Osnago: la vita in Palestina nel racconto dell'operatrice umanitaria di Faz3a, Tawria
“La promessa di non normalizzare la violenza che ho visto, di non normalizzare il male”. E' con queste parole che si è aperto il monologo di Tawria, operatrice umanitaria italiana e project manager di Faz3a International Campaign, invitata domenica sera da Spazio Aperto a Osnago per parlare dell'occupazione israeliana in Cisgiordania.

L'incontro, organizzato di concerto con Progetto Osnago, la Voce del Corpo, con la collaborazione della Tavola meratese per la pace e il Comune di Osnago, ha visto gran parte della serata dedicata ad un'introduzione storica del conflitto israelo-palestinese e di un'analisi geopolitica della Cisgiordania.
Tawria ha però scelto di iniziare la serata con un racconto intimo, personale e crudo, che ha trasportato tutti i presenti con lei al 6 novembre scorso nel campo di ulivi del signor Qais, quando si è trovata a dover scappare da lacrimogeni e spari per il semplice fatto di aver accompagnato degli uomini musulmani a pregare sulla propria terra: “la mia prima carica dispersiva”.

Questo perchè qualche giorno prima, come sta accadendo con ritmo serrato in quelle terre, un gruppo di coloni israeliani ha costruito nottetempo un avamposto con qualche tenda e qualche sedia: “la mattina dopo, mascherati e armati di fucile e mazze chiodate hanno attaccato gli agricoltori locali che raccoglievano olive sulla collina di fronte all'outpost”. Col passare dei giorni, le violenze a cui ha assitito Tawria si intensificano: gli occupanti israeliani tentano di dare fuoco ad un'auto con il suo proprietario ancora all'interno, privo di sensi per le bastonate. Salvo per miracolo, rimarrà in coma per più di due settimane.
Sul promontorio, quel 6 di novembre, alla manifestazione non violenta dei palestinesi, i soldati delle IDF (o IOF, come ha preferisce chiamarle Tawria, “Israel Occupation Forces”) rispondono con un'offensiva degna dei campi di battaglia più crudi, come se dall'altra parte non ci fossero contadini, operatori occidentali, paramedici, giornalisti locali e internazionali, attivisti israeliani.

“Io ho scoperto che lì rischio la vita molto meno che andando in moto: basta non indossare la kefia e avere la pelle chiara che non ti puntano. Se sei internazionale non ti prendono di mira, o almeno, fino ad ora è stata così”. È proprio per questo che Tawria si trova lì, insieme ai suoi compagni: per mitigare le violenze dei coloni israeliani nei confronti della popolazione palestinese. Una “presenza di protezione internazionale”, un deterrente. Eppure, ha raccontato, questa protezione è fragile: solo pochi giorni fa alcune sue compagne sono state svegliate nel cuore della notte da coloni israeliani entrati nel luogo in cui alloggiavano, e sono state aggredite e picchiate. “Oramai i “settlers” hanno capito che rimangono impuniti, ma la differenza sta nel fatto che i coloni non le hanno picchiate per ammazzarle, è stato solo un gesto intimidatorio”. Non la stessa sorte avrebbero avuto dei palestinesi.

Attraverso alcune diapositive, Tawria ha ripercorso le tappe fondamentali della nascita del conflitto, dalla nascita del sionismo nell'Ottocento (e lo slogan “una terra senza popolo per un popolo senza terra”), passando dalla nascita dello stato di Israele e dalla Nakba del 1948, definita come una “catastrofe” per la popolazione palestinese: centinaia di migliaia di persone espulse dalle proprie terre e centinaia di villaggi distrutti o cancellati dalle mappe. Poi la guerra dei Sei Giorni nel '67 e i 300 mila palestinesi espulsi dalle proprie case, l’espansione degli insediamenti israeliani a partire dagli anni Settanta e la cosiddetta strategia del “fatto compiuto”. Le mappe proiettate hanno mostrato visivamente la progressiva riduzione e discontinuità delle aree palestinesi, insieme al dibattito sulla legalità internazionale degli insediamenti, richiamando convenzioni e risoluzioni delle Nazioni Unite.

