Contro la violenza giovanile, partendo dall'educazione

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Non è solo istruzione, è futuro: combattere la violenza giovanile partendo dall’educazione
Nata per promuovere una cultura di rispetto reciproco, la Giornata Scolastica della Nonviolenza e della Pace, celebrata il 30 gennaio, agisce come catalizzatore per un modello educativo duraturo, capace di tradurre i valori della nonviolenza in una pratica quotidiana.
Questa ricorrenza assume oggi un’urgenza ancora più profonda: ci ricorda che l’educazione è lo strumento principale per arginare la crescente ondata di violenza minorile che, come testimoniano diversi fatti di cronaca, sta propagando in modo esponenziale.
Nel 2024, i minori segnalati dall'Autorità Giudiziaria minorile agli Uffici di Servizio Sociale per i minorenni a seguito di una nuova notizia di reato sono stati 14.220. Questo dato mostra un aumento del 13% rispetto all'anno precedente (Ministero di Giustizia). Sempre il 2024 si chiude inoltre con il valore più alto mai registrato di cyberbullismo con oltre 800.000 studenti (32%) che hanno fatto violenza nel Contesto Digitale (Dati ESPAD®Italia 2024).
“Questi dati impongono una riflessione urgente. In questa giornata vorrei ribadire che l'investimento in percorsi educativi efficaci, basati su valori etici e inclusione sociale, non è solo un diritto, ma la prima e più potente misura di prevenzione per costruire un futuro più sicuro e offrire ai nostri giovani reali opportunità di riscatto e cittadinanza attiva”, dice la pedagogista e formatrice Giovanna Giacomini, ideatrice di Scuole Felici e del portale Edu-wow.com.
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La violenza giovanile, caratterizzata anche da aggressioni di gruppo nei confronti di coetanei, spesso soggetti fragili, merita una profonda analisi.
Secondo la pedagogista, sebbene l'attenzione mediatica sia stata recentemente catalizzata da fatti di cronaca particolarmente significativi, si osserva che situazioni analoghe si sono accumulate negli ultimi anni. “La mia attenzione si focalizza in particolare sul periodo post-pandemico. Ritengo che il post Covid-19 abbia rappresentato un punto di svolta, caratterizzato da dinamiche sociali alterate e, in un certo senso, nuove. La prolungata restrizione delle interazioni sociali, culminata in un'ulteriore riduzione delle relazioni significative, ha amplificato alcuni meccanismi psicologici latenti nei gruppi giovanili.”
La Dott.ssa Giacomini prosegue l'analisi evidenziando una stagnazione nel miglioramento delle condizioni sociali e delle opportunità post-pandemia, soprattutto per l'infanzia e l'adolescenza. “Dopo quegli anni non ha fatto seguito un adeguato miglioramento delle condizioni sociali per bambini e giovani. Manca una migliore strutturazione delle occasioni di socializzazione, anche extrascolastiche, e sono assenti programmi specifici di recupero delle competenze relazionali di base e di uno stile di vita equilibrato. Devo constatare che la società nel suo insieme non ha saputo intercettare i bisogni di questa fascia d'età, venendo meno alla creazione di meccanismi e opportunità concrete di sostegno, la cui mancanza ha portato a conseguenze a volte drammatiche."
Violenza giovanile: l'adrenalina sostituisce l'empatia. Il cortocircuito tra rischio e gioco
Al centro di questa preoccupante escalation di violenza vi è una crisi delle competenze socio-affettive. Si manifesta in modo netto la mancanza di un'educazione all'affettività e una scarsa consapevolezza del proprio bagaglio emotivo.
Secondo la Dott.ssa Giacomini, l'aspetto più critico è il deficit di empatia, la capacità di mettersi nei panni dell'altro e, di conseguenza, di riconoscerne i limiti. “I ragazzi appaiono "anestetizzati", spesso incapaci di provare una reale empatia e di comprendere la gravità oggettiva dei gesti commessi. Inoltre spesso non sono in grado di immaginare le conseguenze delle proprie azioni, e questo li porta a vivere in una dimensione di ‘qui e ora’ governata da un impulso momentaneo.”
