Paderno: Bruno Villa era tra i soccorritori del Vajont. Il ricordo straziante resta vivo
Sono ricordi nitidi e ancora dolorosi a distanza di sessant'anni dove la consapevolezza di avere fatto tutto quanto era possibile in quel momento si mischia alla presa di coscienza drammatica che da salvare non c'erano vivi...solo morti da radunare e a cui dare sepoltura.

Bruno Villa, classe 1941, residente a Paderno, oggi volontario Auser, nell'ottobre del 1963 si trovava a Cividale del Friuli in qualità di caporal maggiore dell'esercito, della caserma Francescatto, Quarta Compagnia Mortai 81.
Per lui, da quel 9 ottobre, il servizio militare che stava svolgendo era come finito diventando servizio di assistenza e soccorso alla tragedia del Vajont. Le immagini di quei giorni sono ancora nitide e spesso ritornano alla memoria, specialmente nei momenti dell'anniversario o quando scenari di morte simili gli fanno ancora inumidire gli occhi a 85 anni.

"Il disastro del Vajont avvenne la sera del 9 ottobre. Il mio comando fu chiamato a intervenire dopo due giorni. Partimmo alle 21 e arrivammo alla base di Belluno dove allestimmo l'accampamento poi partimmo per raggiungere il luogo della tragedia. Non si può descrivere quello che ci si dispiegò davanti agli occhi: una devastazione, qualcosa di impressionante. Non c'era più nulla: case, palazzi, cimiteri, strade. tutto distrutto. Di un paese di 3mila abitanti era rimasto in piedi un cumulo di case, scampato solo perchè posizionato su una collinetta lievemente più in alto rispetto alla vallata sommersa dall'acqua tracimata dalla diga dopo il distacco della montagna". E' un racconto che scorre nitido quello del signor Valli, come se non fossero passati oltre sei decenni, con la memoria lucida ma soprattutto gli occhi vividi che fanno capire che mentre parla sta ancora vedendo.

"Mi sono messo a piangere. Ricordo bene i cimiteri di quei paesi devastati: c'erano bare ovunque, cadaveri. Era un disastro, qualcosa che umanamente si fa fatica a descrivere tanta era la sofferenza e il dolore di quei momenti. Con i miei compagni abbiamo iniziato a scavare, ma non c'erano sopravvissuti. Solo morti da recuperare tra il fango e allineare uno accanto all'altro, per dare loro degna sepoltura. Ne abbiamo recuperati quasi 2mila, grazie anche agli elicotteri delle organizzazioni internazionali che erano intervenuti".

Non sono mancati poi momenti di ulteriore strazio. "Ho recuperato il cadavere di una bambina di due anni, era nello scantinato di un albergo. L'ho adagiata nelle braccia del suo papà, direttore di una famosa casa editrice italiana. Un dolore lancinante anche per noi soccorritori.nato dell'albergo. Ci sono cose che rimangono nel cuore e nella mente e non se ne vanno più. Non posso dire nemmeno di avere salvato qualcuno con i miei compagni: non c'era nessuno da salvare, erano tutti morti".

Come i famigliari delle vittime che tornano nella valle per ricordare i loro cari, anche il signor Bruno è tornato spesso alla diga del Vajont: il pensiero spesso corre a quelle ore, a quei giorni. A quelle vite spezzate in una manciata di minuti che nessuno ha potuto salvare.

Bruno Villa, classe 1941, residente a Paderno, oggi volontario Auser, nell'ottobre del 1963 si trovava a Cividale del Friuli in qualità di caporal maggiore dell'esercito, della caserma Francescatto, Quarta Compagnia Mortai 81.
Per lui, da quel 9 ottobre, il servizio militare che stava svolgendo era come finito diventando servizio di assistenza e soccorso alla tragedia del Vajont. Le immagini di quei giorni sono ancora nitide e spesso ritornano alla memoria, specialmente nei momenti dell'anniversario o quando scenari di morte simili gli fanno ancora inumidire gli occhi a 85 anni.

"Il disastro del Vajont avvenne la sera del 9 ottobre. Il mio comando fu chiamato a intervenire dopo due giorni. Partimmo alle 21 e arrivammo alla base di Belluno dove allestimmo l'accampamento poi partimmo per raggiungere il luogo della tragedia. Non si può descrivere quello che ci si dispiegò davanti agli occhi: una devastazione, qualcosa di impressionante. Non c'era più nulla: case, palazzi, cimiteri, strade. tutto distrutto. Di un paese di 3mila abitanti era rimasto in piedi un cumulo di case, scampato solo perchè posizionato su una collinetta lievemente più in alto rispetto alla vallata sommersa dall'acqua tracimata dalla diga dopo il distacco della montagna". E' un racconto che scorre nitido quello del signor Valli, come se non fossero passati oltre sei decenni, con la memoria lucida ma soprattutto gli occhi vividi che fanno capire che mentre parla sta ancora vedendo.

"Mi sono messo a piangere. Ricordo bene i cimiteri di quei paesi devastati: c'erano bare ovunque, cadaveri. Era un disastro, qualcosa che umanamente si fa fatica a descrivere tanta era la sofferenza e il dolore di quei momenti. Con i miei compagni abbiamo iniziato a scavare, ma non c'erano sopravvissuti. Solo morti da recuperare tra il fango e allineare uno accanto all'altro, per dare loro degna sepoltura. Ne abbiamo recuperati quasi 2mila, grazie anche agli elicotteri delle organizzazioni internazionali che erano intervenuti".

Non sono mancati poi momenti di ulteriore strazio. "Ho recuperato il cadavere di una bambina di due anni, era nello scantinato di un albergo. L'ho adagiata nelle braccia del suo papà, direttore di una famosa casa editrice italiana. Un dolore lancinante anche per noi soccorritori.nato dell'albergo. Ci sono cose che rimangono nel cuore e nella mente e non se ne vanno più. Non posso dire nemmeno di avere salvato qualcuno con i miei compagni: non c'era nessuno da salvare, erano tutti morti".

Come i famigliari delle vittime che tornano nella valle per ricordare i loro cari, anche il signor Bruno è tornato spesso alla diga del Vajont: il pensiero spesso corre a quelle ore, a quei giorni. A quelle vite spezzate in una manciata di minuti che nessuno ha potuto salvare.
M.I.

























