Church Pocket/130. Islamofobia: si può ancora criticare l’Islam?
C ’è una parola che negli ultimi tempi è entrata stabilmente nel linguaggio politico, giornalistico e istituzionale europeo: islamofobia. La utilizziamo per descrivere fenomeni anche molto diversi tra loro: dall’insulto contro una donna che indossa il velo all’aggressione contro un musulmano, dalla discriminazione sul lavoro alla profanazione di una moschea. Ma la stessa parola compare talvolta anche quando qualcuno critica una dottrina islamica, discute un versetto del Corano o pone domande sul rapporto tra Islam, libertà religiosa e società occidentale. Ed è proprio qui che nasce il problema. Perché una cosa è discriminare una persona perché musulmana. Un’altra è discutere criticamente la religione nella quale quella persona crede.

La distinzione sembra elementare, ma nel dibattito pubblico non lo è affatto. Tanto che persino le istituzioni internazionali non utilizzano sempre lo stesso linguaggio. Nel 2022 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha istituito il 15 marzo come Giornata internazionale per la lotta all’islamofobia; nel 2024 ha approvato un’ulteriore risoluzione contro la discriminazione, l’ostilità e la violenza rivolte ai musulmani e nel 2025 è stato nominato un inviato speciale delle Nazioni Unite per contrastare il fenomeno. Ancora nel marzo 2026 il segretario generale António Guterres ha richiamato discriminazioni, esclusione, profilazione e violenze contro persone e luoghi di culto musulmani. Fenomeni reali, che sarebbe assurdo negare. Un musulmano aggredito perché musulmano è vittima di odio religioso. Una donna discriminata perché porta l’hijab subisce una discriminazione che deve essere valutata e contrastata secondo le leggi applicabili. Una moschea incendiata non è una «critica all’Islam»: è un attacco a un luogo di culto. Fin qui non dovrebbe esserci molto da discutere. La questione diventa più complicata quando dalla tutela delle persone si passa alla tutela delle idee.
Una parola che contiene troppe cose?
È interessante osservare che lo stesso Consiglio d’Europa ha progressivamente preferito un linguaggio più preciso. Nel suo glossario attuale, l’ECRI, la Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza, alla voce Islamophobia rinvia alla categoria di «anti-Muslim racism and discrimination», cioè razzismo e discriminazione antimusulmani. La sua raccomandazione specifica riguarda infatti odio, violenza e discriminazione diretti contro musulmani o persone percepite come tali. Non è una sfumatura irrilevante. Una precedente raccomandazione dell’ECRI definiva infatti l’islamofobia come pregiudizio, odio o paura rivolti tanto alla religione islamica quanto ai musulmani. La formulazione mette nello stesso campo due oggetti che, invece, dovremmo riuscire a distinguere: una persona e una religione. Una persona possiede una dignità che precede le sue convinzioni religiose. Un sistema religioso contiene invece affermazioni su Dio, sull’uomo, sulla morale e sulla società che possono essere condivise, rifiutate, studiate e criticate. Io posso considerare teologicamente falsa una dottrina religiosa senza per questo considerare inferiore chi vi aderisce. Anzi, il cristianesimo vive necessariamente di questa distinzione. Se credo che Gesù Cristo sia veramente Dio, che sia morto e risorto e che in lui Dio abbia definitivamente rivelato sé stesso, non posso contemporaneamente sostenere che sia altrettanto vera una dottrina religiosa che nega alcuni di questi elementi. Sarebbe una contraddizione, non dialogo interreligioso. Ed è precisamente qui che la parola islamofobia, se utilizzata senza precisione, rischia di diventare problematica: può descrivere correttamente l’odio verso i musulmani, ma può diventare impropria quando trasforma la critica dell’Islam in ostilità verso chi lo professa. Lo stesso Consiglio d’Europa, quando tratta l’hate speech, precisa del resto che le misure contro l’odio devono rispettare la libertà di espressione e non essere utilizzate per sopprimere la critica delle convinzioni religiose.
