Osnago: inaugurata la mostra di Laura Gerlini
Venerdì 9 ottobre alle 18:30 si è svolta l'inaugurazione della mostra dell'artista Laura Beatrice Gerlini dal titolo "Quello che ho scelto di guardare".
Di seguito, il testo critico di Massimo Gianquitto - presentatore della mostra, architetto e saggista, autorevole interprete della cultura del design italiano. Da sempre interpreta l’arte come un viaggio e un dialogo aperto, guidato dalla ricerca della bellezza e delle più autentiche espressioni della creatività contemporanea.
La mostra
Il titolo di questa mostra, "Quello che ho scelto di guardare", contiene una tensione essenziale: il guardare è presentato come un atto di scelta, non come una semplice registrazione del visibile. E tuttavia, ciò che emerge dalle opere di Laura Gerlini appartiene già a una dimensione ulteriore: quella del vedere. Prima di entrare nel percorso espositivo è utile soffermarsi su questa differenza, che non riguarda soltanto il linguaggio, ma il nostro modo di entrare in relazione con il mondo.
Guardare significa rivolgere l'attenzione verso qualcosa. È un gesto immediato, il primo contatto tra lo sguardo e la realtà. Vedere, invece, implica un passaggio ulteriore: significa riconoscere, interpretare, attribuire senso. Se il guardare si consuma nell'istante, il vedere si costruisce nel tempo.
Il guardare registra ciò che appare; il vedere si interroga su ciò che appare. Il primo individua una forma, una luce, una presenza; il secondo ne coglie le risonanze, le relazioni, i significati. È qui che intervengono la memoria, l'esperienza, la sensibilità e la cultura dello sguardo.
Nella pittura di Laura Gerlini questo passaggio è fondamentale. L'artista non si limita a osservare il mondo che la circonda: seleziona frammenti di realtà che, per ragioni spesso sottili e difficilmente spiegabili, trattengono il suo sguardo. Un riflesso inatteso, una variazione luminosa, la qualità di una superficie, l'atmosfera di un luogo. Ciò che viene dipinto non è quindi ciò che è stato semplicemente guardato, ma ciò che è stato realmente visto.
La soglia tra guardare e vedere si manifesta nel momento in cui ciò che osserviamo smette di essere un dato e diventa un segno. È l'istante in cui l'occhio non si limita più a ricevere, ma comincia a pensare. Ogni visione genera allora una relazione, e ogni relazione contiene una possibilità narrativa.
Le opere raccolte in questa mostra nascono proprio da questo processo.
Non rappresentano soltanto ciò che l'artista ha incontrato nel mondo, ma ciò che il mondo ha lasciato in lei. Sono il risultato di uno sguardo che sceglie, trattiene, interpreta e infine trasforma l'esperienza visiva in immagine pittorica.
Temi e coerenza dello sguardo
La varietà dei temi che attraversano la sua produzione — la natura, l’acqua e i suoi riflessi, le ninfee, la figura umana, i luoghi di viaggio — non è dispersione, ma coerenza. La coerenza non risiede nel soggetto, ma nel modo di vederlo. Ogni opera nasce da ciò che decide di rimanere nel suo sguardo: un’emozione, un’attrazione improvvisa, una vibrazione che chiede di essere tradotta in immagine.
Particolare attenzione è rivolta ai luoghi che custodiscono una dimensione storica, simbolica o spirituale. La Sacra di San Michele, ad esempio, non è soltanto un'architettura da rappresentare, ma una presenza carica di memoria e significati. Guardarla significa riconoscerne la forma; vederla significa coglierne la stratificazione, percepire il dialogo fra pietra, tempo e mito. In questo passaggio dall'apparenza alla profondità si manifesta uno degli aspetti più significativi della ricerca di Gerlini.
A questa attitudine si lega il suo interesse per la cultura giapponese e, in particolare, per il concetto di Ma, inteso come spazio dell'intervallo, luogo di relazione tra pieno e vuoto, tra presenza e assenza. Il Ma rappresenta una forma raffinata del vedere, poiché invita a percepire non soltanto ciò che è presente, ma anche ciò che rimane implicito. Nella sua pittura, infatti, ciò che non viene rappresentato assume un ruolo altrettanto importante di ciò che appare. Il fondo non è mai un semplice sfondo, ma uno spazio di emersione e di memoria, una soglia che permette alle immagini di respirare e di entrare in relazione con ciò che le circonda.
