Bell'onor s'acquista in far vendetta?

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Sto aspettando la circolare del ministro dell’Istruzione che proclami un minuto di silenzio in tutte le scuole del regno per domani ma non arriva. E sì che l’anno si era riaperto il 7 gennaio, per volere del ministero, con l’omaggio a ragazzi italiani morti in un locale svizzero durante una festa, ma non ho notizia di un gesto simile per lo studente morto in una scuola italiana durante una mattina di lezione a La Spezia. Ma scrivo di primo mattino e sicuramente entro sera arriverà questa comunicazione, perché i morti sono tutti uguali, non c’è distinzione di colore della pelle, di situazione, di classe sociale, di provenienza culturale, di percorso liceale o scuola professionale, giusto?
Mentre attendo leggo i giornali e cerco di capire, senza riuscirci. Mi pare di poter condividere queste considerazioni, però.
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1) L’accoltellamento del diciannovenne egiziano Youssef Abanoub da parte del compagno marocchino Zouhair Atif ha ormai assunto i contorni definiti di una vendetta per il presunto sgarbo perpetrato da “Abu”, il quale avrebbe osato condividere sui social delle foto giovanili con colei che adesso è la ragazza di Atif, e non avrebbe dovuto permettersi, dice l’assassino (facciamo che non ci giriamo tanto intorno, eh, e lo chiamiamo per quello che è). Siamo nel pieno di una doppia stortura di una generazione che mescola virtuale e reale senza rendersi conto della differenza, che legge un post sui social come un tradimento carnale, e che reputa non solo doveroso ma persino lodevole vendicare un tale affronto e ribadire il possesso esclusivo della donna. Si dirà che sono logiche da giungla, e che appartengono a retaggi culturali tribali, e non c’è dubbio che sia parte della verità. Ma non credo che il colore della pelle o l’etnia o la religione dell’omicida siano elementi così discriminanti. Perché “bell’onor s’acquista in far vendetta” lo scriveva un fiorentino del Trecento, e di dire “a quel coso / che sono geloso / e se lo rivedo / gli spaccherò il muso” lo cantava uno che suggeriva alla bella di farsi mandare dalla mamma a prendere il latte così l’avrebbe incontrata di sfroso. Evito per decenza di citare i versacci dei rapper che rimbombano nelle orecchie dei giovani di oggi, ma i toni irridenti, possessivi, beffardi e violenti sono gli stessi, con più rutti e meno leggerezza degli stornelli degli anni Sessanta e con molti meno artifici retorici rispetto alle rime petrose di Dante. Dunque, se pensiamo di ritagliare addosso alla sola matrice culturale islamica questa degenerazione violenta del rapporto amoroso, stiamo prendendo una scorciatoia culturalmente manichea.

2) Non c’è dubbio, tuttavia, che particolari contesti di scuola siano più a rischio. Mi dispiace se qualche collega preside o docente si offende, ma è un dato di fatto che gli istituti professionali, per come oggi in Italia è pensato questo percorso di istruzione, siano il rifugio di giovani con difficoltà cognitive, rischio di devianza comportamentale, malesseri sociali e psicologici, metà ambulatori metà riformatori (qui mi si irritano gli amici pedagogisti). E che, salvo qualche rara eccezione, queste scuole sfidanti siano evitate il più possibile dai docenti come sedi di incarico, è purtroppo altrettanto vero: “Quelle scuole in cui tutti temono di finire, e che nessuno si augura”, per dirlo con le parole della preside del comprensivo di Caivano protagonista della recente fiction RAI. Mi viene da dire che il concetto checcozaloniano di “posto fisso”, di “ruolo” sia contrario al diritto costituzionale al successo formativo (qui mi si irritano gli amici sindacalisti): scuole di questo tipo sono l’inferno necessario alla gavetta e al punteggio per docenti che appena possibile chiedono il trasferimento nelle scuole alte, i tecnici, i licei, e lì si siedono un po’ più (mai davvero del tutto, perché le difficoltà ci sono ovunque) comodi. E se pensassimo a un turnover periodico, in cui presidi e docenti che hanno maturato eventuali competenze migliori nelle scuole cosiddette di maggior valore le redistribuiscano anche agli altri livelli, portando aria diversa, magari, spiazzante, e viceversa? 

3) È purtroppo altrettanto vero che i costosi e dispersivi percorsi di integrazione e inclusione nella scuola italiana, fatti di didattica compensativa, mediatori culturali, compromessi valutativi e altre acrobazie non funzionano (qui perdo gli amici di sinistra). Racconto cosa avviene di solito: quando si formano le sezioni alla scuola secondaria di I grado ci si premura di distribuire gli studenti di famiglie straniere un tot per classe per tutte le classi, come un privilegio da dividere equamente o un problema da piazzare indistintamente a tutti, ma più la seconda. Di solito arrivano indicazioni da parte delle maestre: non si metta questo ragazzino con quest’altro perché le famiglie nel quartiere litigano e spesso vengono alle mani e altre faide simili che la scuola non ama importare, avendo già i propri problemi. Nella maggior parte dei casi questi studenti di provenienza araba, molto più degli studenti dell’est o dell’America latina, concludono il percorso più per sfinimento dei docenti che per meriti reali (“Ma vuoi fermarlo e averlo qui un altro anno? Lo promuoviamo così non lo vediamo più”) e il consiglio ghettizzante che li orienta verso le scuole professionali. Qui mi si sono arrabbiati gli insegnanti, ma chi proprio ha voglia di sollevare eccezioni lo faccia senza ideologie sugli occhi.

4) Che il locale di Crans Montana non fosse sicuro è oggi acclarato e, sempre senza le fette di salame sugli occhi, era palese anche prima agli stessi frequentatori, minori o adulti che fossero. Ma le storture delle logiche malate del profitto, i mancati controlli delle autorità svizzere, l’avidità dei gestori, la spensieratezza alcolica e festosa eccetera eccetera... E le scuole italiane, invece? Sono un ambiente sicuro? 

Mentre aspetto indicazioni sul minuto di silenzio anche per il povero “Abu” ucciso nei corridoi dell’Istituto Statale Einaudi-Chiodo di La Spezia da parte del ministro che è andato al Collegio paritario delle Orsoline di san Carlo di Milano per essere vicino agli studenti nel lutto per il loro compagno morto in Svizzera, raccolgo notizie su un futuro decreto sicurezza che vieti di entrare a scuola con armi da taglio (maddai? Dovrò lasciare a casa il coltellino svizzero multifunzione con cui mi accompagnavo sinora quotidianamente. Che peccato!), sui metal detector agli ingressi delle scuole “di maggior rischio” – dice sempre il ministro di cui sopra – e sull’atto dovuto dell’invio degli ispettori ministeriali nella scuola.
Stai a vedere che la colpa è degli insegnanti, in effetti.
Stefano Motta
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