La politica contemporanea soffre di un’arroganza strutturale

La politica contemporanea soffre di un’arroganza strutturale. Non è soltanto il tono di certi leader, né quell’atteggiamento da “noi sappiamo meglio di voi”. È qualcosa di più profondo: la convinzione che il potere legittimi automaticamente la competenza e che chi occupa un ufficio pubblico abbia, per il solo fatto di trovarsi lì, il diritto di decidere sulla vita degli altri senza pagare direttamente il prezzo delle proprie decisioni.
 
Il problema più grave non è l’errore. L’errore è umano e chi amministra, inevitabilmente, può sbagliare. Il vero problema è la distanza.
 
Troppi politici finiscono per vivere in una bolla fatta di procedure, comunicati, indagini di opinione, riunioni infinite e linguaggio burocratico. Ci si rifugia dietro i “tavoli tecnici”, le commissioni, le cabine di regia e formule che spesso sembrano costruite apposta per non dire chiaramente chi decide, cosa decide e chi risponde dei risultati.
 
Quando qualcosa non funziona, la risposta è troppo spesso la stessa: un’altra legge, un altro fondo, un’altra commissione, un altro commissario, un altro annuncio.
 
Molte volte si interviene sulla rappresentazione del problema prima ancora che sul problema stesso. Si comunica la soluzione prima di averla realizzata. Si agisce per dimostrare che si sta facendo qualcosa, mentre ai cittadini interessa soprattutto una cosa molto più semplice: che quel qualcosa funzioni.
 
Questa distanza produce almeno tre effetti tossici.
 
1. Irresponsabilità.
Chi decide raramente paga in prima persona le conseguenze di una decisione sbagliata. Se una riforma fallisce, se un progetto accumula ritardi o se un servizio peggiora, spesso si cambia incarico, si attribuiscono le responsabilità a chi c’era prima, alla burocrazia, alla mancanza di risorse o a un altro livello istituzionale. Nel frattempo, però, il costo concreto ricade sui cittadini, sulle imprese e, molto spesso, sulle generazioni successive.
 
2. Semplificazione ideologica.
La realtà è complessa. La politica, invece, preferisce spesso narrazioni semplici e polarizzanti perché funzionano meglio nei talk show, sui social e nelle campagne elettorali. È più facile indicare un colpevole che spiegare un problema. È più conveniente accusare “l’avversario” che riconoscere che certe questioni richiedono tempo, competenza, continuità e talvolta decisioni difficili e impopolari.
 
3. Perdita di autorità morale.
Quando la politica appare contemporaneamente distante, arrogante e inefficace, una parte dei cittadini smette di crederle. Non è necessariamente antipolitica e non è sempre semplice cinismo. Può essere la conseguenza di una fiducia consumata lentamente, promessa dopo promessa, annuncio dopo annuncio.
 
E a quel punto accade qualcosa di pericoloso: il cittadino si stanca.
 
Una parte si ritira nel silenzio e non va più a votare, convinta che “tanto sia tutto uguale”.
 
Un’altra parte trasforma la frustrazione in protesta e, nei casi più estremi, persino in comportamenti distruttivi. Questo non rende accettabile la violenza o il vandalismo, ma dovrebbe obbligare la politica a interrogarsi sulle ragioni profonde della perdita di fiducia nelle istituzioni e nei normali strumenti democratici di partecipazione.
 
In entrambi i casi la democrazia si impoverisce: meno partecipazione, più rabbia, meno fiducia e una distanza sempre maggiore tra amministratori e amministrati.
 
E non serve andare molto lontano per osservare alcuni dei meccanismi che alimentano questa distanza. Bastano esempi concreti presi dal nostro territorio.
 
A Lecco, la vicenda dei cantieri scolastici Bertacchi–De Amicis ha mostrato quanto possa pesare la distanza tra programmazione amministrativa e conseguenze concrete. Nel 2026 è esplosa la polemica sui tempi dei lavori e sulla disponibilità degli spazi necessari per l’avvio dell’anno scolastico. Nel dibattito è riemersa una lettera del sindaco di Lecco dell’ottobre 2025 che richiamava un cronoprogramma con la conclusione del cantiere De Amicis prevista entro il 30 novembre 2026. Da qui la contestazione politica rivolta alla Provincia: se quei tempi erano conosciuti da mesi, perché arrivare a ridosso dell’anno scolastico alla ricerca di soluzioni alternative per gli studenti?
 
