Church Pocket/135. Le donne che la Bibbia vede 1/4
Il 25 novembre richiama l’attenzione sulla violenza contro le donne. In queste domeniche, Church Pocket si fermerà su quattro figure femminili della Bibbia: Agar, Betsabea, Tamar e l’Emorroissa. Non ne faremo una galleria di personaggi esemplari, né cercheremo in ogni racconto la stessa storia. Agar è una schiava egiziana coinvolta nella vicenda di Abramo e Sarai; Betsabea incontra il potere di Davide; Tamar subisce la violenza di Amnon e il silenzio della famiglia reale; l’emorroissa si avvicina a Gesù portando con sé dodici anni di malattia.
Sono testi antichi, da leggere senza nasconderne le tensioni e senza attribuire alle protagoniste pensieri che il racconto non riferisce. In alcuni emerge con forza la violenza; in altri affiorano la malattia, la condizione sociale, il corpo e il modo in cui una donna viene guardata o ascoltata. Proveremo a seguire queste donne nel testo, ascoltando ciò che dicono, ciò che subiscono e ciò che gli altri fanno – o non fanno – davanti a loro.
Agar, la schiava che Dio vede
La promessa fatta ad Abramo passa anche attraverso una donna che non ha scelto il posto che le è stato assegnato. Nel deserto, Agar incontra il Dio che la vede e la chiama per nome, ma il racconto non nasconde la durezza della sua condizione

La promessa di Dio tarda. Sarài non ha figli e, a un certo punto, decide di affidare ad Abram la propria schiava egiziana, Agar, perché abbia un figlio da lei. Abram accetta. Il racconto riferisce che Sarài diede Agar ad Abram e che lui si unì a lei; non dice se Agar poté o volle opporsi. Sappiamo però che era schiava, in una condizione di dipendenza dalla padrona e da Abram. Non possiamo immaginare un accordo tra persone sullo stesso piano, né attribuirle un consenso che il testo non racconta. Il suo corpo entra nella storia della promessa attraverso la decisione di altri. (Gen 16,1-4) Questa vicenda non riguarda soltanto una coppia che soffre per l’assenza di figli. La sterilità di Sarài pesa nella sua storia, ma la soluzione che lei propone coinvolge una donna priva della stessa libertà. Agar viene così coinvolta nel progetto familiare concepito da Sarài: è la schiava attraverso la quale la padrona spera di avere un figlio. Genesi non presenta questa decisione come compimento della promessa divina. In seguito, Dio si rivolgerà direttamente ad Agar e prometterà un futuro a Ismaele: l’alleanza sarà stabilita con Isacco, ma anche Ismaele riceverà benedizione e una discendenza numerosa.
Quando Agar si accorge di essere incinta, il rapporto con la padrona cambia. Il testo ci presenza il rapporto tra le due intriso di disprezzo. La gravidanza incrina il rapporto: Agar non considera più Sarài come prima; Sarài, a sua volta, si sente disprezzata e la maltratta (Gen 16,4-6). Sarài se ne lamenta con Abram, che le lascia mano libera; lei allora maltratta Agar, e Agar fugge. L’angelo del Signore la trova poi presso una sorgente nel deserto, in Genesi 16,7. Il racconto registra anche la reazione della schiava, senza farne una figura passiva e senza fingere che le due donne abbiano lo stesso potere. Agar può guardare Sarài con disprezzo; Sarài può maltrattarla. La differenza tra le loro condizioni resta evidente.
Agar prende la strada del deserto. È una fuga concreta, da una casa in cui non trova protezione. Presso una sorgente la raggiunge l’angelo del Signore, che la chiama per nome e le chiede da dove venga e dove stia andando. Agar risponde: sta fuggendo da Sarài. Per la prima volta, nella vicenda, qualcuno le rivolge una domanda sulla sua storia. L’angelo la nomina anche come «schiava di Sarài»: il suo legame di dipendenza non scompare, ma Agar non è più soltanto una presenza funzionale alla discendenza di Abram. È una persona che parla e viene ascoltata (Gen 16,7-8). La scena, però, non diventa per questo un racconto di liberazione semplice. L’angelo invita Agar a tornare da Sarài e a sottomettersi a lei. È una parola difficile, che non va coperta con una lettura consolatoria. La donna viene rimandata nella condizione da cui è fuggita, e Genesi non spiega quella decisione. Possiamo prendere sul serio la tensione del testo senza trasformarla in una regola per chi subisce violenza: il racconto riferisce ciò che accade ad Agar in una società antica, non afferma che ogni donna debba restare in una situazione di abuso. Allo stesso tempo, l’angelo annuncia che Agar avrà una discendenza numerosa e le dice che suo figlio si chiamerà Ismaele, perché il Signore ha ascoltato la sua afflizione (Gen 16,10-11). La promessa non cancella il maltrattamento e non restituisce ad Agar la libertà. Le riconosce però un futuro che la casa di Abram non sembra in grado di garantirle. Nel deserto, l’angelo le annuncia che il figlio che porta in grembo si chiamerà Ismaele, perché il Signore ha udito il suo lamento. Agar torna quindi da Sarài con una promessa e con un nome che custodisce la memoria di quell’ascolto.
