Mandic, stroke: non è un passo avanti ma l’ennesimo grave ridimensionamento

Articolo: Cura dell’Ictus ischemico acuto: il Mandic può proporsi come “Stroke Ready”. Intervento del dr. Filippo Galbiati

Ospedale di Merate, altro che passo avanti: il Mandic subisce l’ennesimo ridimensionamento

Le recenti notizie relative alla riorganizzazione della Stroke Unit dell’ospedale Mandic di Merate destano- perlomeno nel sottoscritto- notevoli perplessità e preoccupazione. Altro che passo avanti: quello che si prospetta appare, nei fatti, come un ulteriore ridimensionamento di un presidio ospedaliero che da troppo tempo si trova a fare i conti con riorganizzazioni, riduzioni di attività e incertezze sul proprio futuro.
Si cerca di presentare il nuovo assetto come un’evoluzione del servizio, con la prospettiva di una Stroke Unit di secondo livello dedicata alla presa in carico dei pazienti dopo la fase acuta. Ma il punto centrale è un altro: se a Merate viene meno, o viene ridotta, la capacità di intervenire nella fase acuta dell’ictus, non siamo di fronte a un passo avanti, bensì alla perdita di una funzione sanitaria fondamentale. Punto.
Non bastano le definizioni, non bastano i progetti sulla carta e non bastano le rassicurazioni della Direzione strategica. Occorre guardare alla sostanza delle decisioni e alle conseguenze concrete per i cittadini. Se effettivamente dal 1° novembre cambia l’organizzazione dell’assistenza all’ictus, bisogna dire con chiarezza che cosa il Mandic non sarà più in grado di fare rispetto a oggi, quali prestazioni verranno meno e quali saranno le conseguenze per chi dovrà rivolgersi al pronto soccorso in una situazione di emergenza.
Il richiamo alle sole tre trombolisi effettuate nel corso dell’anno non può diventare il pretesto per giustificare qualsiasi scelta organizzativa. È evidente che le decisioni sanitarie debbano tenere conto dei volumi di attività, delle competenze professionali e degli standard di sicurezza. Ma è altrettanto evidente che la programmazione deve garantire ai cittadini una rete di emergenza efficace, accessibile e organizzata in modo da ridurre al minimo i tempi di intervento. La centralizzazione delle prestazioni può avere una sua logica clinica, ma non può diventare la giustificazione sistematica per sottrarre funzioni agli ospedali territoriali senza offrire garanzie concrete e verificabili.
Ecco perché non condivido la narrazione che vorrebbe far passare questa trasformazione come un miglioramento indiscutibile. Aumentare, eventualmente, i posti letto destinati alla fase successiva dell’assistenza non equivale automaticamente a potenziare il servizio se, contemporaneamente, si riduce la capacità di risposta nella fase acuta, ergo emergenziale. Sono funzioni diverse, entrambe importanti, e non possono essere confuse per presentare come un avanzamento ciò che rischia di rappresentare una perdita.
A questo si aggiunge la questione, tutt’altro che secondaria, della carenza di infermieri. Prima di annunciare nuovi modelli organizzativi e prospettive di sviluppo, occorre chiarire con quali risorse si intendano realizzare, con quale personale e con quali garanzie di continuità assistenziale.
Il problema è politico prima ancora che organizzativo: quale ruolo si vuole assegnare- effettivamente- al Mandic nella rete ospedaliera lombarda? Perché, se ogni riorganizzazione viene presentata come un’opportunità e ogni riduzione di attività viene descritta come una modernizzazione, diventa impossibile valutare con trasparenza la direzione che si sta prendendo.
Il Mandic non può continuare a essere protagonista di un progressivo ridimensionamento, mentre al territorio si chiede ogni volta di accettare le decisioni come inevitabili. Un ospedale non si difende con le dichiarazioni di principio: lo si difende garantendo servizi, personale, competenze e capacità di risposta alle emergenze.
Non è accettabile, sempre a mio parere, che l’ennesima riduzione di una funzione ospedaliera venga raccontata come un progresso senza dimostrare, dati alla mano, quale beneficio concreto ne ricaveranno i cittadini.
Il territorio meratese chiede un ospedale che rafforzi la propria capacità di cura, non di un presidio che rischi di perdere, un pezzo alla volta, competenze e funzioni.
Altro che passo avanti: se si riduce la capacità di intervento nella fase acuta dell’ictus, il Mandic rischia di compiere un ulteriore passo indietro. E il territorio meratese non può essere chiamato, ancora una volta, a subirne le conseguenze in silenzio.

P.S. So già quali saranno alcuni dei commenti. Li anticipo.
«Perché quando c’eri tu Sindaco non lo dicevi?»
LO DICEVO. E LO RIBADISCO.
«Perché non lo dici ai tuoi “amici” della Regione?»
LO STO DICENDO. E CONTINUERÒ A FARLO.
Perché la tutela della salute dei cittadini viene prima delle appartenenze, delle convenienze e delle polemiche di parte. E se c’è qualcosa che non va, bisogna avere il coraggio di dirlo, sempre. A chiunque abbia responsabilità.
Massimo Panzeri
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