Church Pocket/94: Il sangue dei martiri non ha smesso di parlare
La Chiesa ricorda i martiri, mentre il mondo sceglie il silenzio
«Il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani», scriveva Tertulliano. Una frase antica, che sembra uscita dalle catacombe dei primi secoli, e che invece oggi torna a parlare con una voce dura, quasi brutale. Non è una metafora consolatoria. È una constatazione storica. Ogni volta che la fede viene colpita, umiliata, messa a tacere, qualcosa — lentamente, ostinatamente — continua a vivere. Lo vediamo già nel Vangelo. Giovanni il Battista muore in silenzio, vittima del capriccio di un potente, scambiato per un ballo sensuale. Una testa su un piatto, un profeta lasciato solo. Eppure nessuno è riuscito a spegnere la sua parola. Poco dopo, Stefano, il primo martire, cade sotto le pietre mentre prega per i suoi carnefici. La Chiesa nasce così: non da una vittoria politica, ma da una testimonianza che resiste anche quando il corpo cade. È così che funziona la verità: continua anche quando sembra sconfitta.
Oggi quella dinamica si ripete, lontano dai nostri sguardi, in Nigeria. Non ci sono palazzi reali né banchetti. Ci sono villaggi bruciati, chiese sventrate, famiglie costrette a fuggire nella notte. La violenza prova a cancellare la fede, e la fede continua a restare. Secondo la Red List 2025 di Global Christian Relief, tra novembre 2022 e novembre 2024 in Nigeria sono stati uccisi circa 9.800 cristiani per motivi legati alla fede. Dal 2009 al 2023 il numero complessivo supera le 50.000 vittime. Non è una guerra con fronti definiti. È un logoramento quotidiano: incursioni improvvise, rapimenti, sacerdoti presi di mira, comunità svuotate. Vivere la fede diventa un atto di resistenza.
Ma la Nigeria non è un’eccezione isolata. In Medio Oriente, in Siria e in Iraq, comunità cristiane millenarie sono state quasi cancellate. In Pakistan, la legge sulla blasfemia continua a colpire indiscriminatamente. In Cina, la fede viene controllata, sorvegliata, piegata. In Corea del Nord, professare il cristianesimo resta un reato da campo di lavoro. Secondo i principali osservatori internazionali, oggi oltre 360 milioni di cristiani nel mondo vivono in contesti di persecuzione o grave discriminazione. Numeri enormi, che spesso restano ai margini dell’informazione globale. E anche nel nostro inclusivo occidente, talvolta, si sente di chiese bruciate o di atti sacrileghi.
Ed è forse questo l’aspetto più inquietante: si tratta di una persecuzione silenziosa. Non riempie i telegiornali. Non diventa bandiera politica. Non è “spendibile”. Quando un villaggio cristiano viene raso al suolo, il mondo si volta dall’altra parte. Quando un sacerdote viene rapito o ucciso, la notizia scivola via come una statistica. Questa indifferenza pesa quanto la violenza. Perché uccide una seconda volta: cancella la memoria, rende invisibile il dolore.
Eppure, proprio lì, il seme continua a lavorare sotto terra. Come nei primi secoli. Come ai tempi di Stefano. Come nella Chiesa ambrosiana delle origini, nata in un clima duro, custodita da uomini e donne che hanno creduto senza clamore. Una fede che non fa rumore, ma resta. Che non cerca riflettori, ma resiste. Che non vince secondo le logiche del mondo, ma non muore.
Forse è questo il senso più vero della frase di Tertulliano. Quel sangue non chiede vendetta né titoli. Germoglia. Piano. Ostinato. Invisibile. Nelle notti africane, mentre una madre riaccende una candela davanti a ciò che resta della sua chiesa. Nelle comunità ferite che scelgono di non cedere alla paura. Il martirio non è una pagina chiusa dei primi secoli. È una storia che continua. E ci riguarda. Perché ci ricorda chi siamo quando tutto crolla: uomini e donne che credono ancora che una luce piccola, tremolante, è più forte di tutte le notti. Agli sgoccioli di Giubileo, forse, al cattolico resta questa invito: continuare ad alimentare la fiamma della fede, anche quando di questa ne resta solo una debole brace.
«Il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani», scriveva Tertulliano. Una frase antica, che sembra uscita dalle catacombe dei primi secoli, e che invece oggi torna a parlare con una voce dura, quasi brutale. Non è una metafora consolatoria. È una constatazione storica. Ogni volta che la fede viene colpita, umiliata, messa a tacere, qualcosa — lentamente, ostinatamente — continua a vivere. Lo vediamo già nel Vangelo. Giovanni il Battista muore in silenzio, vittima del capriccio di un potente, scambiato per un ballo sensuale. Una testa su un piatto, un profeta lasciato solo. Eppure nessuno è riuscito a spegnere la sua parola. Poco dopo, Stefano, il primo martire, cade sotto le pietre mentre prega per i suoi carnefici. La Chiesa nasce così: non da una vittoria politica, ma da una testimonianza che resiste anche quando il corpo cade. È così che funziona la verità: continua anche quando sembra sconfitta.

Ma la Nigeria non è un’eccezione isolata. In Medio Oriente, in Siria e in Iraq, comunità cristiane millenarie sono state quasi cancellate. In Pakistan, la legge sulla blasfemia continua a colpire indiscriminatamente. In Cina, la fede viene controllata, sorvegliata, piegata. In Corea del Nord, professare il cristianesimo resta un reato da campo di lavoro. Secondo i principali osservatori internazionali, oggi oltre 360 milioni di cristiani nel mondo vivono in contesti di persecuzione o grave discriminazione. Numeri enormi, che spesso restano ai margini dell’informazione globale. E anche nel nostro inclusivo occidente, talvolta, si sente di chiese bruciate o di atti sacrileghi.
Ed è forse questo l’aspetto più inquietante: si tratta di una persecuzione silenziosa. Non riempie i telegiornali. Non diventa bandiera politica. Non è “spendibile”. Quando un villaggio cristiano viene raso al suolo, il mondo si volta dall’altra parte. Quando un sacerdote viene rapito o ucciso, la notizia scivola via come una statistica. Questa indifferenza pesa quanto la violenza. Perché uccide una seconda volta: cancella la memoria, rende invisibile il dolore.
Eppure, proprio lì, il seme continua a lavorare sotto terra. Come nei primi secoli. Come ai tempi di Stefano. Come nella Chiesa ambrosiana delle origini, nata in un clima duro, custodita da uomini e donne che hanno creduto senza clamore. Una fede che non fa rumore, ma resta. Che non cerca riflettori, ma resiste. Che non vince secondo le logiche del mondo, ma non muore.

Pietro Santoro

























