Church pocket/96. Peccati in Wi-Fi - i vizi capitali moderni

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C’era una volta la lista dei “vizi capitali” che tanti, soprattutto meno giovani, si saranno dovuti sorbire a memoria al catechismo: ira, superbia, accidia, avarizia, invidia, gola e lussuria. Sembravano cose da medioevo, roba da monaci cistercensi o prediche alla Girolamo Savonarola. E invece… eccoli qui, vivi e vegeti, solo che hanno cambiato vestito. Hanno messo il Wi-Fi, si sono fatti un profilo social e adesso ci camminano accanto ogni giorno, nascosti negli schermi che portiamo sempre in tasca.
Il digitale non ha inventato il male, certo. Il male in sé, non esiste. È, per dirla come l’Aquinate «la privazione di un bene (non inteso come oggetto, ma con l’eccezione di “buono”) che è naturale ad un soggetto». Anche il maligno non è il male ma è una privazione, una lontananza da Dio. Il digitale, come tutte le cose, ha reso questa assenza più presenza. Ma l’ha reso la cattiveria più veloce. Ma l’ha reso la cattiveria più veloce, più sottile, più quotidiana. Non serve più andare in piazza per gridare la propria rabbia o dallo psicologo: basta un commento anonimo. Non c’è bisogno di accumulare oro o terreni: ora si accumulano dati. Non si invidia il palazzo del vicino, ma la vita perfetta di chi posta foto su Instagram. È lo stesso cuore umano di sempre, solo aggiornato all’ultima versione. E allora vale la pena riprendere questi sette vizi “antichi” e guardarli con occhi nuovi. Non per moralismo, ma per capire come ci condizionano e come il Vangelo ci può liberare anche lì, tra feed, stories e commenti. Perché se Dio si è fatto carne, non avrà certo paura di sporcarsi le mani con i nostri smartphone.
Benvenuti in Peccati in Wi-Fi: una rassegna che racconta come i vecchi vizi hanno trovato casa nel mondo digitale … e come possiamo affrontarli senza spegnere il telefono ma accendendo la fede.
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Ira: Commenti al veleno
L’ira, dicevano i monaci antichi, è fuoco che divora chi la accende. Oggi quel fuoco non brucia più nelle piazze o nelle taverne, ma negli schermi. Bastano pochi secondi, una tastiera e l’anonimato: ed ecco che l’ira diventa commento velenoso, sfogo incontrollato, tempesta di insulti sotto un post. È il fenomeno che conosciamo bene: l’odio da tastiera.
Ma che cos’è davvero l’ira digitale? Non è solo “parlare male online”. È la trasformazione della parola in arma. È la voglia di colpire l’altro senza ascoltarlo. È la fretta di giudicare, senza conoscere, perché “su internet si può”. Il web è pieno di spazi che diventano, a volte, danno voce anche a chi voce, venti anni fa, non l’avrebbe mai avuto. È un bene? Non saprei. Ma a volte, mi vien da dire, che un bel tacere non fu mai scritto. E qui il vizio antico si fa moderno: l’ira diventa un tribunale senza misericordia, dove si condanna senza prove, si lapida senza appello e dove l’anonimato ci dà la libertà di dire quel che vogliamo.
Eppure, l’ira non nasce dal nulla. Spesso porta con sé una ferita vera: ingiustizie vissute, frustrazioni accumulate, solitudini non dette. A volte questi luoghi digitali sono i soli spazi di socialità. In una società social sembra quasi che si sia spenta la relazionalità. Ci sembra di “dire la nostra”, ma in realtà alimentiamo solo rumore. Tommaso d’Aquino lo diceva chiaro: l’ira non è cattiva in sé, può essere perfino giusta se difende i deboli. Il problema è quando diventa cieca, quando non cerca più il bene ma solo lo sfogo. E qui il Vangelo è diretto: «Chiunque si adira con il proprio fratello dovrà rispondere al tribunale» (Mt 5,22). Gesù non mette in guardia solo dalla violenza fisica, ma anche da quella verbale. Come uscire da questa trappola? Non basta spegnere il telefono o fare digiuno social (anche se ogni tanto aiuta). Serve imparare la virtù opposta: la mitezza. Non è debolezza, ma forza che sa controllare la rabbia e la cattivera, trasformandola in energia costruttiva. La mitezza probabilmente non “paga” subito, è come un cavallo di razza: la sua prodezza la si vede nelle lunghe corse. Ma anche queste sembrano belle parole. Per questo ci viene in soccorso il fondatore della teologia morale moderna, Sant’ Alfonzo Maria De Liguori, grande studioso ma molto “pratico”, più conosciuto per “Tu scendi dalle stelle”. Nelle sue Massime Eterne diceva che «chi si vince nell’ira, acquista più merito che se avesse fatto un pellegrinaggio a Gerusalemme» quasi a dire che chi combatte interiormente compie un’impresa più grande di un pellegrinaggio – a piedi – in Terrasanta. Possiamo anche intenderla come un trattenersi dallo sfogo – oggi potremmo dire “dal commento velenoso” – valga più di tante pratiche esteriori. Se l’ira digitale ci porta a “sparare” parole che distruggono, la mitezza ci ricorda che una parola detta bene può aprire, costruire, guarire. In fondo, Dio stesso ha scelto di farsi “Parola” che salva, non insulto che ferisce.
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L’ira digitale non resta mai confinata nello schermo. Lo vediamo purtroppo con il cyberbullismo: insulti ripetuti, prese in giro, umiliazioni pubbliche fatte passare per “scherzi” o per “libertà di opinione” che però lasciano ferite profonde. Sant’Alfonso diceva: «L’ira è un fuoco che tutto divora: brucia la carità, distrugge la pace, spegne la devozione». È impressionante quanto queste parole risuonino oggi: nei casi di cyberbullismo quel fuoco brucia legami, amicizie, famiglie. E il silenzio delle vittime ci ricorda che certe ferite non si rimarginano con un semplice “era solo uno scherzo”.
Per questo il “bel tacere” di Dante diventa ancora più urgente: prima di scrivere, prima di “postare per ridere”, fermarsi e chiedersi se quella parola costruisce o distrugge. Perché in una società sempre più social, ma sempre meno capace di relazione, anche una riga di testo può salvare o ferire una vita. La vera sfida non è spegnere la rabbia, ma darle un nome, trasformarla in impegno, non in veleno. Perché anche nel digitale, la differenza tra odio e amore può stare in una riga di testo. Perché nel digitale, come nella vita, non saranno i commenti velenosi a scrivere la storia, ma la Parola che salva.
Rubrica a cura di Pietro Santoro
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