Church Pocket/134. E se fosse cattolicofobia? Perché il sacro cristiano può essere deriso

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Una croce utilizzata come oggetto di scena. Un’immagine di Cristo deformata per provocare. Una Madonna trasformata in caricatura. Preti, suore e simboli cattolici sessualizzati in spettacoli, manifestazioni o prodotti della cultura pop. Ormai siamo talmente abituati a vedere il repertorio simbolico cristiano utilizzato in questo modo che la reazione più comune è quasi automatica: è arte, è provocazione, è satira, è libertà di espressione. E sia chiaro fin dall’inizio: la libertà di espressione comprende anche il diritto di dire cose che un cattolico considera offensive. Non vorrei uno Stato incaricato di stabilire quale rappresentazione di Cristo sia sufficientemente rispettosa né una legge che protegga la mia fede dalle critiche. Il cristianesimo ha attraversato persecuzioni, eresie, rivoluzioni e regimi totalitari: può certamente sopravvivere a una performance di cattivo gusto. Dopo un mese trascorso a parlare di islamofobia, però, una domanda è diventata inevitabile: siamo altrettanto disinvolti quando il simbolo religioso appartiene a un’altra fede soprattutto dell’Islam? Non è una domanda contro i musulmani. Al contrario, nasce precisamente dal criterio che abbiamo cercato di applicare all’Islam: rispetto assoluto della persona, libertà religiosa, rifiuto della discriminazione, ma anche libertà di discutere e criticare una religione. Se il criterio vale, deve valere per tutti. E allora perché quando il bersaglio è il cristianesimo la dissacrazione sembra essere diventata, in alcuni ambienti culturali occidentali, una forma quasi ordinaria della trasgressione?

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Quando il cristianesimo diventa materiale scenico

Basta guardare una parte della cultura pop degli ultimi decenni. Il repertorio cristiano offre materiale inesauribile: croci, rosari, corone di spine, immagini mariane, sacerdoti, religiose, inferno, demoni, liturgie. Lady Gaga, per citarne una ma la lista è lunga, ne ha fatto uso ripetutamente nella propria produzione artistica. Non tutto ciò che appare oscuro, gotico o provocatorio può essere definito automaticamente «satanico»: sarebbe un’interpretazione che spesso va oltre ciò che possiamo documentare. Ma l'impiego deliberato e talvolta dissacrante dell'immaginario cristiano nella cultura pop è difficilmente contestabile come fenomeno generale. Il problema, per me, non è impedire che ciò accada. La domanda è perché accada così frequentemente proprio con il cristianesimo. La stessa questione emerse con particolare forza durante la cerimonia inaugurale delle Olimpiadi di Parigi del 2024. Una scena con drag queen e altri performer fu interpretata da numerosi cristiani come una parodia dell’Ultima Cena di Leonardo. Gli organizzatori si scusarono con quanti si erano sentiti offesi, precisando però che l’intenzione non era quella di rappresentare l’Ultima Cena; il direttore artistico Thomas Jolly disse che il riferimento era una festa pagana legata agli dèi dell’Olimpo. Sono due dati che, se vogliamo essere seri, vanno riportati entrambi. Rimane però la questione culturale più ampia. Perché l'immaginario cristiano è diventato uno dei linguaggi privilegiati della trasgressione occidentale? Probabilmente una parte della risposta è molto meno complottistica di quanto qualcuno immagini: perché l’Occidente conosce il cristianesimo. La provocazione funziona soltanto quando il pubblico riconosce ciò che viene rovesciato. Una Madonna, un crocifisso o una suora possiedono immediatamente un significato comprensibile a Roma, Parigi o Madrid. La stessa efficacia comunicativa non appartiene necessariamente a simboli religiosi estranei alla storia europea.