Nel suo intervento, Tawria ha affrontato anche le critiche al processo di Oslo, definito fallito per non aver risolto i nodi centrali del conflitto - dai confini ai rifugiati, dalle risorse idriche a Gerusalemme - e per aver coinciso, negli anni, con una costante crescita degli insediamenti. Il racconto è arrivato fino agli sviluppi più recenti, parlando di occupazione, di politiche discriminatorie e delle violenze fisiche e non, subite quotidianamente dai palestinesi. Di pochi giorni fa le parole dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Turk: “Si tratta di una forma particolarmente grave di discriminazione razziale e segregazione che ricorda il sistema di apartheid che abbiamo visto in passato”

Cuore della serata è stato però il racconto del lavoro quotidiano di Tawria come “presenza protettiva” nei terreni palestinesi: una funzione svolta accanto alle comunità locali, soprattutto contadine, per documentare violazioni, dissuadere atti di violenza e garantire una presenza internazionale durante momenti critici come la raccolta o l’accesso ai campi. Un’azione che, ha spiegato, si inserisce in una più ampia strategia di resistenza non violenta, portata avanti anche grazie alla collaborazione con attivisti israeliani che si oppongono all’occupazione.
Tuttavia anche questa strategia di non violenza si sta pian piano iniziando a rivelare insufficiente e gli operatori si stanno abituando ad essere una “presenza di solidale” più che una “presenza protettiva”: “diamo coraggio e stiamo loro vicini, perchè è giusto esserci” ha continuato l'operatrice umanitaria.

La serata si è chiusa con un confronto aperto con il pubblico, tra domande, riflessioni e richieste di approfondimento. La chiosa dell'ospite di Spazio Aperto è stato un invito, anche dall'Italia, ad operarsi nel proprio piccolo per supportare il popolo palestinese: come supportare le iniziative come Faz3a, boicottare le realtà economiche affiliate allo stato di Israele, partecipare alle manifestazioni a sostegno della palestina, informarsi su quanto accade, ma anche sulla cultura palestinese.

Tawria
L'incontro, organizzato di concerto con Progetto Osnago, la Voce del Corpo, con la collaborazione della Tavola meratese per la pace e il Comune di Osnago, ha visto gran parte della serata dedicata ad un'introduzione storica del conflitto israelo-palestinese e di un'analisi geopolitica della Cisgiordania.
Tawria ha però scelto di iniziare la serata con un racconto intimo, personale e crudo, che ha trasportato tutti i presenti con lei al 6 novembre scorso nel campo di ulivi del signor Qais, quando si è trovata a dover scappare da lacrimogeni e spari per il semplice fatto di aver accompagnato degli uomini musulmani a pregare sulla propria terra: “la mia prima carica dispersiva”.

Al centro Paolo Strina
Questo perchè qualche giorno prima, come sta accadendo con ritmo serrato in quelle terre, un gruppo di coloni israeliani ha costruito nottetempo un avamposto con qualche tenda e qualche sedia: “la mattina dopo, mascherati e armati di fucile e mazze chiodate hanno attaccato gli agricoltori locali che raccoglievano olive sulla collina di fronte all'outpost”. Col passare dei giorni, le violenze a cui ha assitito Tawria si intensificano: gli occupanti israeliani tentano di dare fuoco ad un'auto con il suo proprietario ancora all'interno, privo di sensi per le bastonate. Salvo per miracolo, rimarrà in coma per più di due settimane.
Sul promontorio, quel 6 di novembre, alla manifestazione non violenta dei palestinesi, i soldati delle IDF (o IOF, come ha preferisce chiamarle Tawria, “Israel Occupation Forces”) rispondono con un'offensiva degna dei campi di battaglia più crudi, come se dall'altra parte non ci fossero contadini, operatori occidentali, paramedici, giornalisti locali e internazionali, attivisti israeliani.