Anche il rapporto con l'errore nasce da questa concezione aperta e dinamica della visione. Laura Gerlini non tende a cancellare ciò che considera imperfetto; preferisce conservarlo, attenuarlo, integrarlo nel processo creativo. L'errore non è un ostacolo da eliminare, ma una possibilità da accogliere. Ogni strato conserva tracce di quello precedente e contribuisce alla costruzione dell'immagine finale. La pittura si configura così come un processo di sedimentazione, nel quale il vedere si sviluppa nel tempo e si arricchisce attraverso successive trasformazioni.
Non sorprende, allora, che la costellazione di artisti che hanno accompagnato la sua formazione comprenda figure come Nicolas de Staël, Mark Rothko, Claude Monet, Leonardo da Vinci e Caravaggio. Pur appartenendo a epoche e linguaggi differenti, questi maestri condividono una qualità essenziale: la capacità di reinventare la realtà attraverso lo sguardo. Nella loro opera la materia diventa percezione, il colore si trasforma in spazio mentale, la luce acquisisce una dimensione temporale, mentre ombre e figure rivelano aspetti inattesi dell'esperienza umana.
Accanto alle tecniche tradizionali, Gerlini esplora anche le possibilità offerte dall'arte digitale, riconoscendola come uno strumento capace di interpretare la sensibilità contemporanea. Tuttavia, il centro della sua ricerca rimane la pittura, con la sua dimensione fisica e la presenza concreta del gesto. Se il digitale amplia il campo del guardare, la pittura continua ad approfondire l'esperienza del vedere. È in questa tensione tra immediatezza e riflessione, tra superficie e profondità, che si colloca il nucleo della sua poetica: un invito a sostare nell'immagine abbastanza a lungo da permetterle di rivelare ciò che, a una prima occhiata, resta invisibile.
"Alla fine, ciò che unisce soggetti così diversi è proprio il suo modo di guardare. Non tutto ciò che vede viene rappresentato: solo ciò che la colpisce, ciò che la emoziona, ciò che decide di rimanere nel suo sguardo. È in questa scelta — intima, selettiva, emotiva — che la pittura comincia. Ed è in questa soglia tra guardare e vedere che la sua opera trova il proprio senso" conclude Gianquitto.
La mostra sarà visitabile sabato 10 e domenica 11 ottobre dalle 10:00 alle 12:30 e dalle 16:00 alle 19:00, sabato 17 ottobre dalle 16:00 alle 19:00 e domenica 18 ottobre dalle 10:00 alle 12:00 e dalle 16:00 alle 19:00

Da sinistra: Massimo Gianquitto, Laura Gerlini e Paolo Strina
Di seguito, il testo critico di Massimo Gianquitto - presentatore della mostra, architetto e saggista, autorevole interprete della cultura del design italiano. Da sempre interpreta l’arte come un viaggio e un dialogo aperto, guidato dalla ricerca della bellezza e delle più autentiche espressioni della creatività contemporanea.

Il titolo di questa mostra, "Quello che ho scelto di guardare", contiene una tensione essenziale: il guardare è presentato come un atto di scelta, non come una semplice registrazione del visibile. E tuttavia, ciò che emerge dalle opere di Laura Gerlini appartiene già a una dimensione ulteriore: quella del vedere. Prima di entrare nel percorso espositivo è utile soffermarsi su questa differenza, che non riguarda soltanto il linguaggio, ma il nostro modo di entrare in relazione con il mondo.
Guardare significa rivolgere l'attenzione verso qualcosa. È un gesto immediato, il primo contatto tra lo sguardo e la realtà. Vedere, invece, implica un passaggio ulteriore: significa riconoscere, interpretare, attribuire senso. Se il guardare si consuma nell'istante, il vedere si costruisce nel tempo.
Il guardare registra ciò che appare; il vedere si interroga su ciò che appare. Il primo individua una forma, una luce, una presenza; il secondo ne coglie le risonanze, le relazioni, i significati. È qui che intervengono la memoria, l'esperienza, la sensibilità e la cultura dello sguardo.
Nella pittura di Laura Gerlini questo passaggio è fondamentale. L'artista non si limita a osservare il mondo che la circonda: seleziona frammenti di realtà che, per ragioni spesso sottili e difficilmente spiegabili, trattengono il suo sguardo. Un riflesso inatteso, una variazione luminosa, la qualità di una superficie, l'atmosfera di un luogo. Ciò che viene dipinto non è quindi ciò che è stato semplicemente guardato, ma ciò che è stato realmente visto.
