Church Pocket/133. Islamofobia e cattolicofobia: tutte le religioni meritano lo stesso rispetto?

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Tutte le religioni meritano lo stesso rispetto? La domanda è volutamente provocatoria, perché contiene già un equivoco. Se parliamo delle persone, la risposta è semplice: sì. Un musulmano, un cattolico, un ebreo, un buddista, un ateo possiedono la stessa dignità. Se invece parliamo delle religioni, la questione cambia. Le religioni contengono affermazioni su Dio, sull’uomo, sulla morale, sulla vita e sulla morte. Proprio perché avanzano pretese di verità, possono essere studiate, confrontate, contestate e criticate. Anche la mia. Un musulmano può ritenere falsa la Trinità. Un ateo può considerare la Risurrezione di Cristo una credenza priva di fondamento. Un cristiano può ritenere falsa la concezione islamica di Gesù. Nessuno di questi giudizi, da solo, equivale a odio religioso. Ma allora perché utilizziamo con tanta facilità parole come islamofobia e molto meno frequentemente cattolicofobia? E soprattutto: siamo davvero capaci di applicare lo stesso criterio quando cambia la religione della persona che abbiamo davanti? Dopo aver parlato nelle scorse settimane di Islam e cristianesimo, vale la pena rovesciare la prospettiva. Non per stabilire chi sia più perseguitato: non è una gara. Fare la contabilità delle vittime per decidere quale religione abbia diritto a lamentarsi di più sarebbe un esercizio piuttosto sterile. Il problema è capire dove finisca la critica di una religione e dove cominci l’ostilità verso chi quella religione la professa. La distinzione vale per il musulmano. Deve valere anche per il cattolico.
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Criticare non significa discriminare
Partiamo proprio dall’Islam. Il fenomeno della discriminazione antimusulmana in Europa non è un’invenzione. L’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali, nel rapporto Being Muslim in the EU pubblicato nel 2024 sulla base di un’indagine condotta nel 2022, ha rilevato livelli elevati di discriminazione e razzismo tra i musulmani intervistati, con particolari problemi nell’occupazione e nell’accesso all’abitazione. Donne che indossano abiti religiosi e giovani musulmani nati nell’Unione risultano tra i gruppi maggiormente esposti. Negarlo non servirebbe alla nostra tesi. La indebolirebbe. Se una donna viene esclusa soltanto perché musulmana, se una moschea viene attaccata perché è una moschea, se una persona viene aggredita perché identificata come musulmana, non siamo davanti a una critica dell’Islam. Stiamo colpendo una persona o una comunità per la sua appartenenza religiosa. Il Consiglio d’Europa, attraverso l’ECRI, parla oggi in maniera più specifica di «razzismo e discriminazione antimusulmani» e segnala fenomeni che comprendono discriminazione, discorsi d’odio e reati motivati dall’ostilità verso musulmani o persone percepite come tali. Ma proprio l’ECRI aggiunge qualcosa che spesso viene dimenticato quando la discussione si accende: la lotta contro il discorso d’odio deve rispettare la libertà di espressione e non può essere utilizzata per sopprimere la critica delle convinzioni religiose. Questa distinzione è preziosa. Posso dire che una persona non deve essere discriminata perché musulmana e, cinque minuti dopo, discutere criticamente il Corano. Posso difendere il diritto di un musulmano a pregare e contemporaneamente contestare una determinata concezione islamica della libertà religiosa. Posso rispettare profondamente la persona e ritenere falsa la sua religione. Ma se questo principio è valido, non può funzionare a senso unico.

E quando il bersaglio è cristiano?
Proviamo allora a cambiare soggetto. Una chiesa viene vandalizzata. Una croce viene profanata. Un cristiano viene insultato o aggredito precisamente perché cristiano. Una persona viene discriminata perché manifesta pubblicamente la propria appartenenza religiosa. Il criterio dovrebbe essere identico. Eppure la parola cattolicofobia provoca spesso una reazione diversa da islamofobia. Può sembrare immediatamente il lamento di una maggioranza che non accetta di essere criticata, quasi che il cristianesimo europeo, dopo secoli di presenza culturale e istituzionale, pretendesse improvvisamente una zona protetta. Questa obiezione contiene una parte di verità. Il cattolicesimo non ha diritto a essere sottratto alla critica. Criticare il Papa non è cattolicofobia. Contestare l’insegnamento della Chiesa sull’etica sessuale non è cattolicofobia. Ritenere assurdo un dogma non è cattolicofobia. Scrivere un libro contro il cristianesimo non è cattolicofobia. Abbandonare la Chiesa, dichiararsi atei o sostenere che la religione abbia avuto conseguenze negative nella storia non è cattolicofobia. E persino l’offesa richiede cautela prima di essere automaticamente trasformata in discriminazione. Una vignetta blasfema può essere volgare e profondamente offensiva per un credente senza diventare, per questo solo fatto, persecuzione religiosa. Se chiediamo libertà di critica quando si parla dell’Islam, dobbiamo sopportarla anche quando riguarda noi. Altrimenti non stiamo difendendo un principio. Stiamo difendendo la nostra parte.

