DON MARIO, OVVERO IL BELZEBU’ DELLA VALLETTA

L'arcivescovo di Milano Angelo Scola
Pare che la Valletta sia terra di Belzebù. Ce n’è uno anziano che basta e avanza.  Don Mario Bonfanti è ancora un virgulto. Le sue prospettive sono diverse rispetto a quelle di don Giorgio De Capitani. E allora via. Il giovane sia rimandato nel luogo dal quale era venuto. E’ strano questo concetto di selezione della specie. L’ Arcidiocesi  di Milano, che è Chiesa di seria A, rispedisce il giovane sacerdote alla Diocesi sarda, che è Chiesa di serie B, perchè la sua voce  non allineata torni ad essere flebile, ma soprattutto lontana.
 Si chiama normalizzazione. Qui in Brianza non lo vogliamo, in Sardegna facciano quello che vogliono. Capito?  La Chiesa non è una, ma divisa in tanti orticelli, alcuni verdissimi, altri arsi. Nella ricca arcidiocesi di Milano le pianticelle devono crescere secondo i rigorosi protocolli del nuovo giardiniere unico. Nella Diocesi semplice di Ales-Terralba, nella lontana Sardegna, vedano loro. Clima diversi, colture diverse. Intanto don Mario Bonfanti è messo a tacere. Il risultato è ottenuto, il tempo farà il resto.

Che cosa dire della decisione dell’arcivescovo di  Milano Cardinale Angelo Scola di concludere il rapporto di collaborazione pastorale resa dal giovane sacerdote dall’ottobre 2007 ad oggi alla comunità di Sant’Antonio Abate costituita tra le Parrocchie di Rovagnate, S.Ambrogio in Monte, Perego e Santa Maria Hoè? Don Mario era qui in prestito e la Curia di Milano ha deciso di non riscattarlo. Come nel mondo del pallone, gli ha dato il calcio d’addio.
La colpa di don Mario è di avere apertamente espresso comprensione e solidarietà per quelli che nella Chiesa Cattolica Apostolica Romana sono considerati diversi. Nel mondo del lavoro li si direbbe atipici.  Lo sono – diversi – gli omosessuali, i divorziati, le coppie di fatto e tutta quella categoria di persone che esce dagli schemi abituali. Oddio, ci sono le eccezioni di alto bordo, ma questo discrimine è valutato e deciso dalle gerarchie  ecclesiastiche a Roma come a Milano. Le chiamano opportunità, ma è mero opportunismo. Con una sensibilità di uomo prima  ancora che di sacerdote don Mario Bonfanti ha denunciato come anche nella Casa del Signore vi siano pesanti riserve, preclusioni, ostracismi nei riguardi di una fetta di umanità la cui diversità, a suo modo di vedere, ha diritto di esprimersi e manifestarsi senza preconcetti, pregiudizi e soprattutto senza impedimenti.
Di fronte a Dio siamo tutti uguali, pensa il giovane sacerdote, e l’occhio e il cuore del ministro di Dio devono essere benevoli, tolleranti, portati alla comprensione ed all’accettazione.
Don Mario ha detto questo, ma lo ha detto in  forte anticipo rispetto a quelli che stanno sopra di lui e che si dibattono ancora nel dubbio di quale risposta dare a un fenomeno umano i cui numeri sono in costante aumento.
Per giunta don Mario è giovane e opera in una regione che ha generato Pontefici e che quindi ha il compito di educare e indicare la via. L’asfalto è sempre meno battuto, ma la direzione è una e non sono ammesse deviazioni.
Don Mario Bonfanti
Ora, non sono tanto presuntuoso da declassare a meno di niente i motivi, le ragioni, le valutazioni, le prospettive, i calcoli, le pressioni che possono essere alla base di questo diktat milanese. Don Mario era stato fraternamente avvertito dal vicario episcopale competente, ma la mente e il cuore di una persona non sono un chip o una scheda riprogrammabili. I sacerdoti in trincea non hanno il medesimo orizzonte dei generali. Si vedono cose diverse, le prospettive sono più immediate, c’è meno tempo per la filosofia. Bisogna dare risposte, dentro il Tempio, ma anche fuori.
Io ho un ricordo che non mi esce dalla mente: è quello di un maturo sacerdote meratese, intelligente e sensibile, che non riconosceva più il suo gregge perché nessuno più gli baciava la mano o gli implorava una benedizione. In verità disse anche che nessuno più faceva volentieri l’elemosina. Quando disse queste cose le accompagnò con uno sguardo assente, quasi si sentisse improvvisamente inutile.
Don Mario Bonfanti ora si prenderà una pausa di riflessione. Io gli chiedo solo una cosa ed è quella di non dimenticare che la lettera protocollo 0537 del 28 febbraio 2012 a firma del vicario generale della Curia arcivescovile di Milano non cancella le persone cui lui ha dato palese solidarietà. E neppure rinvia il problema di queste tantissime pecorelle il cui manto è visto come non  uniforme. I “diversi” sono sempre li, a Milano coma nella bella Sardegna, a chiedere che si prenda atto  del loro esistere.
Chissà, caro don Mario, se verrà mai  un giorno in cui un  Pontefice commissionerà la sua Chiesa come il Presidente Napolitano ha fatto con il Parlamento per “ manifesta inadeguatezza al compito” chiamando un Mario Monti in abito talare a rilanciarne la missione investendo nei giovani sacerdoti  e nelle loro leggere vesti.
Dal 1 marzo 2012 lei è stato depennato dagli elenchi milanesi dell’Istituto per il sostentamento del Clero della Diocesi di Milano. Tradotto: niente paga e niente contributi. Ci pensi la piccola diocesi sarda. Non c’è l’articolo 18 a tutela dei religiosi. C’è invece una intransigente flessibilità. L’hanno fatta fuori in due giorni, che sarebbero stati uno solo se il 2012 non fosse anno bisestile.
Si consoli, ora è in compagnia di altri preti che hanno fatto la storia della Chiesa dei poveri e degli emarginati. Lei  non è colpevole, lei  è incompreso. Lei vede oltre. Deve solo aspettare di essere raggiunto da chi oggi  è in ritardo.
Alberico Fumagalli
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