Cruciale in questo contesto è l'effetto gruppo: l'agire collettivo innesca un meccanismo di deresponsabilizzazione. Il peso personale delle azioni viene percepito come suddiviso e distribuito tra i membri del gruppo, fungendo da scudo che abbassa le inibizioni e attenua il senso di colpevolezza individuale. La cerchia di amicizie, pur essendo fondamentale in età evolutiva per conferire senso di appartenenza e favorire la costruzione dell'identità del giovane, assume una valenza negativa quando è costituito da membri accomunati da profonde carenze di strumenti emotivi e relazionali, poveri di intelligenza emotiva. In questo caso si assiste alla formazione di un gruppo d’azione basato sull’istinto, quasi animalesco le cui dinamiche sono guidate da una leadership negativa.
Ciò che accomuna e caratterizza questi gruppi è la ricerca incessante di emozioni molto forti, che troppo spesso sfocia in atti di violenza. Questo comportamento estremo è sintomo di una profonda condizione di noia, ma non la "noia sana" del passato, intesa come dolce far niente aggregativo, dove si chiacchierava, ci si confrontava stando semplicemente insieme. Si tratta, invece, di un vuoto interiore ed esistenziale più profondo, che porta i giovani a sentirsi "allo sbaraglio della vita". Questo vuoto viene compensato attraverso un meccanismo assimilabile alla dipendenza da una droga con il desiderio di provare qualcosa di adrenalinico.
"È proprio qui che scatta il meccanismo alla base di molti episodi violenti e delle cosiddette challenge: la ricerca della pericolosità diventa l'unico mezzo per sentirsi vivi e non semplici automi. L'obiettivo è provocare un'impennata di adrenalina in quello che altrimenti viene percepito come un encefalogramma emotivo piatto. La grande criticità, - sottolinea l'esperta -, risiede nel cortocircuito mentale per cui la violenza e il rischio mortale vengono associati a una dimensione ludica, divertente, equiparabile all'eccitazione che si prova sulle montagne russe. Se l'atto aggressivo viene vissuto come un gioco, viene compiuto con una leggerezza disarmante, sintomo di una profonda immaturità che impedisce di prevedere le conseguenze future e schiaccia l'esperienza esclusivamente nel 'qui ed ora'. Una spinta impulsiva che, in adolescenza, si somma al naturale bisogno di ribellione e anticonformismo contro un 'sistema' spesso percepito dai giovani come un nemico astratto da combattere.”
Dall'altro lato troviamo le vittime che generalmente sono soggetti più vulnerabili e indifesi, spesso ragazzi con disabilità o fragilità psichiche non diagnosticate. Questa scelta non è motivata primariamente dal desiderio di sentirsi più forti, ma, come detto sopra, si iscrive in una dinamica ludica ed euforica in cui il prevaricatore cerca il "divertimento" e l'adrenalina nel ridicolizzare il più debole. Questa logica è rafforzata dalla convinzione che la vittima, essendo fragile, rimarrà silenziosa e inoffensiva anche solo a seguito di una minaccia. L'aspetto più allarmante è la diffusione di questi abusi attraverso la registrazione con i cellulari: la violenza viene consumata e diffusa come un contenuto ludico e veloce, imitando il consumo superficiale dei media.
L'allarme silenzioso: perché nessuno vede i segnali del disagio giovanile?
Quando si verificano gravi atti sociali, l'analisi non può limitarsi alle note problematiche di violenza, trascuratezza o povertà educativa in contesti familiari marginali. Oggi emergono nuove e insidiose forme di vuoto educativo che interessano un po’ tutti e amplificano la probabilità di comportamenti devianti.
Questo vuoto di risposta è aggravato da:
  • Una maggiore disponibilità di dispositivi digitali, capaci di intrappolare i giovani e limitare la loro interazione sociale reale.
  • Una progressiva riduzione dei centri aggregativi nelle comunità locali e assenza di una rete sociale solida.
Questa combinazione ha portato a un'intensificazione di fenomeni problematici. Queste dinamiche non sono completamente nuove, ma si presentano oggi in modo molto più evidente e con una maggiore entità in termini di impatto e conseguenze sociali.
"In assenza di una rete sociale come quella di un tempo (fatta di nonni, quartieri e centri di aggregazione), stiamo affidando alla tecnologia la funzione di mediatore educativo. La tecnologia non può però sostituire l'esempio genitoriale. Senza la presenza di un adulto che veda, proponga e interpreti, i ragazzi sono esposti senza filtro a un mondo digitale che è privo di mediazione e contenimento," dichiara la pedagogista.
