Merate: con “Ora Basta” il senso delle parole illustrato da tre relatrici d’esperienza
Le parole sono neutre? No, le parole contano. E ognuno di noi nel farne un uso consapevole può dare il proprio contributo.
Questo in estrema sintesi il messaggio che Ora Basta ha voluto lanciare con il secondo appuntamento in vista della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne svoltosi giovedì sera in auditorium.

A dibattere sul tema erano presenti tre relatrici: la linguista Vera Gheno, la scrittrice Giulia Blasi e la storica di diritto penale Loredana Garlati. A coordinare gli interventi Tullia Sbarrato, ricercatrice presso la sede meratese dell’Osservatorio astronomico di Brera.
La serata era infatti organizzata dalla rete di associazioni del territorio Ora Basta in collaborazione con il gruppo Dea (Diversità, Equità, Accessibilità) dell’Inaf.
“Da dieci anni Ora Basta propone eventi di alto livello per stimolare il dibattito culturale”, ha dichiarato l’assessora Patrizia Riva presente all’iniziativa. “Come amministrazione condividiamo i vostri obiettivi, insieme possiamo ottenere risultati importanti”.

La prima domanda rivolta dalla coordinatrice a Vera Gheno ha permesso poi di entrare subito nel vivo del tema proposto: “La parola descrive semplicemente il mondo o lo crea?”.
“Entrambe le cose”, ha risposto la linguista. “La parola rende visibile ciò che si nomina e ogni società nomina ciò che ritiene utile. Ma non fa solo questo, perché la parola rende anche trasportabili le informazioni e quindi ciò che viene nominato non solo è visibile in un momento dato ma rimane anche visibile nel tempo”.
C’è poi un altro aspetto importante che Gheno ha sottolineato, ovvero che “la parola non è mai innocente, rispecchia sempre un punto di vista. Per esempio, alcuni termini come nero con la g o il sinonimo di rom che inizia con la z oggi hanno assunto una valenza razzista”.

Il discorso si è poi ampliato con l’intervento di Giulia Blasi che si è invece concentrata sul termine “grasso” per dimostrare comezle parole debbano essere contestualizzate.
“Nella società attuale questo aggettivo viene collegato a qualità morali considerate inferiori come pigrizia, ingordigia e trascuratezza. E quando diciamo a qualcuno ‘ti vedo ingrassato’ o ‘sei dimagrito’ non è perché ci interessiamo alla sua salute ma perché vogliamo regolare i corpi degli altri”.
Con un articolato intervento la giurista Loredana Garlati ha invece ripercorso le tappe che storicamente hanno contribuito un passo alla volta a sdoganare la parola “violenza” nei casi in cui questa viene esercitata sul genere femminile.
La giurista ha ricordato che solo nel 1956 è stato abolito lo ius corrigendi, ovvero il potere di correzione che il marito aveva sulla moglie utilizzando anche la violenza purché in modica quantità (“vis modica”).
Ma abbiamo dovuto aspettare il 1981 perché uscisse dal codice penale il delitto d’onore insieme al matrimonio riparatore. Questo grazie anche a donne coraggiose come Franca Viola che sul finire degli anni Sessanta in un paese del profondo Sud si era rifiutata di sposare l’uomo che l’aveva rapita e violentata.
Un’altra tappa importante è stata nel 1996 la classificazione dello stupro come reato contro la persona e non più come reato contro la morale e l’introduzione nel 2025 del reato di femminicidio.
“I femminicidi non sono solo numeri, dietro ognuno c’è una storia”, ha sottolineato Garlati.
“Chi li compie vuole cancellare le donne perché non le riconosce come persone”.
La giurista ha poi concluso il suo intervento con la lettura della poesia dell’attivista peruviana Cristina Torres Càceres che si era diffusa in modo virale dopo l’uccisione di Giulia Cecchettin.
Un momento di grande commozione che ha spinto la coordinatrice a chiedere alle tre esperte che cosa si possa fare per reagire e se esiste la speranza di un cambiamento.

“La società tende a convincerci che siamo soli sia nel successo che nel fallimento, ma così non riconosciamo le cause sistemiche di quello che accade”, ha risposto Vera Gheno. “Per esempio nel femminicidio la causa sistemica è che condividiamo una cultura fortemente patriarcale. Dobbiamo dare gli strumenti per capire come alcune narrazioni ci manipolano, sta a noi rigettarle o almeno metterle in dubbio. E poi l’uso delle parole: è diverso parlare di ‘gestazione per altri’ invece che di ‘utero in affitto’, per esempio. L’istituzione scolastica potrebbe fare di più in questo senso”.
I social network possono essere utilizzati in modo positivo, ma a creare problemi spesso sono gli algoritmi che vengono utilizzati.
Giulia Blasi, dopo aver ricordato gli effetti dirompenti dell’hastag #metoo negli Stati Uniti e di quello che l’aveva preceduto in Italia #quellavoltache, ha detto che l’algoritmo di Tik tok propone agli utenti giovani di genere maschile molti contenuti antifemministi.
“Bisogna fare politica, ma non solo quando si vota”, ha esortato Blasi. “Andare nelle sezioni e nei circoli o fondarli se non ci sono”.
“Ma non tutti se la sentono e comunque ogni atto è politico”, ha commentato Loredana Garlati. “Dobbiamo avere un maggior senso di cittadinanza. E le cose che vogliamo le vogliamo non solo per noi ma per tutti. Perché, per esempio, è dimostrato che se le donne lavorano è l’economia nel suo complesso che ne beneficia”.
Questo in estrema sintesi il messaggio che Ora Basta ha voluto lanciare con il secondo appuntamento in vista della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne svoltosi giovedì sera in auditorium.

