Donne, l'altro sguardo/16. Il ruolo della psicologa nell'affrontare la violenza

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Abbiamo accennato più volte in questa rubrica alle professioniste che operano nel Centro antiviolenza.
Oggi vogliamo approfondire in particolare il ruolo delle psicologhe che, come tutte le professioniste che affiancano le operatrici volontarie, devono essere iscritte all’Albo del proprio Ordine professionale.
Le opinioni e i commenti che abbiamo raccolto rispecchiano il pensiero del team.
Innanzitutto, che cosa significa per voi lavorare in un Centro antiviolenza?
Lavorare come psicologa in un centro antiviolenza significa incontrare persone e storie molto diverse tra loro. Significa ascoltare racconti spesso rimasti a lungo nel silenzio, segnati da paura, controllo, svalutazione e violenza. Ogni donna arriva con la propria esperienza e con tempi diversi, ed è proprio questa complessità a rendere il lavoro delicato e, allo stesso tempo, profondamente significativo.

Come avviene l’approccio con le donne che si rivolgono al Centro?
Il primo passo è creare uno spazio sicuro e non giudicante, nel quale la donna possa sentirsi accolta e libera di raccontarsi. Prima ancora di cercare soluzioni, è importante poter ascoltare e comprendere ciò che sta accadendo. La psicologa non decide al posto della donna quale strada intraprendere, ma la accompagna nel dare un significato alla propria esperienza e nel riconoscere progressivamente bisogni, risorse e possibilità.

Qual è il momento più importante nella relazione tra la professionista e la donna che chiede aiuto?
All'interno di questo percorso, un momento particolarmente significativo è quello della consapevolezza. Non sempre, infatti, la donna arriva al centro con una chiara percezione della violenza che sta vivendo. Può sapere di stare male, di sentirsi limitata o di non riconoscersi più nella propria vita, senza riuscire ancora a collegare queste sensazioni alle dinamiche della relazione. Attraverso l'ascolto e il confronto può iniziare a rileggere la propria storia, riconoscendo comportamenti di controllo, svalutazione, manipolazione e isolamento che nel tempo possono essere stati normalizzati. Dare un nome a ciò che è accaduto permette gradualmente di comprendere meglio la propria esperienza, i propri confini e i propri bisogni. La consapevolezza, però, non significa necessariamente arrivare subito a una decisione: significa innanzitutto poter guardare la propria situazione con maggiore chiarezza.

Quali difficoltà possono emergere in questo percorso?
Questo processo porta inevitabilmente a confrontarsi con il trauma, un ambito che ci appassiona particolarmente e al quale dedichiamo una parte significativa della nostra formazione professionale. La violenza può infatti lasciare conseguenze profonde anche dopo la fine dell'esperienza: paura, ipervigilanza, senso di colpa, vergogna, difficoltà a fidarsi e una compromissione dell'autostima. Comprendere questi meccanismi permette di leggere la sofferenza non come una debolezza della persona, ma come una possibile conseguenza di ciò che ha vissuto. Per questo il lavoro clinico richiede attenzione alla sicurezza, alla stabilizzazione emotiva e, quando possibile, alla graduale elaborazione dell'esperienza traumatica.
La complessità di queste situazioni rende indispensabile una formazione continua. La preparazione professionale non può considerarsi conclusa con il conseguimento del titolo, ma deve essere alimentata attraverso lo studio, l'aggiornamento sugli approcci clinici, l'approfondimento delle dinamiche della violenza di genere e della valutazione del rischio. Anche la supervisione assume un ruolo importante: permette di confrontarsi sulle situazioni più complesse, interrogarsi sulle proprie modalità di intervento e mantenere uno sguardo attento sia sulla persona seguita sia sul proprio lavoro.

Oltre alla formazione, che cosa vi aiuta in questo lavoro così delicato e complesso?
La complessità non riguarda soltanto il lavoro clinico, ma anche il modo in cui si costruisce la collaborazione con gli altri servizi. In un Centro antiviolenza non si lavora da soli: si entra in relazione con operatrici, assistenti sociali, avvocate, servizi sanitari e altre professionalità. La rete rappresenta una risorsa fondamentale, ma costruirla e mantenerla non è sempre semplice. Linguaggi professionali differenti, tempi diversi, difficoltà comunicative e punti di vista non sempre coincidenti possono rendere il confronto impegnativo. Per questo il lavoro di rete richiede disponibilità all'ascolto, chiarezza dei ruoli e capacità di trovare una direzione condivisa, mantenendo sempre al centro la sicurezza e i bisogni della donna.
È un lavoro che può coinvolgere profondamente anche la professionista. Ascoltare storie di violenza richiede la capacità di riconoscere ciò che queste esperienze suscitano, mantenendo al tempo stesso la necessaria posizione professionale. Il confronto con l'équipe, la supervisione e la formazione diventano quindi non solo strumenti di crescita, ma anche elementi fondamentali per prendersi cura della qualità del proprio lavoro.
Quello che questo lavoro ci ha insegnato è che non esistono percorsi prestabiliti. Ogni donna porta con sé una storia unica e chiede di essere incontrata nella sua specificità. Per questo, lavorare in un centro antiviolenza significa continuare a mettersi in discussione, ad ascoltare e a formarsi, mantenendo uno sguardo attento alla persona e alla complessità della sua esperienza. È un lavoro impegnativo, ma profondamente significativo proprio perché richiede di unire competenza professionale, responsabilità e umanità.

Qual è l’aspetto fondamentale del percorso nei confronti di chi chiede aiuto?
In tutto questo percorso rimane fondamentale il rispetto dell'autodeterminazione. Una donna che ha vissuto a lungo una situazione di controllo può avere bisogno di tempo per recuperare la fiducia nelle proprie capacità decisionali. Possono esserci passi avanti, ripensamenti, momenti di forza e momenti di difficoltà. Il compito della psicologa è poter stare anche dentro questa ambivalenza, senza giudicare e senza sostituirsi alla persona nelle sue scelte.
In collaborazione con L’altra metà del cielo. Telefono Donna-Merate
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