Cernusco: risposta a Conrater con numeri

Gentile signor Conrater,
 
ho letto con attenzione il suo intervento sull'apertura dell'Esselunga di Cernusco Lombardone e devo ammettere che sono rimasto piuttosto sorpreso dalla sicurezza con cui sostiene che rinunciare alla grande distribuzione per salvaguardare i negozi tradizionali sarebbe stato un grave errore.
 
Una convinzione espressa con grande fermezza, peccato però che la sicurezza con cui si sostiene una tesi non sia necessariamente una garanzia della sua fondatezza.
 
Perché, caro signor Conrater, quando si passa dalle opinioni personali ai fatti e soprattutto ai numeri, la realtà appare decisamente diversa da quella che lei descrive.
 
Partiamo dai dati, quelli veri.
 
Secondo Confcommercio, tra il 2012 e il 2025 in Italia sono scomparsi ben 156.000 punti vendita, tra negozi al dettaglio e attività ambulanti. Significa circa 12.000 attività all'anno, oltre 30 al giorno.
 
Non stiamo parlando di qualche bottega che non ha saputo stare al passo con i tempi, ma di una vera e propria desertificazione commerciale che ha progressivamente svuotato le vie e i centri dei nostri paesi.
 
E non si tratta soltanto di un fenomeno nazionale.
 
In Lombardia, nelle città analizzate da Confcommercio, i negozi al dettaglio sono passati da 11.294 nel 2012 a 8.702 nel 2025.
 
Risultato: 2.592 attività commerciali in meno, con una perdita del 23%. Nei centri storici la diminuzione supera addirittura il 26%.
 
Non mi sembrano esattamente i numeri di un commercio tradizionale che gode di ottima salute.
 
Ma andiamo avanti, perché i dati economici sono ancora più interessanti.
 
Secondo l'ISTAT, nel giugno 2025, rispetto allo stesso mese dell'anno precedente, le vendite della grande distribuzione sono aumentate del 3,4%, mentre quelle dei piccoli esercizi commerciali sono diminuite dell'1,7%.
 
Contemporaneamente, il commercio elettronico cresceva del 4,1%.
 
La situazione è abbastanza chiara: le grandi strutture aumentano le vendite, mentre i piccoli negozi perdono terreno.
 
E guardando a un periodo più lungo, Confcommercio rileva che tra il 2015 e il 2025 le vendite al dettaglio sono cresciute complessivamente del 14,4%, mentre quelle delle piccole superfici sono rimaste sostanzialmente ferme. Nello stesso periodo il commercio online è aumentato del 187%.
 
È evidente che il mercato sia profondamente cambiato e che le piccole attività si trovino a competere con operatori dotati di risorse economiche, capacità di acquisto e strutture organizzative enormemente superiori.
 
Naturalmente nessuno sostiene seriamente che ogni negozio abbia chiuso esclusivamente per colpa dei supermercati. Hanno inciso anche il commercio elettronico, i costi di gestione, gli affitti e le mutate abitudini dei consumatori.
 
Ma da qui a descrivere l'espansione della grande distribuzione come una scelta senza conseguenze negative sul commercio tradizionale ce ne passa parecchio.
 
Facciamo un esempio economico molto semplice.
 
Immaginiamo dieci piccoli negozi, ciascuno con un fatturato annuo di 300.000 euro.
 
Complessivamente generano 3 milioni di euro di vendite ogni anno.
 
Se, a causa di una concorrenza sempre più forte, perdessero anche soltanto il 20% del fatturato, significherebbe una riduzione complessiva di 600.000 euro all'anno.
 
Per una grande catena commerciale potrebbe trattarsi di una cifra relativamente modesta. Per dieci piccoli imprenditori, invece, potrebbe significare non riuscire più a sostenere affitti, stipendi, utenze, contributi e imposte.
 
L'esempio è ipotetico, ma il meccanismo economico è molto concreto.
 
Quando un piccolo commerciante perde una quota significativa delle proprie vendite, non può necessariamente compensarla aumentando i volumi, riducendo i prezzi o ottenendo dai fornitori le stesse condizioni riservate ai grandi gruppi.
 
E quando i ricavi non coprono più i costi, la conseguenza è una sola: si abbassa la serranda.
 
C'è poi un altro aspetto che troppo spesso viene dimenticato: la ricchezza che rimane sul territorio.
 
Secondo uno studio di Confesercenti del settembre 2026, tra il 2019 e il 2025 la progressiva scomparsa dei negozi fisici e lo spostamento degli acquisti verso le grandi piattaforme internazionali online hanno sottratto ai circuiti economici locali circa 16,7 miliardi di euro di spesa delle famiglie.
 
Lo stesso studio stima che ogni 100 euro spesi nei negozi fisici ne mantengano circa 70 nel circuito economico locale, attraverso occupazione, redditi d'impresa, affitti, servizi e fiscalità.
 
Questi ultimi dati riguardano soprattutto la concorrenza del commercio online, non dimostrano perdite causate direttamente dai supermercati. Confermano però una questione fondamentale: non conta soltanto quanto spendiamo, ma anche quali effetti economici producono i nostri acquisti.
 
E veniamo finalmente a Cernusco Lombardone.
 
