Montevecchia, Pendeggia: l'intervento al Fontanile non trasforma il paesaggio
Cari Montevecchini,
“Quando si parla di paesaggio, non si sta parlando di arredo.
Non si sta parlando di aiuole, panchine o percorsi.
Si sta parlando dell’identità profonda di un luogo e del rapporto che una comunità decide di avere con il proprio futuro.”
Il Parco del Fontanile non è un vuoto da lasciare immobile per paura di sbagliare.
È’ una pagina aperta della storia di Montevecchia.
E ogni generazione, che lo voglia o no, scrive su quella pagina.
La differenza è tra chi lo fa senza progetto e chi se ne assume la responsabilità culturale.
Questo intervento non nasce per “trasformare” il paesaggio.

Nasce per interpretarlo.
È’ un vero progetto di landscape design: una disciplina che oggi, in tutta Europa, è lo strumento più evoluto per curare territori fragili, cucire ferite ambientali, restituire senso a spazi dimenticati.
Non è un caso se il riferimento non è un parco giochi, ma un’opera come Governors Island a New York, firmata dallo studio West 8: uno dei più importanti studi di paesaggio al mondo.
Un’isola militare abbandonata, artificiale, degradata, trasformata non in un luna park, ma in un paesaggio contemporaneo, modellato con le terre di scavo, capace di proteggere, accogliere, raccontare, educare.
Lì come qui, il progetto parte da un principio chiave:
Il suolo non è un rifiuto, è una risorsa.
Il riuso delle terre da scavo non è un espediente tecnico.
È’ economia circolare applicata al paesaggio.
È’ esattamente ciò che l’European Green Deal indica come strada obbligata: ridurre il consumo di suolo, ridurre i trasporti, ridurre l’impronta ecologica, trasformare uno scarto in struttura, uno spostamento di terra in costruzione di valore.
Qui non si “porta terra”.
Qui si costruisce paesaggio.
Un paesaggio che non cancella il Fontanile, ma lo mette al centro.
Non lo isola, ma lo rende leggibile.
Non lo banalizza, ma lo protegge nel tempo.
Perché il vero consumo di suolo non è il progetto.
Il vero consumo di suolo è l’abbandono.
È’ lasciare che l’acqua si perda, che gli spazi si degradino, che i luoghi smettano di essere compresi.
Questo progetto non toglie natura.
Costruisce ecologia.
Ecologia significa relazione: tra acqua, terra, piante, persone, memoria e futuro.
E qui arriviamo al punto più importante:
Montevecchia vive di paesaggio
Non come cartolina.
Ma come responsabilità.
Difendere un luogo non significa congelarlo in un’istantanea romantica.
Significa dotarlo degli strumenti per sopravvivere ai prossimi cinquant’anni.
Il progetto del Fontanile parla ai bambini che verranno, non solo agli adulti di oggi.
Parla di educazione ambientale, di resilienza, di bellezza accessibile, di appartenenza.
Chi progetta il paesaggio non disegna oggetti.
Disegna processi nel tempo.
E ogni grande comunità, ogni grande territorio, a un certo punto deve scegliere: se limitarsi a dire “no” per paura, oppure dire “sì” alla complessità, alla competenza, alla visione.
Questo progetto non chiede consenso emotivo.
Chiede consapevolezza culturale.
Perché il paesaggio non è ciò che vediamo.
È ciò che lasciamo.
“Quando si parla di paesaggio, non si sta parlando di arredo.
Non si sta parlando di aiuole, panchine o percorsi.
Si sta parlando dell’identità profonda di un luogo e del rapporto che una comunità decide di avere con il proprio futuro.”
Il Parco del Fontanile non è un vuoto da lasciare immobile per paura di sbagliare.
È’ una pagina aperta della storia di Montevecchia.
E ogni generazione, che lo voglia o no, scrive su quella pagina.
La differenza è tra chi lo fa senza progetto e chi se ne assume la responsabilità culturale.
Questo intervento non nasce per “trasformare” il paesaggio.

Nasce per interpretarlo.
È’ un vero progetto di landscape design: una disciplina che oggi, in tutta Europa, è lo strumento più evoluto per curare territori fragili, cucire ferite ambientali, restituire senso a spazi dimenticati.
Non è un caso se il riferimento non è un parco giochi, ma un’opera come Governors Island a New York, firmata dallo studio West 8: uno dei più importanti studi di paesaggio al mondo.
Un’isola militare abbandonata, artificiale, degradata, trasformata non in un luna park, ma in un paesaggio contemporaneo, modellato con le terre di scavo, capace di proteggere, accogliere, raccontare, educare.
Lì come qui, il progetto parte da un principio chiave:
Il suolo non è un rifiuto, è una risorsa.
Il riuso delle terre da scavo non è un espediente tecnico.
È’ economia circolare applicata al paesaggio.
È’ esattamente ciò che l’European Green Deal indica come strada obbligata: ridurre il consumo di suolo, ridurre i trasporti, ridurre l’impronta ecologica, trasformare uno scarto in struttura, uno spostamento di terra in costruzione di valore.
Qui non si “porta terra”.
Qui si costruisce paesaggio.
Un paesaggio che non cancella il Fontanile, ma lo mette al centro.
Non lo isola, ma lo rende leggibile.
Non lo banalizza, ma lo protegge nel tempo.
Perché il vero consumo di suolo non è il progetto.
Il vero consumo di suolo è l’abbandono.
È’ lasciare che l’acqua si perda, che gli spazi si degradino, che i luoghi smettano di essere compresi.
Questo progetto non toglie natura.
Costruisce ecologia.
Ecologia significa relazione: tra acqua, terra, piante, persone, memoria e futuro.
E qui arriviamo al punto più importante:
Montevecchia vive di paesaggio
Non come cartolina.
Ma come responsabilità.
Difendere un luogo non significa congelarlo in un’istantanea romantica.
Significa dotarlo degli strumenti per sopravvivere ai prossimi cinquant’anni.
Il progetto del Fontanile parla ai bambini che verranno, non solo agli adulti di oggi.
Parla di educazione ambientale, di resilienza, di bellezza accessibile, di appartenenza.
Chi progetta il paesaggio non disegna oggetti.
Disegna processi nel tempo.
E ogni grande comunità, ogni grande territorio, a un certo punto deve scegliere: se limitarsi a dire “no” per paura, oppure dire “sì” alla complessità, alla competenza, alla visione.
Questo progetto non chiede consenso emotivo.
Chiede consapevolezza culturale.
Perché il paesaggio non è ciò che vediamo.
È ciò che lasciamo.
Ivan Pendeggia, Francesca Colombo, Nicoletta Palmieri, Davide Scaccabarozzi, Oreste
Rovelli, Sara Manzella, Donata Monti, Luca Maggioni, i progettisti Tomas Colombo e
Giorgio De Capitani e l’impresa Fiorenzo Valsecchi
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