Cernusco: presentati i patti digitali, una sfida educativa da affrontare tutti assieme

Venerdì 30 ottobre circa un centinaio di genitori e professori hanno gremito la sala dell'Istituto comprensivo Bonfanti Valagussa di Cernusco Lombardone per assistere alla serata di presentazione del progetto “Patti digitali”, un’iniziativa nata dalla Consulta Istruzione del Comune di Osnago e successivamente estesa ai quattro Comuni afferenti all’istituto: Lomagna, Cernusco Lombardone e Montevecchia. 
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«Si tratta di un percorso fatto dai genitori per i genitori» hanno spiegato i promotori in apertura. L’idea di fondo dell'iniziativa è che le famiglie non debbano affrontare individualmente le sfide poste dal digitale, ma possano contare sul sostegno e sulla collaborazione degli altri soggetti educativi del territorio. Accanto ai genitori, un ruolo fondamentale spetta proprio alla scuola e a tutti i luoghi in cui i ragazzi vivono la loro quotidianità per costruire un'alleanza capace di promuovere comportamenti e modalità educative condivise.
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Il progetto si inserisce nella rete nazionale dei Patti digitali di comunità, coordinato dal Centro di ricerca “Benessere Digitale” dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca, che punta a promuovere un rapporto più sano e consapevole tra i giovani e le tecnologie. 
Dopo la presentazione dei risultati di un sondaggio sottoposto alle famiglie del territorio pensato per raccogliere le abitudini e orientare le successive fasi del progetto, la parola è passata a Marco Gui, professore associato al Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università di Milano-Bicocca, che ha ripercorso l'evoluzione di Internet e il progressivo cambiamento del rapporto uomo-digitale soffermandosi sulle conseguenze che questa trasformazione ha avuto (e che continua ad avere), soprattutto sulle nuove generazioni.
Quando Internet si diffuse nel mondo a metà degli anni Novanta le aspettative erano altissime: si immaginava una rivoluzione digitale fatta di maggiore efficienza, migliori relazioni e nuove opportunità anche per l’educazione. I bambini, si pensava, avrebbero potuto imparare di più grazie a un accesso immediato alle informazioni e a strumenti capaci di rendere l'apprendimento più efficace. Nel tempo però questa prospettiva si è rivelata più complessa del previsto: «Non è che le potenzialità pensate inizialmente non esistano, ma si è progressivamente compreso che non si realizzano automaticamente» ha sottolineato Gui. 
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Il professore Marco Gui
 Nel frattempo, la rete è cambiata profondamente: il Web 2.0 ha trasformato gli utenti da semplici fruitori a protagonisti attivi nella produzione e nella condivisione dei contenuti. Tra il 2007 e il 2010 sono arrivati gli smartphone che hanno reso la connessione praticamente permanente. Poi sono arrivate le piattaforme di contenuti on demand e più recentemente, l'intelligenza artificiale generativa: «Questa trasformazione ha progressivamente occupato ogni momento della giornata, rendendo sempre più difficile distinguere i tempi del lavoro da quelli del tempo libero e la dimensione pubblica da quella privata» ha proseguito il professore. 
Il grande entusiasmo iniziale ha quindi cominciato a lasciare spazio a interrogativi e preoccupazioni, soprattutto quando le prime ricerche hanno iniziato a mettere in discussione l'idea che un maggiore utilizzo della tecnologia corrispondesse necessariamente a migliori capacità di apprendimento. Anche le indagini internazionali, ha spiegato l'esperto, hanno ridimensionato le attese, evidenziando in alcuni casi correlazioni negative tra uso del digitale e i risultati scolastici. A questi dati si sono aggiunti gli studi sulle possibili associazioni tra social media e salute mentale dei più giovani. Gui ha però invitato alla cautela: «Parliamo di correlazioni, non necessariamente di rapporti diretti di causa-effetto», pur sottolineando la necessità di un approccio prudente e consapevole.
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Secondo il professore a incidere sono più fattori: i contenuti ai quali bambini e ragazzi sono esposti, le relazioni che costruiscono attraverso i dispositivi e l'iperstimolazione continua. Il flusso incessante di informazioni può infatti interferire con alcune prestazioni cognitive, e non vanno trascurate le conseguenze fisiche di un uso prolungato, dalla miopia ai problemi posturali, fino al sonno, che gli smartphone possono compromettere sia in termini di quantità sia di riposo effettivo.
Anche il mondo scientifico si è espresso con indicazioni sempre più nette: «Molte società pediatriche raccomandano di ritardare il più possibile l’accesso dei bambini al digitale» ha spiegato Gui sottolineando che la questione riguarda dispositivi, chat, applicazioni e ogni altra forma di comunicazione digitale.
Quindi, come ci si orienta tra le opportunità offerte dalla tecnologia e le criticità che stanno emergendo? Per l’esperto la risposta passa attraverso tre direttrici. La prima è la gradualità: rispettare le fasi della crescita e avvicinare i bambini al digitale in modo progressivo, adeguato all’età. La seconda sono le competenze: educare al digitale non significa saper usare un dispositivo, ma imparare a leggere criticamente le informazioni, riconoscere i contenuti e sviluppare un rapporto equilibrato con la tecnologia. La terza è l’azione collettiva: le scelte educative non possono pesare soltanto sulle singole famiglie, ma vanno condivise e sostenute dall’intera comunità. 
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E’ proprio nel solco della dimensione collettiva che è nata l'esperienza dei Patti Digitali, un percorso che ha preso forma quasi spontaneamente in diverse parti d'Italia in risposta a interrogativi concreti di genitori e docenti. A Vimercate, per esempio, uno dei primi spunti di riflessione è arrivato davanti ai cancelli di una scuola primaria, dove alcuni genitori hanno iniziato a chiedersi se fosse davvero necessario dare uno smartphone ai figli. Preoccupati che i bambini potessero essere esclusi dai coetanei già dotati di telefono, hanno deciso di fare fronte comune e cercare insieme una strada.
Quale sia l’età giusta per il primo smartphone è un dilemma che le famiglie del territorio conoscono bene e il sondaggio lo ha messo nero su bianco: la maggior parte dei genitori ritiene opportuno aspettare almeno il compimento dei 13 anni, se non oltre. Una soglia che tende però ad abbassarsi nelle famiglie con figli più grandi. Nei fatti però oltre il 72% degli studenti delle medie ha già un telefono in tasca e così, chi vorrebbe rimandare la consegna fino alla fine del ciclo si trova a fare i conti con le abitudini dei compagni e con la paura che il proprio figlio possa sentirsi escluso.
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La serata ha portato al centro tanti temi, mettendo in luce quanto il digitale sia una sfida educativa da affrontare tutti insieme. Il progetto è passato poi dalle parole ai fatti: al termine dell'incontro i partecipanti hanno potuto sottoscrivere i Patti digitali, dando ufficialmente avvio al percorso anche nella comunità dei quattro Comuni. L'obiettivo è proprio quello di trasformare le riflessioni emerse in un impegno condiviso, affinché nessun genitore debba sentirsi solo nel decidere quando e come accompagnare i propri figli nel mondo digitale.
F.Ri.
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