La soglia tra guardare e vedere si manifesta nel momento in cui ciò che osserviamo smette di essere un dato e diventa un segno. È l'istante in cui l'occhio non si limita più a ricevere, ma comincia a pensare. Ogni visione genera allora una relazione, e ogni relazione contiene una possibilità narrativa.
Le opere raccolte in questa mostra nascono proprio da questo processo.
Non rappresentano soltanto ciò che l'artista ha incontrato nel mondo, ma ciò che il mondo ha lasciato in lei. Sono il risultato di uno sguardo che sceglie, trattiene, interpreta e infine trasforma l'esperienza visiva in immagine pittorica.

La varietà dei temi che attraversano la sua produzione — la natura, l’acqua e i suoi riflessi, le ninfee, la figura umana, i luoghi di viaggio — non è dispersione, ma coerenza. La coerenza non risiede nel soggetto, ma nel modo di vederlo. Ogni opera nasce da ciò che decide di rimanere nel suo sguardo: un’emozione, un’attrazione improvvisa, una vibrazione che chiede di essere tradotta in immagine.
Particolare attenzione è rivolta ai luoghi che custodiscono una dimensione storica, simbolica o spirituale. La Sacra di San Michele, ad esempio, non è soltanto un'architettura da rappresentare, ma una presenza carica di memoria e significati. Guardarla significa riconoscerne la forma; vederla significa coglierne la stratificazione, percepire il dialogo fra pietra, tempo e mito. In questo passaggio dall'apparenza alla profondità si manifesta uno degli aspetti più significativi della ricerca di Gerlini.
A questa attitudine si lega il suo interesse per la cultura giapponese e, in particolare, per il concetto di Ma, inteso come spazio dell'intervallo, luogo di relazione tra pieno e vuoto, tra presenza e assenza. Il Ma rappresenta una forma raffinata del vedere, poiché invita a percepire non soltanto ciò che è presente, ma anche ciò che rimane implicito. Nella sua pittura, infatti, ciò che non viene rappresentato assume un ruolo altrettanto importante di ciò che appare. Il fondo non è mai un semplice sfondo, ma uno spazio di emersione e di memoria, una soglia che permette alle immagini di respirare e di entrare in relazione con ciò che le circonda.
Anche il rapporto con l'errore nasce da questa concezione aperta e dinamica della visione. Laura Gerlini non tende a cancellare ciò che considera imperfetto; preferisce conservarlo, attenuarlo, integrarlo nel processo creativo. L'errore non è un ostacolo da eliminare, ma una possibilità da accogliere. Ogni strato conserva tracce di quello precedente e contribuisce alla costruzione dell'immagine finale. La pittura si configura così come un processo di sedimentazione, nel quale il vedere si sviluppa nel tempo e si arricchisce attraverso successive trasformazioni.
Non sorprende, allora, che la costellazione di artisti che hanno accompagnato la sua formazione comprenda figure come Nicolas de Staël, Mark Rothko, Claude Monet, Leonardo da Vinci e Caravaggio. Pur appartenendo a epoche e linguaggi differenti, questi maestri condividono una qualità essenziale: la capacità di reinventare la realtà attraverso lo sguardo. Nella loro opera la materia diventa percezione, il colore si trasforma in spazio mentale, la luce acquisisce una dimensione temporale, mentre ombre e figure rivelano aspetti inattesi dell'esperienza umana.
Accanto alle tecniche tradizionali, Gerlini esplora anche le possibilità offerte dall'arte digitale, riconoscendola come uno strumento capace di interpretare la sensibilità contemporanea. Tuttavia, il centro della sua ricerca rimane la pittura, con la sua dimensione fisica e la presenza concreta del gesto. Se il digitale amplia il campo del guardare, la pittura continua ad approfondire l'esperienza del vedere. È in questa tensione tra immediatezza e riflessione, tra superficie e profondità, che si colloca il nucleo della sua poetica: un invito a sostare nell'immagine abbastanza a lungo da permetterle di rivelare ciò che, a una prima occhiata, resta invisibile.

"Alla fine, ciò che unisce soggetti così diversi è proprio il suo modo di guardare. Non tutto ciò che vede viene rappresentato: solo ciò che la colpisce, ciò che la emoziona, ciò che decide di rimanere nel suo sguardo. È in questa scelta — intima, selettiva, emotiva — che la pittura comincia. Ed è in questa soglia tra guardare e vedere che la sua opera trova il proprio senso" conclude Gianquitto.

























