A 86 anni Pierpaolo Arlati è tornato in Cina, in solitaria nel paese del “Dragone”
“Innamorato della Cina”: così si definisce Pierpaolo Arlati, di ritorno dal suo secondo viaggio in solitaria nel Paese del dragone.
Due anni fa aveva esplorato l’area a sud-est, adesso invece quella nord-centro.

In un mese ha macinato tra i 4.000 e i 5.000 chilometri, utilizzando sempre il trasporto ferroviario e senza alcuna guida, solo con l’aiuto – visto che non conosce le lingue straniere – del dispositivo digitale Vasco, indispensabile sia per comunicare con le persone che per orientarsi in luoghi sconosciuti.
L’itinerario, da lui precedentemente organizzato e poi realizzato quasi in toto, è iniziato a Pechino e si è concluso nella città di Lijiang, passando per Datong, Ping Yao, Xi’an, Luoyang, Chengdu, Emeishan, Leshan.

Il “quasi” si riferisce al fatto che avrebbe voluto prolungare il viaggio fino a Lhasa, ma non gli è stato permesso dalle autorità locali. Motivo ufficiale, l’età secondo loro non adatta alle asperità del luogo.
Ma che cosa l’ha fatto innamorare di questo Paese, di cui spesso si parla come uno dei principali attori geopolitici dell’epoca attuale ma in realtà poco sappiamo di ciò che si muove dietro la facciata ufficiale?
“Non amo le dittature, ma devo riconoscere che lì tutto funziona alla perfezione”, dice Arlati, classe 1940 e spirito di avventura da ventenne. “Inoltre non c’è criminalità e tutti sono pronti ad aiutarti. Se capiscono che sei un turista e hai qualche problema vengono subito spontaneamente in tuo aiuto, sempre con il sorriso sulle labbra.”

Momenti di difficoltà non sono mancati, ma proprio grazie alla disponibilità e all’efficienza delle forze dell’ordine e della popolazione, si sono brillantemente e prontamente risolti.
È capitato per esempio che una volta il nostro intraprendente viaggiatore dimenticasse su un taxi il portafoglio, contenente denari, carte di credito e documento di identità.

Accortosi della perdita, la prima sensazione è stata di smarrimento. Ma poi, grazie anche all’aiuto di una famiglia cinese conosciuta durante il suo primo viaggio e che ha vissuto per alcuni anni in Italia e conosce bene la nostra lingua, è rientrato in breve tempo in possesso dei suoi effetti personali.
Un’altra volta è successo che si smarrisse nella città di Lijiang, uno dei luoghi visitati che gli sono rimasti più nel cuore. Ma anche in quel caso grazie alla disponibilità delle persone e al fido traduttore Vasco è riuscito senza grandi patemi a rientrare alla base.

Altri aspetti positivi della società cinese da lui rilevati sono il basso costo della vita e la mancanza di rumore anche nelle grandi città grazie all’uso di veicoli elettrici.
Riguardo al costo della vita i conti sono presto fatti: un mese in Cina è costato 3.050 euro: tolti 1.000 euro di viaggio, con il rimanente ha alloggiato, mangiato e percorso svariati chilometri usando treni e taxi.
“I trasporti pubblici sono puntuali ed efficienti, a Pechino ci sono 23 milioni di abitanti ma ti muovi benissimo grazie a oltre una ventina di linee metropolitane. Le auto e le moto sono tutte elettriche e quindi non fanno rumore. A Lijiang, città Patrimonio Unesco, non possono entrare neanche le bici, si può circolare soltanto a piedi”, racconta.
Ma a colpirlo è stata anche la sensazione di totale sicurezza che si percepisce, anche a prezzo di qualche regola che a noi potrebbe sembrare eccessiva.
“In metropolitana all’ingresso c’è il metal detector e non si possono portare bottigliette d’acqua. E poi hai la sensazione che ci sia polizia dappertutto, anche se non sembra perché molti agenti sono in borghese.”
I fatti di piazza Tienanmen del 1989 sembrano ormai solo un lontano ricordo.
“Ci sono stato, ma non c’è nulla che ricordi le proteste dei giovani contro il regime”, riferisce il globe trotter.
Tra i numerosi monumenti e opere visti a entusiasmarlo sono stati soprattutto il famoso esercito di terracotta e il monastero sospeso a Datong, così chiamato perché è stato ricavato da rientranze naturali nella roccia sul fianco di una montagna.

Unici nei in un viaggio comunque entusiasmante sono stati il cibo (“la maggior parte dei piatti sono in brodo, anche gli spaghetti”), la difficoltà a utilizzare denaro contante e le lunghe file per entrare ai musei. Difficoltà quest’ultima comunque relativa perché, come si affretta a spiegare Arlati, “tutto si svolge in modo ordinato e puoi startene lì tranquillo ad aspettare il tuo turno”.
Davvero innamorato, non c’è che dire.