Perché l’immaginario cristiano è diventato uno dei linguaggi privilegiati della trasgressione occidentale? Una prima risposta è evidente: perché l’Occidente conosce il cristianesimo. La provocazione funziona quando il pubblico riconosce ciò che viene rovesciato. Una Madonna, un crocifisso, un sacerdote o una religiosa possiedono immediatamente un significato comprensibile a Roma, Parigi o Madrid. Ma questa spiegazione è vera soltanto in parte. C’è infatti una seconda domanda, molto più scomoda: si dissacra più facilmente il cristianesimo anche perché è più sicuro farlo? Dopo la strage nella redazione di Charlie Hebdo del 7 gennaio 2015, compiuta da due jihadisti che dichiararono di aver «vendicato» Maometto, sarebbe ingenuo sostenere che nell’immaginario occidentale una provocazione contro Cristo e una contro Maometto comportino sempre la stessa percezione del rischio. Dodici persone furono uccise nell’attacco alla redazione; negli anni successivi la questione delle caricature di Maometto è rimasta legata in Europa anche a minacce e violenze di matrice jihadista. Questo, naturalmente, non autorizza ad attribuire quella violenza ai musulmani in quanto tali. Sarebbe un passaggio logicamente falso e moralmente ingiusto: terrorismo jihadista e Islam, inteso come insieme di oltre un miliardo di credenti, non sono categorie sovrapponibili. Ma sarebbe altrettanto ingenuo fingere che quegli attentati non abbiano prodotto conseguenze culturali. Un artista, un giornale o un organizzatore di eventi sa che la provocazione religiosa può suscitare reazioni molto diverse a seconda del bersaglio scelto. E allora l’asimmetria diventa interessante. Cristo può essere dissacrato anche perché il cristiano occidentale, normalmente, risponderà con una protesta, un articolo, una denuncia, un boicottaggio o semplicemente con il proprio sdegno. Non sempre chi ha provocato l’Islam può dare per scontato che la reazione rimanga entro questi confini. Il punto non è accusare i musulmani, ma riconoscere un fatto culturale: la paura della violenza estremista può produrre autocensura. A quel punto, però, la provocazione perde qualcosa della propria pretesa eroica. È facile presentarsi come trasgressivi quando si sceglie accuratamente il bersaglio dal quale ci si aspetta la reazione meno pericolosa. Se la dissacrazione colpisce soprattutto ciò che è sicuro dissacrare, siamo ancora davanti al coraggio della trasgressione o semplicemente alla selezione prudente del bersaglio? Ma questa spiegazione non basta a chiudere la domanda.

Il Cristo rainbow. E Maometto?

La questione diventa particolarmente delicata in alcune manifestazioni, come il Pride. Anche qui bisogna evitare generalizzazioni: un Pride non è un'organizzazione religiosa unitaria, e un'immagine esibita da alcuni partecipanti non può essere attribuita all'intero movimento LGBT. Sarebbe metodologicamente scorretto. Esistono però provocazioni che utilizzano Cristo, la Madonna, sacerdoti, religiose e simboli cristiani per contestare la morale sessuale della Chiesa. Alcune hanno una spiegazione storica evidente: il movimento LGBT occidentale si è confrontato soprattutto con il cristianesimo perché è il cristianesimo ad avere avuto per secoli un peso culturale e istituzionale nelle società occidentali. Ma qui sorge una domanda che raramente viene posta. 

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Perché vediamo provocazioni anticristiane e molto più difficilmente rappresentazioni analoghe rivolte all’Islam o a Maometto? Non scriverei che queste ultime «non esistono»: un'affermazione assoluta sarebbe impossibile da dimostrare. Ma la differenza nella disponibilità culturale alla provocazione merita almeno di essere discussa. Soprattutto perché il rapporto tra omosessualità e Islam non è affatto meno problematico di quello con il cristianesimo. Il Catechismo cattolico mantiene un giudizio morale negativo sugli atti omosessuali, ma nello stesso testo prescrive che le persone omosessuali siano accolte «con rispetto, compassione, delicatezza» e stabilisce che nei loro confronti debba essere evitato «ogni marchio di ingiusta discriminazione» (CCC 2358). 

In diversi Paesi a maggioranza musulmana, invece, i rapporti omosessuali continuano a essere sottoposti a sanzioni penali, con differenze anche enormi tra un ordinamento e l’altro. E allora possiamo domandarci: perché una parte dell'attivismo occidentale appare culturalmente molto più disponibile alla provocazione contro il cristianesimo che contro l'Islam, anche quando proprio sui diritti delle persone omosessuali esistono nel mondo islamico problemi assai più pesanti? Le risposte possibili sono diverse. Una è storica: in Europa il conflitto politico e culturale è avvenuto soprattutto con le Chiese cristiane. Un'altra riguarda la condizione minoritaria dei musulmani nelle società europee: colpire simbolicamente una minoranza può essere percepito diversamente dal colpire la religione storicamente maggioritaria. Ma sarebbe ingenuo escludere a priori un terzo elemento: la paura delle conseguenze può influenzare ciò che una società considera liberamente provocabile. Porre la domanda non significa attribuire violenza ai musulmani in quanto tali. Significa chiedersi se la nostra libertà culturale sia davvero uniforme oppure venga esercitata con maggiore coraggio dove sappiamo che il prezzo della provocazione sarà più basso.