Accanto all'influenza del web, ad accentuare maggiormente il fenomeno del disagio giovanile contribuisce un marcato disequilibrio nell'approccio genitoriale moderno. Questo si manifesta in due fasi distinte: inizialmente, si osserva una fase di iper-cura, caratterizzata nei primi anni di vita da un interesse quasi eccessivo, basato sull'iper-protezione e sulla totale attenzione all'incolumità fisica del bambino. Successivamente, superata la fase del rischio fisico, subentra un abbandono compensatorio: i genitori, spesso esausti per l'impegno iniziale, tendono a "riappropriarsi della propria vita", lasciando i figli (dalla scuola primaria in poi) in uno stato di indipendenza prematura e non mediata. Quando la famiglia viene meno al suo ruolo educativo (sia per assenza fisica, impegni, sia per aver minimizzato comportamenti scorretti fin dall'infanzia), si crea un vuoto che viene rapidamente colmato dai modelli negativi proposti, in primo luogo, dal web e, successivamente, dal gruppo di pari.
Quali sono i segnali precoci di un disagio giovanile?
I comportamenti efferati non sono mai improvvisi, sono sempre preceduti da segnali ed il problema nasce proprio lì, dove non c'è nessuno pronto a vederli. L'azione fondamentale per prevenire l'escalation del disagio nei giovani risiede nella tempestività del riconoscimento dei segnali d'allarme, anche e soprattutto in età infantile. Sebbene l'esordio massiccio si manifesti in adolescenza, questi sono spesso rintracciabili fin dai primi anni.
I principali osservatori chiamati in causa sono i genitori, affiancati da insegnanti e allenatori sportivi, data la frequenza e la varietà dei contesti in cui monitorano i ragazzi. I segnali possono spaziare da comportamenti aggressivi e di bullismo o danneggiamento di effetti personali a indicatori di vittimizzazione come ad esempio isolamento, tristezza e somatizzazione. Questi indizi impongono una reazione immediata e un intervento che sia di supporto e, al contempo, di prevenzione collettiva.
Ad esempio la violenza sugli animali rappresenta un grave e inequivocabile campanello d'allarme, non potendo in alcun modo essere normalizzata in quanto espressione di prevaricazione e sadismo.
Massima attenzione nei confronti dei cambiamenti bruschi durante la crescita, che eccedano la normale ribellione adolescenziale (es. isolamento eccessivo, segretezza, abuso di videogiochi/computer). L'intervento adulto non deve essere punitivo, ma mirato: è essenziale validare le emozioni, approfondire con domande costanti e, soprattutto, rivolgersi a un esperto qualificato piuttosto che improvvisare soluzioni o sanzioni.
È assolutamente necessaria una forte alleanza tra scuola e famiglia. I feedback provenienti dal contesto scolastico devono essere considerati con serietà, poiché offrono una prospettiva esterna sul benessere del giovane. L'intervento precoce, combinato tra l'azione della famiglia, della scuola e il supporto di professionisti esterni, è l'unica via per tutelare il benessere psicofisico dei ragazzi.
Il benessere è priorità assoluta. Occorre riconfigurare scuola e territorio.
“Sostengo con convinzione il ruolo fondamentale delle agenzie educative e della scuola. In un panorama sociale che vede spesso la famiglia in difficoltà o isolata, non è più accettabile delegare la gestione di tematiche complesse esclusivamente al nucleo familiare. Sebbene tale delega possa essere funzionale in presenza di famiglie strutturate, siamo di fronte a situazioni allarmanti in cui i genitori non sono in grado di intervenire o, pur volendo, si ritrovano soli. È eticamente e pedagogicamente inaccettabile scaricare la coscienza, preoccupandosi solo dei minori che godono già di un solido supporto familiare. La priorità assoluta deve essere rivolta a coloro che non sono seguiti precisa la Dott.ssa Giacomini.
La scuola, in quanto palestra di vita e ambiente in cui i ragazzi trascorrono una parte significativa del loro tempo, non può limitarsi al mero apprendimento nozionistico. È indispensabile implementarne il ruolo e la funzione:
  • Ampliare gli ambienti e gli orari scolastici per offrire attività pomeridiane e di supporto, sul modello di scuole che prevedono sportelli di ascolto e attività sportive in contesti sorvegliati.