E infatti sta già pensando a un prossimo viaggio, per il quale non ha perso la speranza di trovare adeguata compagnia.
Nel frattempo si rende disponibile, in caso qualche associazione voglia organizzarla, per una serata in cui raccontare la sua impresa anche mostrando le numerose foto da lui scattate.
Due anni fa aveva esplorato l’area a sud-est, adesso invece quella nord-centro.

In un mese ha macinato tra i 4.000 e i 5.000 chilometri, utilizzando sempre il trasporto ferroviario e senza alcuna guida, solo con l’aiuto – visto che non conosce le lingue straniere – del dispositivo digitale Vasco, indispensabile sia per comunicare con le persone che per orientarsi in luoghi sconosciuti.
L’itinerario, da lui precedentemente organizzato e poi realizzato quasi in toto, è iniziato a Pechino e si è concluso nella città di Lijiang, passando per Datong, Ping Yao, Xi’an, Luoyang, Chengdu, Emeishan, Leshan.

Il “quasi” si riferisce al fatto che avrebbe voluto prolungare il viaggio fino a Lhasa, ma non gli è stato permesso dalle autorità locali. Motivo ufficiale, l’età secondo loro non adatta alle asperità del luogo.
Ma che cosa l’ha fatto innamorare di questo Paese, di cui spesso si parla come uno dei principali attori geopolitici dell’epoca attuale ma in realtà poco sappiamo di ciò che si muove dietro la facciata ufficiale?
“Non amo le dittature, ma devo riconoscere che lì tutto funziona alla perfezione”, dice Arlati, classe 1940 e spirito di avventura da ventenne. “Inoltre non c’è criminalità e tutti sono pronti ad aiutarti. Se capiscono che sei un turista e hai qualche problema vengono subito spontaneamente in tuo aiuto, sempre con il sorriso sulle labbra.”

Momenti di difficoltà non sono mancati, ma proprio grazie alla disponibilità e all’efficienza delle forze dell’ordine e della popolazione, si sono brillantemente e prontamente risolti.
È capitato per esempio che una volta il nostro intraprendente viaggiatore dimenticasse su un taxi il portafoglio, contenente denari, carte di credito e documento di identità.

Accortosi della perdita, la prima sensazione è stata di smarrimento. Ma poi, grazie anche all’aiuto di una famiglia cinese conosciuta durante il suo primo viaggio e che ha vissuto per alcuni anni in Italia e conosce bene la nostra lingua, è rientrato in breve tempo in possesso dei suoi effetti personali.
Un’altra volta è successo che si smarrisse nella città di Lijiang, uno dei luoghi visitati che gli sono rimasti più nel cuore. Ma anche in quel caso grazie alla disponibilità delle persone e al fido traduttore Vasco è riuscito senza grandi patemi a rientrare alla base.

Altri aspetti positivi della società cinese da lui rilevati sono il basso costo della vita e la mancanza di rumore anche nelle grandi città grazie all’uso di veicoli elettrici.
Riguardo al costo della vita i conti sono presto fatti: un mese in Cina è costato 3.050 euro: tolti 1.000 euro di viaggio, con il rimanente ha alloggiato, mangiato e percorso svariati chilometri usando treni e taxi.
“I trasporti pubblici sono puntuali ed efficienti, a Pechino ci sono 23 milioni di abitanti ma ti muovi benissimo grazie a oltre una ventina di linee metropolitane. Le auto e le moto sono tutte elettriche e quindi non fanno rumore. A Lijiang, città Patrimonio Unesco, non possono entrare neanche le bici, si può circolare soltanto a piedi”, racconta.
Ma a colpirlo è stata anche la sensazione di totale sicurezza che si percepisce, anche a prezzo di qualche regola che a noi potrebbe sembrare eccessiva.
“In metropolitana all’ingresso c’è il metal detector e non si possono portare bottigliette d’acqua. E poi hai la sensazione che ci sia polizia dappertutto, anche se non sembra perché molti agenti sono in borghese.”
I fatti di piazza Tienanmen del 1989 sembrano ormai solo un lontano ricordo.
“Ci sono stato, ma non c’è nulla che ricordi le proteste dei giovani contro il regime”, riferisce il globe trotter.
Tra i numerosi monumenti e opere visti a entusiasmarlo sono stati soprattutto il famoso esercito di terracotta e il monastero sospeso a Datong, così chiamato perché è stato ricavato da rientranze naturali nella roccia sul fianco di una montagna.

Unici nei in un viaggio comunque entusiasmante sono stati il cibo (“la maggior parte dei piatti sono in brodo, anche gli spaghetti”), la difficoltà a utilizzare denaro contante e le lunghe file per entrare ai musei. Difficoltà quest’ultima comunque relativa perché, come si affretta a spiegare Arlati, “tutto si svolge in modo ordinato e puoi startene lì tranquillo ad aspettare il tuo turno”.
Davvero innamorato, non c’è che dire.

E infatti sta già pensando a un prossimo viaggio, per il quale non ha perso la speranza di trovare adeguata compagnia.
Nel frattempo si rende disponibile, in caso qualche associazione voglia organizzarla, per una serata in cui raccontare la sua impresa anche mostrando le numerose foto da lui scattate.
A.Vi.
























