Church pocket/97. Peccati in Wi-Fi - i vizi capitali moderni

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Superbia – Selfie da onnipotenti
Se l’ira è l’esplosione rumorosa dei commenti al veleno, la superbia digitale è molto più sottile: non urla, ma si mette in mostra. È quella voglia costante di essere visti, di ricevere approvazione, di misurare la propria vita in like e follower. Il cuore dell’uomo da sempre ha desiderato riconoscimento, ma il web ha trasformato questo bisogno in idolo. Non basta più essere: bisogna apparire. Non importa chi sei, ma quanti cuori raccogli.
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E qui il vizio antico prende una veste nuova: il “like a Dio”. Perché la superbia, diceva Sant’Agostino, è «l’amore disordinato di sé fino al disprezzo di Dio». E cosa c’è di più disordinato che affidare il proprio valore a un algoritmo? Si diventa schiavi dell’approvazione altrui, e quando i cuori calano, cala anche l’autostima. Tommaso d’Aquino ricordava che la superbia è la radice di tutti i peccati, perché ci fa credere autosufficienti, quasi onnipotenti. E in rete questa tentazione esplode: ognuno diventa creatore della propria immagine, giudice della propria verità, arbitro della propria popolarità. Ma dietro il filtro patinato spesso resta un vuoto enorme. Il Vangelo, nelle parole di Maria, non ci lascia scappatoie: «Ha disperso i superbi nei pensieri dei loro cuori» (Lc 1, 51 b). Non è una frase da predica moralista, ma una verità concreta. Perché alla lunga, l’apparenza crolla: le maschere non reggono, i profili perfetti si sbriciolano, i cuori digitali non bastano a riempire il cuore reale. E alla fine, persino le star dei social – anche Chiara Ferragni – mostrano che nessuna immagine perfetta regge per sempre.
Qual potrebbe essere l’antidoto? L’umiltà. Non quella falsa che si mette sotto i piedi da sola, ma quella vera che nasce dalla verità: riconoscere i propri limiti, accettare di non essere il centro del mondo, lasciare spazio all’altro. L’umiltà digitale potrebbe voler dire pubblicare meno, ascoltare di più, smettere di cercare consensi e iniziare a cercare relazioni. Ma anche smettere di mettersi la toga e aprire ogni giorno il tribunale delle vite e delle scelte altrui. Perché il più pulito ha la rogna o, per dirla con le parole di Gesù «nel tuo occhio hai una trave».
Perché alla fine, non saremo giudicati dai like o dal consenso di commenti anonimi ma dall’amore donato. Non dalla nostra immagine filtrata, ma da quanto la nostra vita avrà riflesso il Bene. La superbia digitale ci promette di essere “like a Dio”; l’umiltà del Vangelo ci ricorda che possiamo essere molto di più: figli di Dio.
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E se la superbia è il vizio di chi vuole apparire sempre al centro della scena, l’accidia digitale è l’esatto contrario: non ti mette in vetrina, ti inchioda allo schermo. Non urla, non sfoggia: semplicemente ti spegne. È lo scroll infinito, la noia che diventa abitudine, la vita che scivola via tra feed e notifiche. Ne parleremo nel prossimo episodio: Accidia – Scroll e dormi.
Rubrica a cura di Pietro Santoro
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