Ii diritto alla vulnerabilità
Caro Direttore,
provo a dialogare con il signor Emilio perché non condivido il contenuto del suo contributo ma ne apprezzo il tono civile e partecipe che merita rispetto proprio perché nasce da una sincera preoccupazione educativa. - Tuttavia, credo sia necessario chiarire un punto decisivo, che rischia di restare sullo sfondo: le responsabilità non possono essere spostate sulle vittime, soprattutto quando si tratta di giovanissimi (né dei loro genitori, vittime anch'essi) - I ragazzi morti nell’incendio, caro signor Emilio, non sono deceduti per "eccesso di divertimento", né per una generica propensione all’imprudenza come scrive. Sono morti per negligenze adulte, per carenze strutturali, per controlli mancati o insufficienti, per una catena di responsabilità che riguarda chi doveva garantire sicurezza e ha invece messo al primo posto il guadagno, la capienza, l’evento, l’audience. Gli affari. - Le leggi esistono proprio perché la vulnerabilità umana - e quella dei giovani in particolare - non può essere affidata al solo "buon senso individuale". E quando le leggi non vengono rispettate, la colpa non è di chi ne subisce le conseguenze, ma di chi le viola o non le fa rispettare. - Esistono inoltre evidenze sanitarie, sociali e naturali che in parte provano a spiegare perché quei ragazzi non siano fuggiti. Si chiama: "Il Bias della sicurezza implicita", è un meccanismo psicologico intervenuto nella situazione che stiamo discutendo: Non si percepisce il rischio con lucidità quando ci si trova in un ambiente affollato dove anche gli altri non scappano; Non lo si percepisce quando si è in una struttura pubblica che si associa sicura e controllata, tantopiù svizzera; Non lo si percepisce quando i gas di un incendio paralizzano, rallentano, confondono, tolgono respiro e orientamento. Non è stupidità: è fisiologia, è psicologia collettiva, è biologia della paura. (le lascio qui una spiega più reclinata https://www.facebook.com/100001868346827/posts/pfbid0aq7FefwRiFD7KHWa7k2jkm83195Fr44qRVzC97LiMiw1LgcXCiTqDXPQj41hCi9Pl/?app=fbl
Attribuire a posteriori un dovere di "scelta saggia" a chi, in quei minuti, era immerso nel caos e nell’illusione di essere al sicuro, significa usare il senno di poi come metro morale. Ma il senno di poi, come lei stesso ricorda, non salva vite. - Quanto al ruolo educativo dei genitori, la metafora del giardiniere è preziosa e condivisibile. Proprio per questo va completata: non si può chiedere alla piantina di resistere a un terreno avvelenato o a una serra costruita male. La crescita sana dei giovani non dipende solo dalla famiglia, ma da un contesto sociale e istituzionale che deve essere affidabile, vigilante, responsabile. Qui a Lecco, da me, l'istituzione per esempio si è riempita la bocca di "Comunità educante" ma è stata soprattutto mero gioco, l'ennesimo, di parole. - Mi spingo a dire che bisogna sottolineare casomai ai giovani di cercare il loro alfabeto per capire che sono spesso, troppo spesso, strumento del profitto, degli adulti che li usano...e li mettono, con evidenza, dopo i soldi e quindi la sicurezza, l'attenzione, la cura, le tutele, dopo la persona. (su Leccoonline c'è un chiaro e utile editoriale del prof..Magni https://www.leccoonline.com/notizie/94429/la-sicurezza-e-all-rsquo-ultimo-posto-prima-guadagno-e-speculazione
Già '68, una persona bellissima, Mauro Rostagno, aveva creato a Trento, ben più di uno slogan "noi non vogliamo trovare un posto in questa società ma creare una società in cui valga la pena trovare un posto"... - Io inoltre m'immagino come si possano sentire i figli di coloro che in questo momento stanno commentando contro - di fatto - i ragazzini morti a Crans-Montana (perché riprendevano con il telefono, perché avevano bevuto, perché erano usciti di casa, perché perché, perché...). Una cosa tipo "papà, ma stai dicendo che se io morissi in un incidente del genere tu penseresti che è colpa mia? Daresti la colpa a me?". Ecco, speriamo non vi leggano. - Infine, vorrei rivendicare un punto spesso dimenticato: i giovanissimi hanno il diritto di essere vulnerabili. È persino auspicabile che siano curiosi, che escano dalla traccia del genitore, che sperimentino il mondo con coraggio - quel coraggio che non è incoscienza, ma slancio vitale, direbbe Steiner. Il compito degli adulti non è spegnere quel coraggio, bensì costruire luoghi sicuri in cui possa esprimersi senza trasformarsi in tragedia. Proteggere i giovani non significa renderli timorosi; significa fare in modo che la loro fiducia nel mondo non venga tradita. E non addossargli colpe non loro.
