Church Pocket/90. Leone XIV a Nicea: radici antiche per una Chiesa che non si vergogna

Dal silenzio nella Moschea Blu al ritorno alla sorgente del Credo: il viaggio che inizia a svelare la teologia di Leone XIV.

Ci sono viaggi che sembrano solo diplomazia, e poi ci sono viaggi che sanno di radici e fondamenta. Quello che Papa Leone XIV ha compiuto in Turchia dal 27 novembre al 2 dicembre 2025 appartiene alla seconda categoria: un pellegrinaggio che torna dove tutto è iniziato, nei luoghi del Concilio di Nicea, laddove il cristianesimo ha definito il suo “Credo”. Leone XIV è solo il quinto Papa nella storia: prima di lui Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco
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Tra le tappe più cariche di significato c’è stato il ritorno a İznik, l’antica Nicea. Là, dove nel 325 i padri della Chiesa si sono riuniti per dire chi fosse Cristo, Leone XIV ha preso parte a una celebrazione ecumenica accanto al patriarca Bartolomeo. Il Papa ha definito Nicea come la sorgente che continua a dare acqua limpida. La scena era semplice: nessuna folla oceanica, nessuna cattedrale imponente, solo un luogo antico e un gesto di unità. Ma dietro c’è un messaggio forte: ricordare Nicea oggi significa ricordare che cristiani diversi, spesso lontani, provengono dalla stessa radice. Il viaggio ha anche aperto uno sguardo sulla presenza cristiana in Turchia. Una minoranza piccola, fragile, spesso invisibile. 
Ma il viaggio ha avuto anche un punto di svolta, difficile da ignorare. È successo a Istanbul, alla Moschea Blu. Non ha recitato nulla. Nessuna pseudo preghiera interconfessionale. Nessuna formula. Il silenzio nella Moschea Blu segna una distanza, almeno nei modi, rispetto allo stile del pontificato precedente. La scelta di Leone XIV è stata l’opposto di certe aperture confuse degli anni scorsi, quelle che avevano lasciato entrare nelle chiese statue e ritualità che nulla avevano a che fare con la fede cattolica. Qui no. Niente Pachamama, niente performance, niente mescolanza di linguaggi. Solo un uomo che cammina scalzo in uno spazio sacro non suo, e che afferma con un gesto semplice che il dialogo non si costruisce confondendo le identità, ma rispettandole. Un ponte non è un miscuglio. È due sponde che si riconoscono senza diventare una cosa sola. Leone XIV ha scelto questa linea: dialogo, sì; dissoluzione, no. Un cambio di passo evidente, che a molti è sembrato un ritorno alla chiarezza.
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E alla fine tutto torna lì, al Credo. A quelle parole antiche che a Nicea hanno preso forma e che ancora oggi teniamo tra le mani come un filo che non si spezza. Il viaggio in Turchia si chiude così: con un richiamo a ciò che sostiene ancora la Chiesa quando tutto intorno traballa. Forse è questo il punto del viaggio di Leone XIV: l’impressione che l’essenziale sia tornato a galla: una Chiesa che non deve avere paura di dire chi crede, e perché. Una Chiesa che non si vergogna delle sue radici.  E il viaggio, quasi da solo, si lega all’Avvento. Perché proprio mentre la Chiesa va sul luogo del Credo — «per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo» l’Avvento ci ricorda che quelle parole non sono teoria, ma carne. Sono il Verbo che entra nella storia, che prende un volto, un corpo, un’umanità, una vita, che diventa la ragione stessa del nostro credere. E l’Avvento, con le sue luci piccole e le sue attese silenziose, ci mette davanti proprio questo: il Verbo che si fa carne. Il motivo per cui, ancora oggi, vale la pena credere.
P.S.: Un grazie sincero al vaticanista Giacomo Gambassi di Avvenire per la cortese concessione della fotografia, che accompagna e arricchisce questo articolo.
Rubrica a cura di Pietro Santoro
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