Quando la blasfemia diventa normale

Naturalmente una blasfemia non equivale a una persecuzione. Un’immagine offensiva di Cristo non è una chiesa incendiata e una rappresentazione dissacrante della Madonna non è un’aggressione contro un cristiano. Confondere questi piani sarebbe sbagliato. Ma fermarsi qui sarebbe altrettanto comodo. Perché il problema che sto ponendo non è soltanto giuridico. È culturale. Che cosa accade quando la blasfemia contro una determinata religione smette persino di scandalizzare perché diventa ordinaria? Il cattolico occidentale conosce bene questa esperienza. Cristo, la Madonna, la Croce, l’Eucaristia, sacerdoti e religiose possono diventare materiale per spettacoli, pubblicità, performance, manifestazioni e provocazioni. Il singolo episodio può essere liquidato come satira, libertà artistica o cattivo gusto. Ma quando gli episodi si ripetono, la domanda cambia: non siamo più obbligati soltanto a chiederci se ciascuno di essi debba essere legalmente consentito. Possiamo domandarci perché proprio quel sacro sia diventato così facilmente dissacrabile. La libertà di espressione tutela anche parole e immagini che offendono profondamente il credente. Ma la liceità di un gesto non esaurisce il giudizio su quel gesto. Posso difendere il diritto di un artista a rappresentare Cristo in maniera blasfema e contemporaneamente giudicare quella rappresentazione offensiva, gratuita o espressione di ostilità verso il cristianesimo. Non c’è alcuna contraddizione. Ed è proprio la frequenza a meritare attenzione. Una blasfemia isolata è una provocazione; la normalizzazione della blasfemia può diventare un fatto culturale. Non necessariamente persecuzione, certamente. Ma neppure qualcosa che il cattolico debba fingere di non vedere per dimostrare di essere sufficientemente moderno e tollerante. Anzi, dopo quanto abbiamo detto sull’Islam, la domanda diventa ancora più interessante. Abbiamo sviluppato una sensibilità molto attenta verso parole, immagini e comportamenti capaci di produrre ostilità contro una comunità religiosa. Perché questa sensibilità dovrebbe scomparire quando vengono sistematicamente utilizzati in maniera degradante i simboli del cristianesimo? Non chiedo di abolire la blasfemia. Chiedo di poterla chiamare blasfemia senza che sia immediatamente nobilitata come arte, coraggio o trasgressione. E soprattutto di poterci domandare perché, nell’Occidente che ama considerarsi liberato da ogni tabù, alcuni tabù vengano infranti continuamente e altri siano avvicinati con molta maggiore prudenza. 

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Perché quella, invece, esiste

Quando dalle performance passiamo alle aggressioni, alle minacce e agli attacchi contro i luoghi di culto, non siamo più nel campo delle impressioni. L'OSCE dispone di una categoria specifica per gli anti-Christian hate crimes. Per il 2024 il suo database riporta 764 episodi segnalati da fonti diverse dalle autorità statali: 568 attacchi contro proprietà, 108 casi di minacce o molestie e 88 attacchi violenti contro persone. È necessario precisare cosa significhi quel numero: non sono 764 sentenze definitive e non possiamo automaticamente considerarli 764 reati giudiziariamente accertati. Sono incidenti riportati all'OSCE dalle fonti che alimentano il suo sistema di monitoraggio.  Anche nelle istituzioni europee la questione è arrivata formalmente. Nel 2025 sono state presentate interrogazioni parlamentari sull'aumento degli attacchi contro chiese e sull'assenza di un coordinatore europeo specificamente dedicato all'odio anticristiano, a differenza delle strutture già esistenti contro altre forme di odio religioso. Si tratta di interrogazioni di singoli parlamentari, non di conclusioni ufficiali dell'Unione europea, ma dimostrano che la questione è ormai presente anche nel dibattito istituzionale.  Qui la parola cattolicofobia, o più correttamente in molti casi odio anticristiano, acquista un significato molto meno retorico. Vandalizzare una chiesa perché cristiana non è critica al cristianesimo. Aggredire un sacerdote perché sacerdote non è anticlericalismo intellettuale. Minacciare una persona perché manifesta pubblicamente la propria fede non è laicità. Sono cose differenti e una società adulta dovrebbe riuscire a chiamarle con nomi differenti.