provo a dialogare con il signor Emilio perché non condivido il contenuto del suo contributo ma ne apprezzo il tono civile e partecipe che merita rispetto proprio perché nasce da una sincera preoccupazione educativa. - Tuttavia, credo sia necessario chiarire un punto decisivo, che rischia di restare sullo sfondo: le responsabilità non possono essere spostate sulle vittime, soprattutto quando si tratta di giovanissimi (né dei loro genitori, vittime anch'essi) - I ragazzi morti nell’incendio, caro signor Emilio, non sono deceduti per "eccesso di divertimento", né per una generica propensione all’imprudenza come scrive. Sono morti per negligenze adulte, per carenze strutturali, per controlli mancati o insufficienti, per una catena di responsabilità che riguarda chi doveva garantire sicurezza e ha invece messo al primo posto il guadagno, la capienza, l’evento, l’audience. Gli affari. - Le leggi esistono proprio perché la vulnerabilità umana - e quella dei giovani in particolare - non può essere affidata al solo "buon senso individuale". E quando le leggi non vengono rispettate, la colpa non è di chi ne subisce le conseguenze, ma di chi le viola o non le fa rispettare. - Esistono inoltre evidenze sanitarie, sociali e naturali che in parte provano a spiegare perché quei ragazzi non siano fuggiti. Si chiama: "Il Bias della sicurezza implicita", è un meccanismo psicologico intervenuto nella situazione che stiamo discutendo: Non si percepisce il rischio con lucidità quando ci si trova in un ambiente affollato dove anche gli altri non scappano; Non lo si percepisce quando si è in una struttura pubblica che si associa sicura e controllata, tantopiù svizzera; Non lo si percepisce quando i gas di un incendio paralizzano, rallentano, confondono, tolgono respiro e orientamento. Non è stupidità: è fisiologia, è psicologia collettiva, è biologia della paura. (le lascio qui una spiega più reclinata https://www.facebook.com/100001868346827/posts/pfbid0aq7FefwRiFD7KHWa7k2jkm83195Fr44qRVzC97LiMiw1LgcXCiTqDXPQj41hCi9Pl/?app=fbl
Attribuire a posteriori un dovere di "scelta saggia" a chi, in quei minuti, era immerso nel caos e nell’illusione di essere al sicuro, significa usare il senno di poi come metro morale. Ma il senno di poi, come lei stesso ricorda, non salva vite. - Quanto al ruolo educativo dei genitori, la metafora del giardiniere è preziosa e condivisibile. Proprio per questo va completata: non si può chiedere alla piantina di resistere a un terreno avvelenato o a una serra costruita male. La crescita sana dei giovani non dipende solo dalla famiglia, ma da un contesto sociale e istituzionale che deve essere affidabile, vigilante, responsabile. Qui a Lecco, da me, l'istituzione per esempio si è riempita la bocca di "Comunità educante" ma è stata soprattutto mero gioco, l'ennesimo, di parole. - Mi spingo a dire che bisogna sottolineare casomai ai giovani di cercare il loro alfabeto per capire che sono spesso, troppo spesso, strumento del profitto, degli adulti che li usano...e li mettono, con evidenza, dopo i soldi e quindi la sicurezza, l'attenzione, la cura, le tutele, dopo la persona. (su Leccoonline c'è un chiaro e utile editoriale del prof..Magni https://www.leccoonline.com/notizie/94429/la-sicurezza-e-all-rsquo-ultimo-posto-prima-guadagno-e-speculazione
Già '68, una persona bellissima, Mauro Rostagno, aveva creato a Trento, ben più di uno slogan "noi non vogliamo trovare un posto in questa società ma creare una società in cui valga la pena trovare un posto"... - Io inoltre m'immagino come si possano sentire i figli di coloro che in questo momento stanno commentando contro - di fatto - i ragazzini morti a Crans-Montana (perché riprendevano con il telefono, perché avevano bevuto, perché erano usciti di casa, perché perché, perché...). Una cosa tipo "papà, ma stai dicendo che se io morissi in un incidente del genere tu penseresti che è colpa mia? Daresti la colpa a me?". Ecco, speriamo non vi leggano. - Infine, vorrei rivendicare un punto spesso dimenticato: i giovanissimi hanno il diritto di essere vulnerabili. È persino auspicabile che siano curiosi, che escano dalla traccia del genitore, che sperimentino il mondo con coraggio - quel coraggio che non è incoscienza, ma slancio vitale, direbbe Steiner. Il compito degli adulti non è spegnere quel coraggio, bensì costruire luoghi sicuri in cui possa esprimersi senza trasformarsi in tragedia. Proteggere i giovani non significa renderli timorosi; significa fare in modo che la loro fiducia nel mondo non venga tradita. E non addossargli colpe non loro.
Paolo Trezzi

