A dibattere sul tema erano presenti tre relatrici: la linguista Vera Gheno, la scrittrice Giulia Blasi e la storica di diritto penale Loredana Garlati. A coordinare gli interventi Tullia Sbarrato, ricercatrice presso la sede meratese dell’Osservatorio astronomico di Brera.
La serata era infatti organizzata dalla rete di associazioni del territorio Ora Basta in collaborazione con il gruppo Dea (Diversità, Equità, Accessibilità) dell’Inaf.
“Da dieci anni Ora Basta propone eventi di alto livello per stimolare il dibattito culturale”, ha dichiarato l’assessora Patrizia Riva presente all’iniziativa. “Come amministrazione condividiamo i vostri obiettivi, insieme possiamo ottenere risultati importanti”.

Loredana Garlati, Vera Gheno, Giulia Blasi, Tullia Sbarrato
La prima domanda rivolta dalla coordinatrice a Vera Gheno ha permesso poi di entrare subito nel vivo del tema proposto: “La parola descrive semplicemente il mondo o lo crea?”.
“Entrambe le cose”, ha risposto la linguista. “La parola rende visibile ciò che si nomina e ogni società nomina ciò che ritiene utile. Ma non fa solo questo, perché la parola rende anche trasportabili le informazioni e quindi ciò che viene nominato non solo è visibile in un momento dato ma rimane anche visibile nel tempo”.
C’è poi un altro aspetto importante che Gheno ha sottolineato, ovvero che “la parola non è mai innocente, rispecchia sempre un punto di vista. Per esempio, alcuni termini come nero con la g o il sinonimo di rom che inizia con la z oggi hanno assunto una valenza razzista”.

Il discorso si è poi ampliato con l’intervento di Giulia Blasi che si è invece concentrata sul termine “grasso” per dimostrare comezle parole debbano essere contestualizzate.
“Nella società attuale questo aggettivo viene collegato a qualità morali considerate inferiori come pigrizia, ingordigia e trascuratezza. E quando diciamo a qualcuno ‘ti vedo ingrassato’ o ‘sei dimagrito’ non è perché ci interessiamo alla sua salute ma perché vogliamo regolare i corpi degli altri”.
Con un articolato intervento la giurista Loredana Garlati ha invece ripercorso le tappe che storicamente hanno contribuito un passo alla volta a sdoganare la parola “violenza” nei casi in cui questa viene esercitata sul genere femminile.
La giurista ha ricordato che solo nel 1956 è stato abolito lo ius corrigendi, ovvero il potere di correzione che il marito aveva sulla moglie utilizzando anche la violenza purché in modica quantità (“vis modica”).
Ma abbiamo dovuto aspettare il 1981 perché uscisse dal codice penale il delitto d’onore insieme al matrimonio riparatore. Questo grazie anche a donne coraggiose come Franca Viola che sul finire degli anni Sessanta in un paese del profondo Sud si era rifiutata di sposare l’uomo che l’aveva rapita e violentata.
Un’altra tappa importante è stata nel 1996 la classificazione dello stupro come reato contro la persona e non più come reato contro la morale e l’introduzione nel 2025 del reato di femminicidio.
“I femminicidi non sono solo numeri, dietro ognuno c’è una storia”, ha sottolineato Garlati.
“Chi li compie vuole cancellare le donne perché non le riconosce come persone”.
La giurista ha poi concluso il suo intervento con la lettura della poesia dell’attivista peruviana Cristina Torres Càceres che si era diffusa in modo virale dopo l’uccisione di Giulia Cecchettin.
Un momento di grande commozione che ha spinto la coordinatrice a chiedere alle tre esperte che cosa si possa fare per reagire e se esiste la speranza di un cambiamento.

“La società tende a convincerci che siamo soli sia nel successo che nel fallimento, ma così non riconosciamo le cause sistemiche di quello che accade”, ha risposto Vera Gheno. “Per esempio nel femminicidio la causa sistemica è che condividiamo una cultura fortemente patriarcale. Dobbiamo dare gli strumenti per capire come alcune narrazioni ci manipolano, sta a noi rigettarle o almeno metterle in dubbio. E poi l’uso delle parole: è diverso parlare di ‘gestazione per altri’ invece che di ‘utero in affitto’, per esempio. L’istituzione scolastica potrebbe fare di più in questo senso”.
I social network possono essere utilizzati in modo positivo, ma a creare problemi spesso sono gli algoritmi che vengono utilizzati.
Giulia Blasi, dopo aver ricordato gli effetti dirompenti dell’hastag #metoo negli Stati Uniti e di quello che l’aveva preceduto in Italia #quellavoltache, ha detto che l’algoritmo di Tik tok propone agli utenti giovani di genere maschile molti contenuti antifemministi.
“Bisogna fare politica, ma non solo quando si vota”, ha esortato Blasi. “Andare nelle sezioni e nei circoli o fondarli se non ci sono”.
“Ma non tutti se la sentono e comunque ogni atto è politico”, ha commentato Loredana Garlati. “Dobbiamo avere un maggior senso di cittadinanza. E le cose che vogliamo le vogliamo non solo per noi ma per tutti. Perché, per esempio, è dimostrato che se le donne lavorano è l’economia nel suo complesso che ne beneficia”.
A.Vi.
