Al di là dello scontro tra amministrazioni e delle rispettive responsabilità, resta una questione molto concreta: quando programmazione, comunicazione e realtà non procedono insieme, l’incertezza non rimane chiusa negli uffici. Ricade sulle famiglie, sugli studenti e sulla scuola.
 
A Cernusco Lombardone, il caso della Polizia Locale è forse ancora più emblematico. Un servizio essenziale è arrivato a una situazione di forte sofferenza: da un organico di tre agenti il Comune si è ritrovato, nel giro di relativamente poco tempo, con una presenza drasticamente ridotta, tra dimissioni, cambiamenti nelle convenzioni e personale disponibile a orario ridotto. Non stiamo parlando di un servizio accessorio, ma della Polizia Locale: controllo del territorio, sicurezza stradale, viabilità, vigilanza e presenza quotidiana a contatto con i cittadini.
 
È vero che successivamente l’amministrazione è intervenuta ricostituendo e potenziando l’organico. Ma proprio questo rende inevitabile una domanda: era davvero necessario arrivare a quel punto prima di intervenire?
 
Perché amministrare non significa soltanto correre ai ripari quando un problema è ormai evidente. Significa soprattutto prevederlo, organizzarsi e garantire, per quanto possibile, la continuità dei servizi essenziali.
 
Il fatto che oggi la situazione sia migliorata non cancella ciò che è accaduto prima. Anzi, rende ancora più importante capire perché si sia dovuti passare attraverso una fase tanto critica. Quando un servizio pubblico si indebolisce progressivamente, la politica non può limitarsi a raccontare ciò che farà dopo: deve anche spiegare come si sia arrivati fin lì e rispondere delle decisioni che erano di sua competenza.
 
Ed è proprio qui che emerge quella distanza di cui stiamo parlando. Per il cittadino il problema non è soltanto il comunicato che annuncia una nuova assunzione. È anche il periodo precedente, quello nel quale il servizio era ridotto e la presenza sul territorio fortemente limitata.
 
Il rischio, altrimenti, è un paradosso: prima si arriva a una situazione di evidente difficoltà e poi si presenta come risultato politico il ritorno a una condizione di normalità. Ma la buona amministrazione non dovrebbe essere giudicata soltanto dalla capacità di risolvere le emergenze. Dovrebbe essere giudicata anche dalla capacità di prevenirle.
 
A Montevecchia, una mamma, insieme ad altri genitori, aveva attaccato alla rete di un cantiere i disegni dei bambini che protestavano contro la realizzazione di un anfiteatro nel parco, opera contestata da una parte della cittadinanza perché ritenuta inutile o dannosa. La vicenda arrivò fino a una sanzione per affissione non autorizzata e alimentò una forte protesta.
 
Successivamente l’amministrazione fece marcia indietro sul progetto.
 
È un episodio significativo proprio per la sproporzione percepita tra un gesto di protesta pacifica e la risposta amministrativa. Di fronte a cittadini che manifestano civilmente il proprio dissenso, un’amministrazione può naturalmente far rispettare le regole. Ma dovrebbe anche domandarsi se applicare una procedura sia sempre la risposta politicamente più intelligente.
 
Perché quando davanti al dissenso il cittadino incontra prima una sanzione che un confronto, la sensazione di distanza dalle istituzioni inevitabilmente aumenta.
 
A Olgiate Molgora, come documentato a più riprese dalla stampa locale, l’amministrazione ha conosciuto un turnover particolarmente elevato dei segretari comunali: sei in cinque anni. L’uscita dell’ultimo segretario è stata accompagnata anche da una nota negativa indirizzata al Prefetto.
 
Naturalmente il semplice avvicendamento dei funzionari non basta, da solo, a dimostrare una cattiva amministrazione. Ma sei segretari in cinque anni non sono nemmeno un dato che possa essere liquidato con indifferenza.
 