«Puoi essere cattolico, purché non si veda»

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C'è però una forma meno evidente di ostilità che mi interessa persino più della provocazione artistica. È l'idea che la fede cattolica sia perfettamente accettabile finché rimane privata. Puoi andare a Messa. Puoi pregare. Puoi portare una medaglietta. Puoi persino raccontare che la fede ti fa stare bene. Il problema comincia quando il cattolicesimo pretende di avere un pensiero. Quando un cattolico interviene pubblicamente sull'antropologia, sulla famiglia, sulla bioetica, sull'inizio e sulla fine della vita, sulla sessualità, improvvisamente la sua appartenenza religiosa rischia di diventare l'argomento con cui evitare di discutere ciò che ha detto: «Lo dici perché sei cattolico». Naturalmente un cattolico non possiede alcun diritto ad avere ragione perché cattolico. Ma neppure perde il diritto di partecipare al dibattito pubblico perché le proprie convinzioni derivano anche dalla fede. Una società laica non è una società nella quale il credente può parlare soltanto dopo aver lasciato Dio sulla porta. La laicità dello Stato impedisce a una confessione religiosa di imporre la propria fede attraverso il potere pubblico. Non richiede al cittadino credente di diventare provvisoriamente ateo prima di prendere la parola. Ed è forse questa la desacralizzazione più interessante da osservare: non la croce rovesciata sul palco, ma la progressiva convinzione che il cristianesimo possa sopravvivere come folklore, arte, festa e sentimento, purché rinunci a essere giudizio sul mondo. Il presepe va bene. Il Vangelo che pretende di avere qualcosa da dire sull'uomo molto meno.

Perché Cristo è diventato un bersaglio facile?

Forse perché il cristianesimo europeo paga anche il prezzo della propria storia. È stato maggioranza, istituzione, cultura dominante. Ha esercitato potere e talvolta lo ha esercitato male. È quindi comprensibile che una parte della modernità abbia costruito la propria emancipazione anche attraverso la contestazione dei suoi simboli. Ma c'è qualcosa di paradossale quando questa spiegazione diventa un lasciapassare permanente. Il cristianesimo contemporaneo europeo non coincide più semplicemente con il potere dominante contro il quale si ribellavano gli anticlericali dell'Ottocento. In molte società europee la pratica religiosa è diminuita profondamente, la cultura cattolica ha perso buona parte della propria capacità normativa e numerose posizioni della Chiesa sono oggi minoritarie nel dibattito pubblico. Continuare a trattare ogni simbolo cristiano come simbolo del «potere» rischia allora di diventare una giustificazione automatica. E soprattutto rimane il problema del doppio criterio. Se una società sviluppa una sensibilità sempre più raffinata per comprendere quando una rappresentazione possa ferire una comunità religiosa minoritaria, non vedo perché quella stessa sensibilità debba improvvisamente diventare rozza quando incontra un cristiano. Significa almeno riconoscere ciò che si sta facendo.

Alla fine di questo mese siamo tornati esattamente al punto dal quale eravamo partiti. Abbiamo parlato di islamofobia e abbiamo detto che criticare l'Islam non significa odiare i musulmani. Abbiamo discusso se cristiani e musulmani credano nello stesso Dio e abbiamo scoperto quanto sia necessario dialogare senza cancellare differenze teologiche enormi. Abbiamo poi applicato lo stesso criterio all'ostilità contro i cattolici. Adesso possiamo aggiungere l'ultimo tassello. Non è possibile e non ci deve essere un cristianesimo protetto dalla critica. Non auspico che una legge impedisca a qualcuno di dire che la mia fede è falsa, assurda o superata. Non pretendo che un artista consideri sacro ciò che per me è sacro. Ma proprio perché accetto questo principio posso porre una domanda senza complessi di inferiorità: perché la trasgressione occidentale trova così spesso nel cristianesimo il proprio bersaglio più facile? E ancora: perché alcune provocazioni che rivolte ad altre religioni ci farebbero immediatamente interrogare sul pregiudizio, quando riguardano Cristo diventano quasi automaticamente emancipazione? Non ho bisogno di chiedere che venga proibita una Madonna dissacrata per trovarla offensiva. Non ho bisogno di censurare una performance per giudicarla culturalmente miserabile. E non devo accettare che la mia fede venga confinata nel privato per dimostrare di essere un buon cittadino di una società pluralista. Forse è questa la distinzione con cui possiamo chiudere il nostro ottobre. Il musulmano non deve essere protetto dalle critiche all'Islam. Deve essere protetto dall'odio perché musulmano. Il cattolico non deve essere protetto dalle critiche al cristianesimo. Deve godere esattamente della stessa tutela quando l'ostilità colpisce lui perché cristiano. Poi resta la cultura, che non si governa per decreto. E lì la domanda può essere persino più provocatoria: se la nostra società è davvero diventata così libera da poter dissacrare tutto, perché sembra scegliere con tanta attenzione ciò che è più sicuro dissacrare?

Rubrica a cura di Pietro Santoro
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