Osnago: Felik, il libro di Motta tra miti e mistero in alta quota

Un viaggio ad alta quota dove la ricerca di una città perduta si trasforma in un’indagine interiore sulla felicità e sul tempo che passa. È questo il cuore di “Felik”, il nuovo libro di Stefano Motta pubblicato dal CAI, presentato venerdì 2 settembre al centro parrocchiale di Osnago nell'ambito della rassegna "I caffè del venerdì". A introdurre la serata è stato Canzio Dusi, dando il via a un racconto coinvolgente che intreccia letteratura, leggende e passione per la montagna.
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Il romanzo prende le mosse tra le aule universitarie, dove un vecchio docente di fotografia alle soglie della pensione decide di mettersi sulle tracce di Felik, una leggendaria città nascosta alle pendici del Monte Rosa. La sua improvvisa scomparsa dà il via a una vera e propria "caccia" per ritrovarlo e capire se fosse semplicemente impazzito o se in quelle antiche storie vi sia un fondo di verità.
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Motta intreccia sapientemente due racconti del passato: da un lato il mito di una città sperduta sommersa dai ghiacci, dall'altro la vicenda storica del 1778, quando un gruppo di giovani di Gressoney partì in segreto alla ricerca di una mitica "valle perduta", diventando tra i primi esseri umani a superare i 4.000 metri e battezzando l'isolotto roccioso che avevano raggiunto la "roccia della scoperta" prima di rendersi conto che attorno a loro non c'era un paradiso perduto ma solo ghiaccio. "Due leggende intorno allo stesso mondo e nello stesso tempo non sono una coincidenza", sottolinea lo scrittore, ricordando come un tempo l'uomo ricorresse al mito per spiegare ciò che era più grande di lui.
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Ma il viaggio di "Felik" si rivela presto una metafora più profonda. Se il nome del luogo richiama la parola "felicità" (o forse un antico termine per "luogo scosceso"), la ricerca fisica si trasforma in un cammino spirituale e nostalgico, legato ai ricordi e alle persone per dare senso agli ultimi anni della vita. Tra le pagine affiora anche la figura evocativa dell'Ebreo Errante, Asvero, e il ricordo di un passato in cui i pascoli e la vegetazione raggiungevano quote molto più alte di quelle attuali, prima che i ghiacci coprissero le valli.
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Motta ha precisato che la vicenda raccontata è frutto di fantasia, una storia avventurosa e non un documentario ecologista o un saggio tecnico motivo per cui, come ha notato con un sorriso, non sono mancate le "critiche" da parte dei puristi del CAI. La copertina stessa ne racchiude la filosofia: uno scatto reale realizzato da un fotografo milanese, Davide Camisasca, in cui piccolissime figure umane si stagliano di fronte a un crepaccio maestoso, restituendo appieno quel senso di vertigine e insignificanza che si prova di fronte alla grandezza della natura. La spinta a scrivere il libro è nata dall'osservazione quotidiana, quando l'autore si è accorto che il figlio sedicenne ascoltava con interesse i suoi racconti di montagna. 
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Canzio Dusi e Stefano Motta

Aperto dalle note poetiche di Antonia Pozzi con "Nevai" — a ricordare come l'aria rarefatta delle alte quote regali emozioni irripetibili altrove —, il libro vuole essere un omaggio alla bellezza di una natura che il cambiamento climatico sta trasformando e che le generazioni future non vedranno più come la conosciamo oggi.
Motta non punta a insegnare o a impartire lezioni, ma a narrare non le stagioni della montagna, ma quelle della vita. Riprendendo una celebre intuizione di Dan Brown, l'autore ha rivelato di amare scrivere di ciò che ancora non conosce, guidato dall'attenzione per i piccoli dettagli e da una costante riflessione sul senso dell'esistenza, dove l'amore e la morte restano i veri motori capaci di far scaturire le domande più profonde.
I.Bi.
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