Dopo la nascita di Isacco, la storia si ripete in modo ancora più duro. Sarài chiede ad Abramo che Agar e Ismaele siano mandati via; Abramo li congeda con pane e acqua (Gen 21,10-14). Nel deserto l’acqua finisce. Agar lascia il ragazzo sotto un cespuglio e si allontana, perché non vuole assistere alla sua morte. Si mette a piangere (Gen 21,15-16). Dio ascolta la voce del fanciullo e l’angelo richiama Agar: le dice di non temere e di prendere il ragazzo per mano (Gen 21,17-18). Allora lei vede un pozzo, riempie l’otre e dà da bere a Ismaele. (Gen 21,19).
Le due scene nel deserto si assomigliano, ma non sono identiche. La prima volta Agar fugge; la seconda viene espulsa. La prima volta l’angelo la trova presso una sorgente; la seconda Dio le apre gli occhi su un pozzo quando lei crede che il figlio stia per morire. In entrambe le occasioni Agar è fuori dalla tenda di Abramo, lontana dal luogo in cui si decide la successione. Eppure la sua storia non è fuori dallo sguardo di Dio.

Il pozzo non cancella la schiavitù e la fuga non diventa un lieto fine. Agar torna nella casa da cui è fuggita; anni dopo viene mandata nel deserto con suo figlio. Genesi non ricompone queste pagine in una soluzione rassicurante: lascia davanti a noi il maltrattamento subito da Agar e, insieme, lo sguardo di Dio che la raggiunge. Nel deserto lei dà a Dio un nome, riconoscendolo come colui che l’ha vista. Più tardi, quando l’acqua finisce e la vita di Ismaele sembra spegnersi, Dio apre per loro una strada. Da Agar, donna straniera e schiava, comincia il nostro percorso. Nelle prossime domeniche incontreremo Betsabea, Tamar e la donna che cerca il mantello di Gesù: storie diverse, nessuna da levigare in una figura esemplare. La vicenda di Agar ci lascia una domanda che accompagnerà le altre: chi vede davvero una donna quando la sua vita sembra già decisa dagli altri?
Sono testi antichi, da leggere senza nasconderne le tensioni e senza attribuire alle protagoniste pensieri che il racconto non riferisce. In alcuni emerge con forza la violenza; in altri affiorano la malattia, la condizione sociale, il corpo e il modo in cui una donna viene guardata o ascoltata. Proveremo a seguire queste donne nel testo, ascoltando ciò che dicono, ciò che subiscono e ciò che gli altri fanno – o non fanno – davanti a loro.
Agar, la schiava che Dio vede
La promessa fatta ad Abramo passa anche attraverso una donna che non ha scelto il posto che le è stato assegnato. Nel deserto, Agar incontra il Dio che la vede e la chiama per nome, ma il racconto non nasconde la durezza della sua condizione

La promessa di Dio tarda. Sarài non ha figli e, a un certo punto, decide di affidare ad Abram la propria schiava egiziana, Agar, perché abbia un figlio da lei. Abram accetta. Il racconto riferisce che Sarài diede Agar ad Abram e che lui si unì a lei; non dice se Agar poté o volle opporsi. Sappiamo però che era schiava, in una condizione di dipendenza dalla padrona e da Abram. Non possiamo immaginare un accordo tra persone sullo stesso piano, né attribuirle un consenso che il testo non racconta. Il suo corpo entra nella storia della promessa attraverso la decisione di altri. (Gen 16,1-4) Questa vicenda non riguarda soltanto una coppia che soffre per l’assenza di figli. La sterilità di Sarài pesa nella sua storia, ma la soluzione che lei propone coinvolge una donna priva della stessa libertà. Agar viene così coinvolta nel progetto familiare concepito da Sarài: è la schiava attraverso la quale la padrona spera di avere un figlio. Genesi non presenta questa decisione come compimento della promessa divina. In seguito, Dio si rivolgerà direttamente ad Agar e prometterà un futuro a Ismaele: l’alleanza sarà stabilita con Isacco, ma anche Ismaele riceverà benedizione e una discendenza numerosa.
