Violenza: ma c'è davvero chi non ce la fa
Articolo: Dentro la violenza che non fa notizia
Io non ho scritto che le persone non abbiano responsabilità individuali. Ho scritto che esistono condizioni economiche e sociali che possono compromettere la dignità, la salute e la libertà di chi lavora. Lei mi risponde quasi sempre che qualcuno avrebbe potuto scegliere diversamente: studiare altro, lavorare in un altro modo, trasferirsi, risparmiare di più, fare sacrifici maggiori. Ma una società non si giudica soltanto osservando chi riesce a farcela. Si giudica anche chiedendosi quante persone, pur lavorando e impegnandosi, restino senza una prospettiva dignitosa. I suoi figli possono essere riusciti a comprare casa. Bene. Ma questo non risponde alla domanda su chi, lavorando, non riesce nemmeno a mettere da parte i soldi per l'anticipo. Un lavoratore può commettere un errore. Ma questo non risponde alla domanda su come prevenire le morti sul lavoro. Una persona può fare scelte professionali sbagliate. Ma questo non risponde alla domanda su quanto debba essere pagato il suo lavoro. E un autonomo può aver scelto consapevolmente il proprio rischio. Ma questo non risponde alla domanda su quali tutele minime debbano esistere quando si ammala. La responsabilità individuale e quella collettiva non si escludono. Il mio discorso non è contro chi ha lavorato, risparmiato e costruito qualcosa. È contro l'idea che, se qualcuno ce l'ha fatta, allora chi non ce la fa debba necessariamente aver sbagliato. Perché il punto non è impedire a chi si impegna di migliorare la propria condizione. È fare in modo che lavorare, curarsi e abitare una casa dignitosa non diventino privilegi accessibili soltanto a chi parte da condizioni favorevoli. Ed è per questo che continuo a chiamare tutto questo violenza. Non perché sia identico a spaccare una vetrina, ma perché anche una società può ferire le persone attraverso condizioni che le privano, giorno dopo giorno, della possibilità concreta di vivere dignitosamente.
Io non ho scritto che le persone non abbiano responsabilità individuali. Ho scritto che esistono condizioni economiche e sociali che possono compromettere la dignità, la salute e la libertà di chi lavora. Lei mi risponde quasi sempre che qualcuno avrebbe potuto scegliere diversamente: studiare altro, lavorare in un altro modo, trasferirsi, risparmiare di più, fare sacrifici maggiori. Ma una società non si giudica soltanto osservando chi riesce a farcela. Si giudica anche chiedendosi quante persone, pur lavorando e impegnandosi, restino senza una prospettiva dignitosa. I suoi figli possono essere riusciti a comprare casa. Bene. Ma questo non risponde alla domanda su chi, lavorando, non riesce nemmeno a mettere da parte i soldi per l'anticipo. Un lavoratore può commettere un errore. Ma questo non risponde alla domanda su come prevenire le morti sul lavoro. Una persona può fare scelte professionali sbagliate. Ma questo non risponde alla domanda su quanto debba essere pagato il suo lavoro. E un autonomo può aver scelto consapevolmente il proprio rischio. Ma questo non risponde alla domanda su quali tutele minime debbano esistere quando si ammala. La responsabilità individuale e quella collettiva non si escludono. Il mio discorso non è contro chi ha lavorato, risparmiato e costruito qualcosa. È contro l'idea che, se qualcuno ce l'ha fatta, allora chi non ce la fa debba necessariamente aver sbagliato. Perché il punto non è impedire a chi si impegna di migliorare la propria condizione. È fare in modo che lavorare, curarsi e abitare una casa dignitosa non diventino privilegi accessibili soltanto a chi parte da condizioni favorevoli. Ed è per questo che continuo a chiamare tutto questo violenza. Non perché sia identico a spaccare una vetrina, ma perché anche una società può ferire le persone attraverso condizioni che le privano, giorno dopo giorno, della possibilità concreta di vivere dignitosamente.
Sebastiano

























