Merate: coppia derubata da finti carabinieri che chiamano su whatsapp col logo dell’Arma. Il racconto delle vittime
Scaltri, spregiudicati, infidi. E al tempo stesso gentili, posati, pacati. Ma soprattutto bene informati e in possesso di dati come l’identità anagrafica, il numero di telefono cellulare, la residenza e un quadro generale delle abitudini di vita delle vittime.
Sono riusciti a carpire la fiducia di una coppia di 70enni di Merate raggirandoli con la truffa della propria auto segnalata come mezzo utilizzato per la fuga durante una rapina e così, fingendosi carabinieri, li hanno derubati di oro e denaro contante. Un bottino da diverse migliaia di euro che, però, ha portato con sé una ferita psicologica e umana difficile da rimarginare nel breve tempo.

È accaduto a Merate, all’ora di pranzo di martedì 27 ottobre e a raccontarlo sono le stesse vittime che, pur nella affanno e nella frustrazione dell’accaduto, hanno voluto divulgare il fatto per mettere in allerta altre persone.
“Erano le 12.20 quando mi è suonato il telefono. Era una chiamata tramite whatsapp: compariva il logo dell’Arma dei Carabinieri, con identificato il comando di Lecco. Ero titubante, un po’ timorosa perché non capivo le ragioni di una simile telefonata ma mio marito, vedendo il logo, mi ha detto di darvi riscontro” ha raccontato la donna, poche ore dopo il fatto e ancora scossa per l’accaduto. Pensionati, persone brillanti con diversi interessi, bene inseriti nella comunità, residenti in una zona di graziose villette, alla vista del simbolo dell’Arma dei carabinieri, hanno avuto la deferenza che ogni onesto cittadino porta di fronte all’istituzione e così hanno risposto.
“L’uomo si è identificato come un carabiniere di Lecco che aveva una denuncia da notificarmi e che mi riguardava. Il giorno prima nel capoluogo era stata commessa una rapina a danno di una gioielleria: erano stati rubati preziosi per 210mila euro e denaro contante per 30mila. L’auto nera utilizzata per la fuga risultava intestata a me. E mi ha fornito le mie generalità. Era quindi necessario effettuare dei controlli, mi ha spiegato, inoltrandomi poi su whatsapp il verbale. Non capivo cosa stesse succedendo ma mi stavo spaventando. Interviene allora mio marito e il carabiniere gli chiede il numero di cellulare e lo invita a portarsi verso la caserma che lo avrebbe chiamato nel frattempo un collega, così da procedere con le verifiche anche con lui. Bisognava capire dove ci trovavamo all’ora della rapina, dove si era la nostra auto e poi era necessario anche effettuare controlli sull’oro e i contanti in nostro possesso”.
Una “tabella di marcia” spiegata per filo e per segno, con modi gentili e rassicuranti a fronte dell’agitazione che la donna iniziava a palesare, ma che chiaramente mirava solo a “pilotare” nelle azioni le vittime così da non farle rendere conto dell’inganno in cui stavano incappando.
“La telefonata non finiva mai ma il carabiniere era gentile, disponibile a dare spiegazioni convincenti, tranquillo. Mi ha detto di prendere tutti i gioielli che avevo in casa e di posizionarli su un panno bianco, sul tavolo. Sarebbe arrivato poi un collega per effettuare le verifiche sulla merce così da escludere che si trattasse di quella rubata in gioielleria”.