Dignità della persona, non equivalenza delle religioni
Su questo punto il cattolicesimo possiede uno strumento teologico particolarmente utile: Dignitatis humanae. La dichiarazione del Concilio Vaticano II sulla libertà religiosa compie una distinzione che oggi potrebbe risolvere molte delle nostre discussioni. Il diritto alla libertà religiosa non deriva dal fatto che tutte le religioni siano ugualmente vere. Si fonda sulla dignità della persona umana. Il Concilio afferma contemporaneamente che l’uomo ha il dovere morale di cercare la verità e aderirvi una volta conosciuta e che nessuno può essere costretto nell’ambito religioso. Il diritto all’immunità dalla coercizione permane persino in chi, secondo la prospettiva cattolica, non aderisce alla verità. È una distinzione enorme. Io non difendo il diritto del musulmano a professare l’Islam perché considero Islam e cristianesimo due religioni equivalenti. Lo difendo perché è una persona. E proprio per questo posso continuare a ritenere vera la fede cristiana e falsa un’affermazione islamica senza desiderare che lo Stato impedisca al musulmano di professarla. La libertà religiosa non richiede relativismo. Richiede che la verità religiosa non venga imposta con la coercizione.

E la reciprocità?
Qui però arriva una domanda più scomoda. Se rivendichiamo giustamente la libertà dei musulmani nelle società europee, possiamo chiedere che la stessa libertà venga riconosciuta ai cristiani nelle società a maggioranza musulmana? Non dovrebbe neppure essere necessario domandarlo. La libertà religiosa comprende necessariamente anche la possibilità di cambiare religione. Una libertà che consente di entrare in una religione ma impedisce di uscirne non è piena libertà religiosa. E questo tema diventa particolarmente delicato quando si parla del passaggio dall’Islam al cristianesimo, della condizione dei convertiti e degli ordinamenti nei quali l’apostasia incontra conseguenze giuridiche o fortissime pressioni sociali. Qui bisogna evitare una generalizzazione: non esiste un unico «mondo islamico» giuridicamente uniforme. Stati, legislazioni, interpretazioni religiose e condizioni sociali sono differenti. Ma la domanda rimane. La reciprocità non può significare: ti permetto una moschea soltanto se tu mi permetti una chiesa. La libertà religiosa è un diritto della persona, non una concessione diplomatica scambiata tra confessioni. Ma proprio perché è un diritto universale, il cristiano ha titolo per chiederne il riconoscimento ovunque, anche quando è minoranza. Difendere la libertà religiosa dei musulmani in Europa e tacere sistematicamente quando viene negata ai cristiani altrove sarebbe una contraddizione. Come sarebbe una contraddizione utilizzare le persecuzioni dei cristiani per giustificare discriminazioni contro musulmani che vivono pacificamente nelle nostre città.
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La tentazione delle parole protette
C’è poi un problema culturale ancora più sottile. Nelle società occidentali abbiamo sviluppato, una forte sensibilità verso il linguaggio utilizzato nei confronti delle minoranze. Ma una società pluralista deve stare attenta a non trasformare questa sensibilità in una graduatoria implicita del sacro: alcune convinzioni possono essere ridicolizzate senza particolari problemi, altre devono essere trattate con estrema cautela. Il criterio non può dipendere da quanto una religione sia culturalmente maggioritaria, minoritaria, antica o recente. E soprattutto non possiamo arrivare al paradosso per cui la critica feroce del cristianesimo sarebbe automaticamente libertà, mentre una critica altrettanto netta dell’Islam dovrebbe continuamente dimostrare di non essere odio. Non perché la prima debba essere vietata. Per il motivo opposto: entrambe devono poter esistere entro i limiti posti dalla tutela delle persone e dalla legge. Il Consiglio d’Europa stesso, mentre chiede interventi contro le manifestazioni più gravi del discorso d’odio, insiste sul fatto che tali misure debbano essere proporzionate e non possano essere utilizzate per sopprimere la critica delle convinzioni religiose. È esattamente il punto. Una democrazia non deve prometterci che ciò che consideriamo sacro non verrà mai contestato. Deve garantirci che noi non perderemo diritti perché lo consideriamo sacro.

Forse non sono le religioni ad avere la stessa dignità
Torniamo allora alla domanda dalla quale siamo partiti: tutte le religioni meritano lo stesso rispetto? Forse era posta male. Non sono le religioni ad avere tutte la stessa dignità. Sono le persone. Le religioni possono essere vere o false nelle loro singole affermazioni, possono contenere concezioni incompatibili tra loro, possono essere sottoposte al giudizio della ragione e, per il credente, della Rivelazione. Gli uomini, invece, non diventano più o meno degni in base alla religione che professano. Questa distinzione permette al cristiano di fare qualcosa che oggi sembra quasi contraddittorio: difendere con convinzione la libertà religiosa di un musulmano e, nello stesso momento, confessare che Gesù Cristo è «la via, la verità e la vita» (Gv 14,6). Permette anche di pretendere la stessa coerenza quando il bersaglio cambia. Se chiamiamo islamofobia l’ostilità verso una persona perché musulmana, dobbiamo essere capaci di riconoscere l’ostilità anticristiana quando una persona viene colpita perché cristiana. E se difendiamo il diritto di criticare il cattolicesimo, dobbiamo difendere anche il diritto di discutere criticamente l’Islam. Altrimenti utilizziamo due pesi e due misure. La questione, alla fine, non è costruire una competizione tra islamofobia e cattolicofobia. È molto più semplice: possiamo criticare le religioni senza disprezzare gli uomini? Una società realmente libera dovrebbe rispondere di sì. E anche un cristiano dovrebbe poterlo fare senza difficoltà. Perché la carità cristiana ci obbliga ad amare la persona che abbiamo davanti. Non ci obbliga a considerare vera ogni cosa in cui crede.
Rubrica a cura di Pietro Santoro
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