risposte fisiche alle loro sofferenze".
Una condizione che non trova una risposta da parte del Sistema che non è in grado di offrire, tramite le neuropsichiatrie, un ricovero in tempi brevi (si parla di attese di 4/6 mesi, troppe rispetto a un bisogno contingente).
Al vuoto istituzione, si affianca la reazione dell'adulto che, avuto conoscenza del problema, a fronte di un intervento degli enti preposti reagisce con violenza attaccando e giustificando.
La fragilità dei soggetti in campo, le emotività non gestite, l'ignoranza (spesso non colpevole), lo smarrimento, i rischi connessi hanno portato a elaborare, sulla base delle esperienze, percorsi riparativi esterni ai tribunali nell'ottica di un recupero consapevole e serio.
Dall'ente pubblico, passando per i servizi sociali, le forze dell'ordine, la scuola e la famiglia si è compresa la necessità di creare progetti di intesa per prendersi in carico il contesto dei ragazzi e offrire loro la possibilità di una scelta consapevole che non sia subito punitiva-
La dottoressa Crema ha spiegato come in alcune realtà della provincia di Monza e Brianza sia stato avviato un progetto di urban security dove, ravvisato un problema (un vandalismo, un reato minore,....) le forze in campo (polizia locale, carabinieri, servizi sociali, scuola, ...) mettono in "rete" il fatto, si confrontano, attivano ciascuno un pezzettino di cura e poi affrontano con il diretto interessato e la famiglia.
"Dobbiamo fare qualcosa per i nostri ragazzi, senza giudizio e agendo tutti assieme" ha proseguito "Il social non è la causa del male ma la cassa di risonanza. L'adulto non deve scimmiottare il linguaggio dei ragazzi. Conoscerlo sì ma non usarlo perchè si fa solo un danno. I ragazzi vanno rispettati: un tempo si poteva sbagliare e inciampare, oggi l'errore diventa un dramma".
Al centro la dottoressa Letizia Rao
Merate negli anni, come spiegato dalla dottoressa Letizia Rao, responsabile dei servizi alla persona e sociale, si è trovata più volte a gestire "comportamenti devianti" e, nonostante la collaborazione con le forze dell'ordine, le difficoltà ad attivare una rete tra enti sono notevoli. Il progetto di urban security, tra l'altro, non è nuovo alla città che si serviva di una "équipe a chiamata", con un protocollo purtroppo arenatosi nei meandri di avvicendamenti tra dirigenti scolastici.Apprezzando la lungimiranza dimostrata dal servizio meratese, la dottoressa Crema ha riportato la propria esperienza dove la comunicazione tra i vari attori in gioco ha portato alla redazione di una sorta di "vademecum" dove quando accade il "fatto" ognuno sa chi fa cosa, con compiti divisi e con bene illustrata la filiera degli interventi da realizzare.
Al ragazzo e alla famiglia si prospetta la scelta: o si segue il percorso di recupero individuato oppure parte l'ammonimento della scuola ed eventualmente anche la segnalazione in procura, con tutto quello che ne consegue. Nel caso di accettazione i genitori firmano il progetto e si stabilisce un tempo di verifica. Il testo viene inviato alla procura cui poi va dato un ritorno con l'esito del percorso che, se negativo, prenderà la strada giudiziale.
Patrizia Riva, Valeria Marinari, Paola Panzeri
A fronte di questa strada introdotta in alcuni comuni, i reati minori (danneggiamenti, minacce,...) sono diminuiti dell'80% mentre quelli maggiori del 60%
"I ragazzi si mettono in gioco se hanno adulti autorevoli dove l'autorevolezza non significa prevaricare ma stare accanto al ragazzo, anche nel suo inciampo, con la volontà di saperlo accompagnare".
Chiamata a esprimersi sul mondo della scuola, la dottoressa Crema ha spiegato come "i ragazzi hanno bisogno degli adulti che spesso però non sono tali. Il ruolo dell'insegnante è un nobile perchè spesso, quado attorno alla persona c'è il vuoto cosmico, si fa carico di pezzi educativi che spetterebbero ad altri. Nessuno può sostituire una famiglia ma ci sono buoni succedanei. L'insegnante non può essere un mero propositore di schemi didattici e il suo sguardo non si deve appoggiare solo sul rendimento. La base di tutto è il dialogo".
Durata due ore, la seduta di commissione è letteralmente "volata" sia per le capacità dialettiche e di sostanza proposte dalla relatrice che per i temi di profonda attualità toccati (a partire dai provvedimenti assunti dal Comprensivo e dal Viganò con limitazioni dell'intervallo a seguito di episodi di violenza) che per le soluzioni e i suggerimenti pratici e attuabili offerti all'uditorio.
S.V.
