  • Sviluppare un’educazione emotiva e trasversale: promuovere percorsi obbligatori di educazione socio-emotiva, gestione dei conflitti e affettività. Questi non devono tradursi in una materia con voto, ma essere integrati in modo trasversale in tutte le discipline, dedicando tempo alla discussione in cerchio (circle time). Lavorare sull'ascolto, sull'empatia e sulla gestione dei conflitti dimostra ai ragazzi l'importanza di queste competenze.
  • Promuovere la cittadinanza attiva e volontariato: la prevenzione primaria si realizza attivando il volontariato all'interno dei sistemi educativi. Dedicare ore a fare qualcosa di utile per la comunità (pulizia degli spazi, supporto alle associazioni, aiuto ai più deboli) significa mandare i giovani fuori dalla scuola per essere cittadini attivi, ben oltre la lettura di testi sull'educazione civica.
  • Incentivare la cooperazione e Peer Education: è cruciale reintrodurre massivamente le attività di cooperazione, lavori di gruppo e programmi di peer education verticale (studenti più grandi che accompagnano i più piccoli) per creare una solida solidarietà tra pari, superando la limitata efficacia degli sportelli di ascolto isolati.
Di fronte ai primi segnali di disagio grave, come atti di bullismo o violenza, l'approccio ideale nelle scuole dovrebbe prevedere la sospensione totale del programma didattico curricolare. È fondamentale dichiarare che la tutela del benessere psico-fisico dei ragazzi è prioritaria rispetto al completamento dei contenuti previsti. Tuttavia, si osserva con preoccupazione che l'interruzione completa e corale delle attività da parte del corpo docente per concentrarsi sul lavoro di gruppo, sulle dinamiche relazionali e sul clima della classe è una misura adottata raramente, se non quasi mai. Questa inerzia evidenzia la difficoltà, benché essenziale, di anteporre concretamente il benessere al dovere didattico.

Per attuare tale cambiamento sono necessari:

  • Formazione qualificata del personale: fornire agli insegnanti una formazione che vada oltre la disciplina, includendo la gestione delle dinamiche di gruppo e dei comportamenti problema. Occorre dotare il personale scolastico di strumenti concreti per affrontare i fenomeni di bullismo e violenza.
  • Strutture di supporto: attivare figure di supporto specializzate, come i mediatori scolastici, e creare un'équipe di esperti a disposizione per la progettazione degli interventi.
L'impegno educativo non può però gravare unicamente sull'istituzione scolastica. È necessario potenziare l'intera rete dei contesti sani – sportivi, ricreativi e le istituzioni in generale. Le Amministrazioni Locali hanno una responsabilità ineludibile: non basta lamentare la scarsa partecipazione giovanile. È imperativo stanziare fondi adeguati per potenziare l'offerta con ambienti idonei, che includano centri di aggregazione di qualità, animati da personale qualificato, formato e retribuito adeguatamente per fungere da mentori e facilitatori.
Le Comunità Locali devono lavorare sul territorio per:
  • Progetti a domicilio: finanziare progetti di supporto in loco, che prevedano l'intervento diretto di educatori a domicilio per sostenere le famiglie maggiormente in difficoltà, specialmente quelle con barriere culturali o linguistiche, difficili da intercettare con la sola offerta pubblica.
  • Potenziamento dell'offerta: stanziare fondi alle associazioni e centri locali (sportivi, parrocchiali, volontariato) affinché possano offrire più opportunità di aggregazione.
  • Sistema di segnalazione: potenziare la possibilità, anche per il singolo cittadino, di segnalare episodi devianti o sospetti alle autorità competenti, creando un sistema efficiente di raccolta e valutazione delle informazioni.
In conclusione, il benessere dei nostri giovani richiede un investimento congiunto in denaro, risorse fisiche e risorse umane preparate, attraverso una sinergia operativa tra scuola, amministrazioni locali e istituzioni.

Giovanna Giacomini
Formatrice e pedagogista, nel 2015 fonda GD EDUCA, società che si occupa di servizi educativi e di formazione. Utilizzando i propri servizi all’infanzia come officina creativa, dà vita all’esperienza di «Scuole Felici®» che si ispira al modello danese dell’educazione e alle culture orientali. A oggi 17 scuole dell’infanzia in Italia hanno scelto di seguire la filosofia “Scuole Felici”. Giovanna Giacomini è inoltre l’ideatrice del portale Edu-wow.com che fornisce corsi online e materiali per genitori, educatori e docenti.
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