“Io ho scoperto che lì rischio la vita molto meno che andando in moto: basta non indossare la kefia e avere la pelle chiara che non ti puntano. Se sei internazionale non ti prendono di mira, o almeno, fino ad ora è stata così”. È proprio per questo che Tawria si trova lì, insieme ai suoi compagni: per mitigare le violenze dei coloni israeliani nei confronti della popolazione palestinese. Una “presenza di protezione internazionale”, un deterrente. Eppure, ha raccontato, questa protezione è fragile: solo pochi giorni fa alcune sue compagne sono state svegliate nel cuore della notte da coloni israeliani entrati nel luogo in cui alloggiavano, e sono state aggredite e picchiate. “Oramai i “settlers” hanno capito che rimangono impuniti, ma la differenza sta nel fatto che i coloni non le hanno picchiate per ammazzarle, è stato solo un gesto intimidatorio”. Non la stessa sorte avrebbero avuto dei palestinesi.

Attraverso alcune diapositive, Tawria ha ripercorso le tappe fondamentali della nascita del conflitto, dalla nascita del sionismo nell'Ottocento (e lo slogan “una terra senza popolo per un popolo senza terra”), passando dalla nascita dello stato di Israele e dalla Nakba del 1948, definita come una “catastrofe” per la popolazione palestinese: centinaia di migliaia di persone espulse dalle proprie terre e centinaia di villaggi distrutti o cancellati dalle mappe. Poi la guerra dei Sei Giorni nel '67 e i 300 mila palestinesi espulsi dalle proprie case, l’espansione degli insediamenti israeliani a partire dagli anni Settanta e la cosiddetta strategia del “fatto compiuto”. Le mappe proiettate hanno mostrato visivamente la progressiva riduzione e discontinuità delle aree palestinesi, insieme al dibattito sulla legalità internazionale degli insediamenti, richiamando convenzioni e risoluzioni delle Nazioni Unite.

Nel suo intervento, Tawria ha affrontato anche le critiche al processo di Oslo, definito fallito per non aver risolto i nodi centrali del conflitto - dai confini ai rifugiati, dalle risorse idriche a Gerusalemme - e per aver coinciso, negli anni, con una costante crescita degli insediamenti. Il racconto è arrivato fino agli sviluppi più recenti, parlando di occupazione, di politiche discriminatorie e delle violenze fisiche e non, subite quotidianamente dai palestinesi. Di pochi giorni fa le parole dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Turk: “Si tratta di una forma particolarmente grave di discriminazione razziale e segregazione che ricorda il sistema di apartheid che abbiamo visto in passato”

Cuore della serata è stato però il racconto del lavoro quotidiano di Tawria come “presenza protettiva” nei terreni palestinesi: una funzione svolta accanto alle comunità locali, soprattutto contadine, per documentare violazioni, dissuadere atti di violenza e garantire una presenza internazionale durante momenti critici come la raccolta o l’accesso ai campi. Un’azione che, ha spiegato, si inserisce in una più ampia strategia di resistenza non violenta, portata avanti anche grazie alla collaborazione con attivisti israeliani che si oppongono all’occupazione.
Tuttavia anche questa strategia di non violenza si sta pian piano iniziando a rivelare insufficiente e gli operatori si stanno abituando ad essere una “presenza di solidale” più che una “presenza protettiva”: “diamo coraggio e stiamo loro vicini, perchè è giusto esserci” ha continuato l'operatrice umanitaria.

La serata si è chiusa con un confronto aperto con il pubblico, tra domande, riflessioni e richieste di approfondimento. La chiosa dell'ospite di Spazio Aperto è stato un invito, anche dall'Italia, ad operarsi nel proprio piccolo per supportare il popolo palestinese: come supportare le iniziative come Faz3a, boicottare le realtà economiche affiliate allo stato di Israele, partecipare alle manifestazioni a sostegno della palestina, informarsi su quanto accade, ma anche sulla cultura palestinese.
F.F.
