Come “imbambolata”, se non fosse stato per la distanza verrebbe da pensare ipnotizzata, la donna sempre stando al telefono, ha iniziato a radunare i suoi gioielli, per lo più catenine, bracciali, anelli che erano ricordi di famiglia e li ha posizionati sul panno. “Mi ha detto di mettere anche quello che avevo indosso, anche la fede nuziale e poi un orologio che era appartenuto a mia mamma, piccolo ma dal grande valore affettivo. Non so come spiegarlo: ho fatto tutto meccanicamente, ascoltando quello che mi diceva. Mi ha fatto pesare sulla bilancia da cucina i gioielli, erano circa 230 grammi, e poi ho scattato una fotografia e gliel’ho mandata tramite whatsapp”. La telefonata, durata dalle 12.20 alle 14.20, subisce una svolta o meglio si avvia verso la conclusione quando il delinquente avvisa la vittima dell’arrivo di un collega per le verifiche del caso. “Guardando verso il cancello ho visto che c’era una persona in attesa e l’ho fatta entrare. Non era in divisa, era anche abbastanza trasandata ma non ci ho badato perché ho pensato a uno di quei carabinieri che fanno le indagini e che appositamente non portano simboli dell’istituzione e sono anche un po’ camuffati. L’uomo al telefono a questo punto mi dice che devo disinfettarmi bene le mani perchè è necessario prendere le impronte e mi invita ad andare in bagno per pulirmi. Io gli rispondo che posso farlo in cucina e a quel punto lui alza la voce, si altera e mi dice di collaborare perché le mani dovevano essere disinfettate al meglio. Obbedisco e mentre sono nell’altra stanza mi accorgo che lo sconosciuto se ne stava andando. Lo faccio presente e mi sento rispondere che stava recuperando un tampone per fare gli accertamenti”. Tempo di tornare in soggiorno e del finto carabiniere dell’oro non c’era più traccia. Pochi istanti e anche l’interlocutore al telefono sparisce. Per la donna diventa chiaro di essere finita vittima di disgustoso raggiro.
Di lì a poco il ritorno del marito in stato di agitazione è la riconferma.

“Quando sono uscito di casa per recarmi in caserma” ha raccontato il consorte “sono stato contattato da uno che si è spacciato per carabiniere e mi ha spiegato la situazione e cioè che la nostra auto era risultata quale mezzo utilizzato per una rapina ed era necessario effettuare tutti gli accertamenti. Con una certa apprensione mi sono così recato in via Gramsci e poi ho atteso sul piazzale perché mi era stato detto dall’uomo al telefono che sarebbe uscito di persona dalla caserma. Mentre parlavamo mi ha informato che era necessario anche recuperare alcune marche da bollo da 1,20 euro per le pratiche e quindi per accorciare i tempi potevo nel frattempo andare a comprarle. L’orario era infelice perché le tabaccherie erano chiuse così ho dovuto girare un po’”.
Probabilmente consapevoli del tempo che era necessario alla vittima per recuperare i valori bollati, i delinquenti hanno potuto così agire facendo entrare in scena il terzo uomo che si è portato direttamente a casa delle vittime a prelevare il bottino. “Quando finalmente ho trovato le marche da bollo, tra lo stupore della commessa per l’importo delle stesse, sono ritornato alla caserma dei carabinieri e ho atteso mentre l’interlocutore chiudeva la telefonata dicendomi che sarebbe uscito”. E, in effetti, un militare della caserma di via Gramsci è davvero uscito ma non era il delinquente quanto il personale di guardia che, accortosi dell’andirivieni della macchina, si è insospettivo e ha domandato spiegazioni. “E’ stato in quel momento che ho capito tutto. Mi ha detto che si trattava di una truffa e che mia moglie nel frattempo probabilmente era stata derubata. E così è stato. Tra l’altro lei continuava a chiamarmi ma io, stando al telefono con l’altro finto carabiniere, non ho mai potuto risponderle.
Raggiunti a casa dai militari veri, i due coniugi non hanno potuto fare altro che ripercorrere l’accaduto e poi recarsi in caserma per formalizzare la denuncia fornendo la chat di whatsapp sulla quale erano transitate parte delle conversazioni, tra cui l’invio di foto dei gioielli e della denuncia circa la rapina. Chat risultata in parte poi incompleta in quanto il materiale era...sparito.
Una truffa purtroppo non nuova, già accaduta nelle scorse settimane a danno di due anziani di Calco e, con presa diretta, a un’altra donna che proprio ieri raggiungeva la caserma raccontando di essere stata derubata nello stesso modo di oltre mezzo chilo d’oro.
La raccomandazione da parte delle forze dell’ordine è di non cedere mai alle insistenze di chi chiede di radunare gioielli e contanti per presunti accertamenti, di non fare entrare sconosciuti che si spacciano per carabinieri o polizia ed eventualmente di effettuare una telefonata di verifica al 112 nel momento in cui si viene contattati e invitati a “obbedire” all’interlocutore.