Quando Agar si accorge di essere incinta, il rapporto con la padrona cambia. Il testo ci presenza il rapporto tra le due intriso di disprezzo. La gravidanza incrina il rapporto: Agar non considera più Sarài come prima; Sarài, a sua volta, si sente disprezzata e la maltratta (Gen 16,4-6). Sarài se ne lamenta con Abram, che le lascia mano libera; lei allora maltratta Agar, e Agar fugge. L’angelo del Signore la trova poi presso una sorgente nel deserto, in Genesi 16,7. Il racconto registra anche la reazione della schiava, senza farne una figura passiva e senza fingere che le due donne abbiano lo stesso potere. Agar può guardare Sarài con disprezzo; Sarài può maltrattarla. La differenza tra le loro condizioni resta evidente.
Agar prende la strada del deserto. È una fuga concreta, da una casa in cui non trova protezione. Presso una sorgente la raggiunge l’angelo del Signore, che la chiama per nome e le chiede da dove venga e dove stia andando. Agar risponde: sta fuggendo da Sarài. Per la prima volta, nella vicenda, qualcuno le rivolge una domanda sulla sua storia. L’angelo la nomina anche come «schiava di Sarài»: il suo legame di dipendenza non scompare, ma Agar non è più soltanto una presenza funzionale alla discendenza di Abram. È una persona che parla e viene ascoltata (Gen 16,7-8). La scena, però, non diventa per questo un racconto di liberazione semplice. L’angelo invita Agar a tornare da Sarài e a sottomettersi a lei. È una parola difficile, che non va coperta con una lettura consolatoria. La donna viene rimandata nella condizione da cui è fuggita, e Genesi non spiega quella decisione. Possiamo prendere sul serio la tensione del testo senza trasformarla in una regola per chi subisce violenza: il racconto riferisce ciò che accade ad Agar in una società antica, non afferma che ogni donna debba restare in una situazione di abuso. Allo stesso tempo, l’angelo annuncia che Agar avrà una discendenza numerosa e le dice che suo figlio si chiamerà Ismaele, perché il Signore ha ascoltato la sua afflizione (Gen 16,10-11). La promessa non cancella il maltrattamento e non restituisce ad Agar la libertà. Le riconosce però un futuro che la casa di Abram non sembra in grado di garantirle. Nel deserto, l’angelo le annuncia che il figlio che porta in grembo si chiamerà Ismaele, perché il Signore ha udito il suo lamento. Agar torna quindi da Sarài con una promessa e con un nome che custodisce la memoria di quell’ascolto.
Dopo la nascita di Isacco, la storia si ripete in modo ancora più duro. Sarài chiede ad Abramo che Agar e Ismaele siano mandati via; Abramo li congeda con pane e acqua (Gen 21,10-14). Nel deserto l’acqua finisce. Agar lascia il ragazzo sotto un cespuglio e si allontana, perché non vuole assistere alla sua morte. Si mette a piangere (Gen 21,15-16). Dio ascolta la voce del fanciullo e l’angelo richiama Agar: le dice di non temere e di prendere il ragazzo per mano (Gen 21,17-18). Allora lei vede un pozzo, riempie l’otre e dà da bere a Ismaele. (Gen 21,19).
Le due scene nel deserto si assomigliano, ma non sono identiche. La prima volta Agar fugge; la seconda viene espulsa. La prima volta l’angelo la trova presso una sorgente; la seconda Dio le apre gli occhi su un pozzo quando lei crede che il figlio stia per morire. In entrambe le occasioni Agar è fuori dalla tenda di Abramo, lontana dal luogo in cui si decide la successione. Eppure la sua storia non è fuori dallo sguardo di Dio.

Il pozzo non cancella la schiavitù e la fuga non diventa un lieto fine. Agar torna nella casa da cui è fuggita; anni dopo viene mandata nel deserto con suo figlio. Genesi non ricompone queste pagine in una soluzione rassicurante: lascia davanti a noi il maltrattamento subito da Agar e, insieme, lo sguardo di Dio che la raggiunge. Nel deserto lei dà a Dio un nome, riconoscendolo come colui che l’ha vista. Più tardi, quando l’acqua finisce e la vita di Ismaele sembra spegnersi, Dio apre per loro una strada. Da Agar, donna straniera e schiava, comincia il nostro percorso. Nelle prossime domeniche incontreremo Betsabea, Tamar e la donna che cerca il mantello di Gesù: storie diverse, nessuna da levigare in una figura esemplare. La vicenda di Agar ci lascia una domanda che accompagnerà le altre: chi vede davvero una donna quando la sua vita sembra già decisa dagli altri?
Rubrica a cura di Pietro Santoro

