Lei cita alcuni negozi alimentari aperti di recente davanti all'Esselunga, al Villaggio San Marco, quasi fossero la dimostrazione definitiva che la grande distribuzione abbia rappresentato un beneficio per tutto il commercio locale.
 
Mi permetta di osservare che il ragionamento appare quantomeno semplicistico.
 
Qualche negozio che apre non cancella quelli che hanno chiuso.
 
Sarebbe come sostenere che, siccome in una strada sono stati piantati tre alberi, allora il problema della deforestazione non esiste.
 
Il fatto che alcune attività siano riuscite ad aprire e a competere con successo è certamente positivo, ma non dimostra affatto che l'intero sistema commerciale del territorio abbia tratto beneficio dall'insediamento di una grande struttura.
 
Per arrivare a una conclusione del genere servirebbero dati ben diversi.
 
Quante macellerie, panetterie, salumerie, alimentari e botteghe di vicinato esistevano a Cernusco e nei comuni limitrofi trent'anni fa?
 
Quante ne sono rimaste oggi?
 
Quante hanno cessato definitivamente l'attività?
 
Quanti posti di lavoro sono stati creati e quanti sono andati perduti nel commercio indipendente?
 
Quanto fatturato è stato assorbito dalla grande distribuzione e quanto è rimasto nelle piccole attività del territorio?
 
Sono queste le domande alle quali bisognerebbe rispondere prima di proclamare che una scelta commerciale sia stata indiscutibilmente giusta.
 
Nessuno nega che l'Esselunga abbia portato comodità, un'ampia offerta di prodotti, prezzi competitivi e opportunità occupazionali.
 
Ma il punto è un altro.
 
Il successo economico di un supermercato non coincide automaticamente con il successo economico di un intero paese.
 
Un parcheggio pieno dimostra che un supermercato è frequentato. Non dimostra che le attività commerciali circostanti abbiano tutte migliorato i propri bilanci.
 
E una lunga fila alle casse non ci dice quanti piccoli commercianti abbiano perso clienti, fatturato o siano stati costretti a chiudere.
 
Un paese non è fatto soltanto di grandi insegne, parcheggi e carrelli della spesa.
 
È fatto anche di negozi di vicinato, piccole imprese familiari, servizi di prossimità, rapporti personali e attività che contribuiscono ogni giorno alla vitalità economica e sociale della comunità.
 
Quando queste attività scompaiono, non si perde soltanto un negozio. Si perde una parte della vita del paese.
 
Per questo ritengo piuttosto superficiale sostenere che difendere il commercio tradizionale sarebbe stato un grave errore.
 
Il progresso non si misura esclusivamente dai metri quadrati delle superfici commerciali o dal fatturato delle grandi catene, ma anche dalla capacità di mantenere un equilibrio tra differenti forme di commercio.
 
E arriviamo alle conclusioni, caro signor Conrater.
 
Lei ha espresso la sua opinione con grande sicurezza.
 
Io le ho riportato dati economici e statistiche ufficiali che dimostrano quanto sia grave la crisi del commercio di vicinato in Italia e in Lombardia.
 
Numeri che documentano migliaia di negozi scomparsi, una progressiva concentrazione delle vendite e un cambiamento profondo degli equilibri commerciali.
 
È giusto precisare che questi dati, da soli, non dimostrano quante chiusure siano state provocate dall'Esselunga di Cernusco. Ma proprio per questo trovo curioso che lei possa esprimere un giudizio così categorico senza presentare un'analisi altrettanto documentata delle conseguenze sul territorio.
 
E se i dati nazionali e regionali non dovessero bastarle, le suggerisco una cosa molto semplice.
 
Chieda al suo amico Gennaro Toto, sindaco di Cernusco Lombardone, di fornirle i dati ufficiali sulle attività commerciali presenti nel Comune negli ultimi trent'anni.
 
Gli chieda quante attività esistevano prima dell'arrivo dell'Esselunga, quante ne sono state aperte successivamente e, soprattutto, quante hanno definitivamente abbassato la serranda.
 
Se possibile, si faccia fornire anche i dati relativi alle diverse categorie merceologiche, perché soltanto così sarà possibile capire come sia cambiata realmente la struttura commerciale del paese.
 
Sarà un esercizio certamente più utile che limitarsi a osservare qualche negozio aperto davanti a un supermercato.
 
E quando avrà finalmente quei numeri davanti agli occhi, tiri pure lei le conclusioni su chi abbia ragione.
 
Naturalmente, se i dati comunali dovessero confermare la sua tesi, sarò il primo a prenderne atto. Ma se dovessero raccontare una realtà diversa, mi auguro che abbia la stessa disponibilità a riconoscerlo.
 
Perché, vede, signor Conrater, le opinioni sono libere, ma i numeri sono testardi.
 
E soprattutto i numeri hanno un grande pregio: non cambiano per compiacere chi è convinto di avere ragione.
 
Del resto, avere un'opinione è un diritto di tutti. Dimostrare di avere ragione richiede qualcosa in più: i fatti.
 
E fino a quando i numeri di Cernusco non saranno sul tavolo, forse sarebbe più prudente evitare di confondere le proprie convinzioni con la realtà.
 
Cordiali saluti.
Mario
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