Carabinieri, polizia, guardia di finanza non inviano mai documentazione via whatsapp e meno ancora chiedono di effettuare verifiche su preziosi o beni, arrivando direttamente a casa, senza prima un passaggio ufficiale presso la caserma o il comando di riferimento.
Sono riusciti a carpire la fiducia di una coppia di 70enni di Merate raggirandoli con la truffa della propria auto segnalata come mezzo utilizzato per la fuga durante una rapina e così, fingendosi carabinieri, li hanno derubati di oro e denaro contante. Un bottino da diverse migliaia di euro che, però, ha portato con sé una ferita psicologica e umana difficile da rimarginare nel breve tempo.

È accaduto a Merate, all’ora di pranzo di martedì 27 ottobre e a raccontarlo sono le stesse vittime che, pur nella affanno e nella frustrazione dell’accaduto, hanno voluto divulgare il fatto per mettere in allerta altre persone.
“Erano le 12.20 quando mi è suonato il telefono. Era una chiamata tramite whatsapp: compariva il logo dell’Arma dei Carabinieri, con identificato il comando di Lecco. Ero titubante, un po’ timorosa perché non capivo le ragioni di una simile telefonata ma mio marito, vedendo il logo, mi ha detto di darvi riscontro” ha raccontato la donna, poche ore dopo il fatto e ancora scossa per l’accaduto. Pensionati, persone brillanti con diversi interessi, bene inseriti nella comunità, residenti in una zona di graziose villette, alla vista del simbolo dell’Arma dei carabinieri, hanno avuto la deferenza che ogni onesto cittadino porta di fronte all’istituzione e così hanno risposto.
“L’uomo si è identificato come un carabiniere di Lecco che aveva una denuncia da notificarmi e che mi riguardava. Il giorno prima nel capoluogo era stata commessa una rapina a danno di una gioielleria: erano stati rubati preziosi per 210mila euro e denaro contante per 30mila. L’auto nera utilizzata per la fuga risultava intestata a me. E mi ha fornito le mie generalità. Era quindi necessario effettuare dei controlli, mi ha spiegato, inoltrandomi poi su whatsapp il verbale. Non capivo cosa stesse succedendo ma mi stavo spaventando. Interviene allora mio marito e il carabiniere gli chiede il numero di cellulare e lo invita a portarsi verso la caserma che lo avrebbe chiamato nel frattempo un collega, così da procedere con le verifiche anche con lui. Bisognava capire dove ci trovavamo all’ora della rapina, dove si era la nostra auto e poi era necessario anche effettuare controlli sull’oro e i contanti in nostro possesso”.
Una “tabella di marcia” spiegata per filo e per segno, con modi gentili e rassicuranti a fronte dell’agitazione che la donna iniziava a palesare, ma che chiaramente mirava solo a “pilotare” nelle azioni le vittime così da non farle rendere conto dell’inganno in cui stavano incappando.
“La telefonata non finiva mai ma il carabiniere era gentile, disponibile a dare spiegazioni convincenti, tranquillo. Mi ha detto di prendere tutti i gioielli che avevo in casa e di posizionarli su un panno bianco, sul tavolo. Sarebbe arrivato poi un collega per effettuare le verifiche sulla merce così da escludere che si trattasse di quella rubata in gioielleria”.
Come “imbambolata”, se non fosse stato per la distanza verrebbe da pensare ipnotizzata, la donna sempre stando al telefono, ha iniziato a radunare i suoi gioielli, per lo più catenine, bracciali, anelli che erano ricordi di famiglia e li ha posizionati sul panno. “Mi ha detto di mettere anche quello che avevo indosso, anche la fede nuziale e poi un orologio che era appartenuto a mia mamma, piccolo ma dal grande valore affettivo. Non so come spiegarlo: ho fatto tutto meccanicamente, ascoltando quello che mi diceva. Mi ha fatto pesare sulla bilancia da cucina i gioielli, erano circa 230 grammi, e poi ho scattato una fotografia e gliel’ho mandata tramite whatsapp”. La telefonata, durata dalle 12.20 alle 14.20, subisce una svolta o meglio si avvia verso la conclusione quando il delinquente avvisa la vittima dell’arrivo di un collega per le verifiche del caso. “Guardando verso il cancello ho visto che c’era una persona in attesa e l’ho fatta entrare. Non era in divisa, era anche abbastanza trasandata ma non ci ho badato perché ho pensato a uno di quei carabinieri che fanno le indagini e che appositamente non portano simboli dell’istituzione e sono anche un po’ camuffati. L’uomo al telefono a questo punto mi dice che devo disinfettarmi bene le mani perchè è necessario prendere le impronte e mi invita ad andare in bagno per pulirmi. Io gli rispondo che posso farlo in cucina e a quel punto lui alza la voce, si altera e mi dice di collaborare perché le mani dovevano essere disinfettate al meglio. Obbedisco e mentre sono nell’altra stanza mi accorgo che lo sconosciuto se ne stava andando. Lo faccio presente e mi sento rispondere che stava recuperando un tampone per fare gli accertamenti”. Tempo di tornare in soggiorno e del finto carabiniere dell’oro non c’era più traccia. Pochi istanti e anche l’interlocutore al telefono sparisce. Per la donna diventa chiaro di essere finita vittima di disgustoso raggiro.