Quando il ricambio diventa così frequente è legittimo interrogarsi sul funzionamento della macchina comunale, sulla continuità amministrativa, sui rapporti interni e sulla capacità di conservare competenze ed esperienza.
 
Perché un’amministrazione che fatica a garantire stabilità al proprio interno rischia inevitabilmente di incontrare maggiori difficoltà nel garantire continuità all’esterno.
 
Questi esempi non servono a costruire una lista di “cattivi sindaci” o di amministratori incapaci. Sarebbe troppo facile e sarebbe esattamente quella semplificazione che si sta criticando.
 
Servono, invece, a porre una domanda più seria: quanto è diventata grande la distanza tra il modo in cui la politica vede se stessa e il modo in cui i cittadini sperimentano concretamente le conseguenze delle sue decisioni?
 
La politica dovrebbe riflettere su questo punto con maggiore umiltà.
 
Umiltà non significa debolezza. Non significa rinunciare a decidere e nemmeno assecondare qualsiasi protesta. Governare significa anche assumersi la responsabilità di prendere decisioni impopolari quando sono necessarie.
 
Umiltà significa qualcosa di diverso: riconoscere i limiti del potere, ascoltare prima di rispondere, spiegare le decisioni, ammettere gli errori quando vengono commessi e, soprattutto, accettare di essere giudicati sui risultati.
 
Significa capire che non tutto può essere risolto con un decreto, una delibera, una multa, un comunicato stampa o un nuovo tavolo tecnico.
 
Una politica meno arrogante sarebbe più sobria nel linguaggio e più rigorosa nei fatti. Prometterebbe meno e rendicontarebbe di più. Avrebbe il coraggio di dire “non lo sappiamo ancora” oppure “abbiamo sbagliato” quando necessario, invece di trasformare ogni difficoltà in un esercizio di comunicazione.
 
Sarebbe soprattutto una politica capace di uscire dagli uffici e tornare a misurarsi con la realtà quotidiana delle persone.
 
Perché chi governa non dovrebbe chiedersi soltanto se una procedura è formalmente corretta.
 
Dovrebbe chiedersi se funziona.
 
Non soltanto se un progetto è stato approvato.
 
Ma se serve.
 
Non soltanto se esistono i fondi.
 
Ma se vengono spesi bene.
 
Non soltanto se una decisione può essere presa.
 
Ma quali conseguenze produrrà su chi quella decisione dovrà viverla ogni giorno.
 
È qui che si misura la qualità della politica.
 
E soprattutto è qui che dovrebbe tornare un principio ormai troppo spesso dimenticato: chi esercita il potere deve rispondere delle conseguenze delle proprie decisioni.
 
Non basta rispettare formalmente una procedura per aver amministrato bene. Non basta approvare una delibera per aver risolto un problema. Non basta trovare una soluzione dopo che la situazione è precipitata per cancellare le responsabilità precedenti.
 
Governare significa prevedere, scegliere, spiegare e rispondere.
 
L’arroganza, allora, non è soltanto un difetto caratteriale di alcuni politici. Il rischio è che diventi un modo di funzionare delle istituzioni: difendere la procedura invece del risultato, l’immagine invece della sostanza, la posizione invece della responsabilità.
 
E quando questo accade troppo a lungo, il prezzo non lo paga soltanto chi governa.
 
Lo paga la democrazia.
 
Lo paga attraverso l’astensionismo, la sfiducia, il disinteresse e la rabbia di cittadini che smettono progressivamente di sentirsi rappresentati.
 
La politica dovrebbe quindi riflettere.
 
Ma riflettere non basta.
 
Dovrebbe tornare ad ascoltare, assumersi responsabilità precise, misurare i risultati e avere il coraggio di riconoscere i propri errori.
 
Perché il potere non rende automaticamente competenti.
 
E soprattutto non rende automaticamente giusti.
 
Il potere, in una democrazia, non è un privilegio. È una responsabilità temporaneamente affidata dai cittadini. E chi la esercita dovrebbe ricordarselo ogni giorno.
 
Cesare
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