La politica delle chiacchiere
Politica senza politica: Tra maranza, omicidi e ponti che non arrivano, resta solo chiacchiere
Al giorno d’oggi ci riempiamo la bocca di lamentarci dei maranza e dell’omicidio di Imbersago, ma la domanda che nessuno vuole davvero porsi è un’altra: dov’è finita la politica? Quella vera, non la versione da palcoscenico di chi si sente superiore solo perché indossa una fascia e si siede dietro una scrivania a dire sì o no come se fosse un privilegio personale. Poi, naturalmente, ci meravigliamo se qualcuno spacca le vetrine.
Basterebbe chiedere a qualche anziano che ha fatto la guerra cosa pensa di chi oggi governa. Perché quando questi signori si siedono a un tavolo non riescono a trovare soluzioni concrete ai problemi che hanno davanti. Se c’è un tecnico, è sempre l’ultimo a parlare e l’ultimo a essere ascoltato. La gente non arriva a fine mese, per ottenere qualsiasi cosa in comune bisogna fare i salti mortali, la sanità è diventata un’azienda che pensa ai bilanci prima che alle persone. E tutto questo è nelle mani di chi, chiuso nei palazzi, parla di milioni e miliardi come se fossero patatine.
Un esempio tra i tanti? Il ponte di Paderno. Mesi di studi, assemblee, numeri chiari su un traffico destinato a esplodere e a paralizzare interi territori, proposte alternative del territorio sistematicamente accantonate. Si discute, si polemizza, si annunciano grandi opere e intanto chi vive lì paga ogni giorno il prezzo di decisioni prese altrove. Alla fine resta sempre la stessa sensazione: si parla tanto e si ascolta poco.
Forse, a questo punto, sarebbe meglio un generale al governo che un politico che chiacchiera.
Al giorno d’oggi ci riempiamo la bocca di lamentarci dei maranza e dell’omicidio di Imbersago, ma la domanda che nessuno vuole davvero porsi è un’altra: dov’è finita la politica? Quella vera, non la versione da palcoscenico di chi si sente superiore solo perché indossa una fascia e si siede dietro una scrivania a dire sì o no come se fosse un privilegio personale. Poi, naturalmente, ci meravigliamo se qualcuno spacca le vetrine.
Basterebbe chiedere a qualche anziano che ha fatto la guerra cosa pensa di chi oggi governa. Perché quando questi signori si siedono a un tavolo non riescono a trovare soluzioni concrete ai problemi che hanno davanti. Se c’è un tecnico, è sempre l’ultimo a parlare e l’ultimo a essere ascoltato. La gente non arriva a fine mese, per ottenere qualsiasi cosa in comune bisogna fare i salti mortali, la sanità è diventata un’azienda che pensa ai bilanci prima che alle persone. E tutto questo è nelle mani di chi, chiuso nei palazzi, parla di milioni e miliardi come se fossero patatine.
Un esempio tra i tanti? Il ponte di Paderno. Mesi di studi, assemblee, numeri chiari su un traffico destinato a esplodere e a paralizzare interi territori, proposte alternative del territorio sistematicamente accantonate. Si discute, si polemizza, si annunciano grandi opere e intanto chi vive lì paga ogni giorno il prezzo di decisioni prese altrove. Alla fine resta sempre la stessa sensazione: si parla tanto e si ascolta poco.
Forse, a questo punto, sarebbe meglio un generale al governo che un politico che chiacchiera.
Roberto

