Di lì a poco il ritorno del marito in stato di agitazione è la riconferma.

“Quando sono uscito di casa per recarmi in caserma” ha raccontato il consorte “sono stato contattato da uno che si è spacciato per carabiniere e mi ha spiegato la situazione e cioè che la nostra auto era risultata quale mezzo utilizzato per una rapina ed era necessario effettuare tutti gli accertamenti. Con una certa apprensione mi sono così recato in via Gramsci e poi ho atteso sul piazzale perché mi era stato detto dall’uomo al telefono che sarebbe uscito di persona dalla caserma. Mentre parlavamo mi ha informato che era necessario anche recuperare alcune marche da bollo da 1,20 euro per le pratiche e quindi per accorciare i tempi potevo nel frattempo andare a comprarle. L’orario era infelice perché le tabaccherie erano chiuse così ho dovuto girare un po’”.
Probabilmente consapevoli del tempo che era necessario alla vittima per recuperare i valori bollati, i delinquenti hanno potuto così agire facendo entrare in scena il terzo uomo che si è portato direttamente a casa delle vittime a prelevare il bottino. “Quando finalmente ho trovato le marche da bollo, tra lo stupore della commessa per l’importo delle stesse, sono ritornato alla caserma dei carabinieri e ho atteso mentre l’interlocutore chiudeva la telefonata dicendomi che sarebbe uscito”. E, in effetti, un militare della caserma di via Gramsci è davvero uscito ma non era il delinquente quanto il personale di guardia che, accortosi dell’andirivieni della macchina, si è insospettivo e ha domandato spiegazioni. “E’ stato in quel momento che ho capito tutto. Mi ha detto che si trattava di una truffa e che mia moglie nel frattempo probabilmente era stata derubata. E così è stato. Tra l’altro lei continuava a chiamarmi ma io, stando al telefono con l’altro finto carabiniere, non ho mai potuto risponderle.
Raggiunti a casa dai militari veri, i due coniugi non hanno potuto fare altro che ripercorrere l’accaduto e poi recarsi in caserma per formalizzare la denuncia fornendo la chat di whatsapp sulla quale erano transitate parte delle conversazioni, tra cui l’invio di foto dei gioielli e della denuncia circa la rapina. Chat risultata in parte poi incompleta in quanto il materiale era...sparito.
Una truffa purtroppo non nuova, già accaduta nelle scorse settimane a danno di due anziani di Calco e, con presa diretta, a un’altra donna che proprio ieri raggiungeva la caserma raccontando di essere stata derubata nello stesso modo di oltre mezzo chilo d’oro.
La raccomandazione da parte delle forze dell’ordine è di non cedere mai alle insistenze di chi chiede di radunare gioielli e contanti per presunti accertamenti, di non fare entrare sconosciuti che si spacciano per carabinieri o polizia ed eventualmente di effettuare una telefonata di verifica al 112 nel momento in cui si viene contattati e invitati a “obbedire” all’interlocutore.
Carabinieri, polizia, guardia di finanza non inviano mai documentazione via whatsapp e meno ancora chiedono di effettuare verifiche su preziosi o beni, arrivando direttamente a casa, senza prima un passaggio ufficiale presso la caserma o il comando di riferimento.
























