Le parole contano
Articolo: Non dite extracee
Come c'era da aspettarsi di fronte a un fatto di cronaca in cui sono coinvolti dei cittadini stranieri, ecco partire la solita gogna mediatica. È bastato che una signora facesse notare civilmente che definire "extra CEE" una persona non è corretto, provando a correggere un uso improprio del termine, perché si aprisse il cielo. Subito è scattato l’oltraggio con le solite frasi copia-incollate: • "Se non gli sta bene, che se ne torni al suo paese" • "Sono trogloditi che vengono qui per sbarcare il lunario, sapendo che tanto non gli succede nulla" • "E quelli nati in Italia da genitori extracomunitari che hanno distrutto Milano, come li chiamiamo?" Ecco, vorrei far presente che a Imbersago non c'è stato uno scontro di civiltà, né un'invasione. C'è stato un regolamento di conti tra due persone coinvolte nello spaccio. Succede tra italiani, tra marocchini, tra albanesi: purtroppo la droga non ha passaporto. Però noi abbiamo bisogno del nostro copione. Ci serve l'extracomunitario come categoria per poter declamare quelle quattro frasi fatte che teniamo nel cassetto, pronte all'uso. Ci sentiamo soloni e giudici per cinque minuti: scriviamo d'istinto, poi chiudiamo lo schermo e torniamo a dormire fino al prossimo fatto di cronaca nera. Quella signora aveva ragione: le parole contano. Se continuiamo a etichettare come "extracomunitari" tutti quelli che non ci piacciono, non capiremo mai la differenza tra un delinquente e una persona perbene, tra uno spacciatore e un operaio che si alza alle 5 del mattino. Chi ha ucciso a Imbersago deve essere condannato, che sia italiano o marocchino. Ma se per condannare un assassino dobbiamo insultare un'intera comunità e attaccare chi prova a difendere un linguaggio civile, allora il problema non è più chi sbarca, ma chi commenta.
Cordialmente
Come c'era da aspettarsi di fronte a un fatto di cronaca in cui sono coinvolti dei cittadini stranieri, ecco partire la solita gogna mediatica. È bastato che una signora facesse notare civilmente che definire "extra CEE" una persona non è corretto, provando a correggere un uso improprio del termine, perché si aprisse il cielo. Subito è scattato l’oltraggio con le solite frasi copia-incollate: • "Se non gli sta bene, che se ne torni al suo paese" • "Sono trogloditi che vengono qui per sbarcare il lunario, sapendo che tanto non gli succede nulla" • "E quelli nati in Italia da genitori extracomunitari che hanno distrutto Milano, come li chiamiamo?" Ecco, vorrei far presente che a Imbersago non c'è stato uno scontro di civiltà, né un'invasione. C'è stato un regolamento di conti tra due persone coinvolte nello spaccio. Succede tra italiani, tra marocchini, tra albanesi: purtroppo la droga non ha passaporto. Però noi abbiamo bisogno del nostro copione. Ci serve l'extracomunitario come categoria per poter declamare quelle quattro frasi fatte che teniamo nel cassetto, pronte all'uso. Ci sentiamo soloni e giudici per cinque minuti: scriviamo d'istinto, poi chiudiamo lo schermo e torniamo a dormire fino al prossimo fatto di cronaca nera. Quella signora aveva ragione: le parole contano. Se continuiamo a etichettare come "extracomunitari" tutti quelli che non ci piacciono, non capiremo mai la differenza tra un delinquente e una persona perbene, tra uno spacciatore e un operaio che si alza alle 5 del mattino. Chi ha ucciso a Imbersago deve essere condannato, che sia italiano o marocchino. Ma se per condannare un assassino dobbiamo insultare un'intera comunità e attaccare chi prova a difendere un linguaggio civile, allora il problema non è più chi sbarca, ma chi commenta.
Cordialmente
Ale
