San Francesco davanti al Sultano: dialogare senza nascondere Cristo
C’è un episodio molto più antico di Nostra aetate che può aiutarci a capire la differenza tra rispetto dell’altro e rinuncia alla propria fede. Nel 1219, durante la quinta crociata, San Francesco d’Assisi – di cui oggi celebriamo la festa – raggiunse l’Egitto e incontrò il sultano al-Malik al-Kamil. L’episodio ci è stato trasmesso da fonti cristiane medievali diverse tra loro e, proprio per questo, va liberato dalle ricostruzioni romantiche che nei secoli gli sono state sovrapposte. San Francesco non andò dal Sultano perché pensasse che cristianesimo e Islam fossero due strade equivalenti verso Dio. Era un frate cristiano del XIII secolo e voleva testimoniare Cristo. Nello stesso tempo non impugnò una spada, non trattò il musulmano che aveva davanti come un essere umano inferiore e accettò l’incontro con lui. Qui sta un paradosso che oggi facciamo fatica a comprendere: Francesco poteva essere radicalmente convinto della verità del cristianesimo e, proprio per questo, incontrare senza paura chi cristiano non era. Lo conferma anche la Regola non bollata, quando Francesco indica ai frati che vogliono andare «tra i saraceni e gli altri infedeli» due possibili modi di comportarsi. Il primo è vivere pacificamente tra loro, senza dispute, «soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio», confessando però di essere cristiani. Il secondo, quando ritengano che piaccia al Signore, è annunciare apertamente la Parola di Dio. Non c’è relativismo. Ma non c’è neppure odio. Forse Francesco d’Assisi offre ancora oggi una risposta sorprendentemente efficace alla discussione sull’islamofobia. Il musulmano può essere incontrato senza che l’Islam debba diventare intoccabile. E l’Islam può essere criticato senza che il musulmano diventi un nemico. Francesco non aveva bisogno di fingere che le differenze non esistessero per attraversare il campo e incontrare il Sultano. Portava con sé precisamente ciò in cui credeva. Ed è forse questo che abbiamo smarrito in una parte del dialogo interreligioso contemporaneo: la convinzione che per rispettare l’altro non sia necessario diventare teologicamente muti. Il dialogo autentico presuppone due identità reali. Se una delle due deve nascondersi per non offendere l’altra, non stiamo più dialogando.
Il problema della reciprocità
Ed è qui che la discussione sull’islamofobia incontra questioni molto più difficili.Possiamo discutere della condizione giuridica delle minoranze religiose nei Paesi a maggioranza musulmana? Possiamo domandarci quale spazio venga riconosciuto alla conversione dall’Islam al cristianesimo? Possiamo studiare criticamente le diverse concezioni della sharia? Possiamo discutere della condizione della donna e degli omosessuali nelle diverse società islamiche? Possiamo confrontare la concezione islamica della Rivelazione con quella cristiana? Naturalmente sì. E dovremmo poterlo fare senza che la domanda venga interpretata automaticamente come ostilità verso i musulmani.

Naturalmente vale anche il contrario. Un musulmano deve poter criticare il cristianesimo, contestare la Trinità, rifiutare la divinità di Cristo o giudicare sbagliata la nostra teologia, nei limiti posti dalle norme generali a tutela delle persone e della convivenza civile. La libertà religiosa che protegge soltanto le convinzioni che non vengono contestate serve a poco. Una società pluralista deve compiere un’operazione molto più difficile: proteggere contemporaneamente il credente e il diritto dell’altro di dirgli che la sua religione è falsa. È precisamente questa libertà che permette un dialogo autentico.
Il musulmano non è l’Islam
Forse allora dobbiamo tornare alla distinzione iniziale. Il musulmano è una persona. L’Islam è una religione. Come il cattolico è una persona e il cristianesimo una religione. Sembra banale, ma confondere le due cose produce conseguenze opposte e ugualmente sbagliate. Chi attribuisce a ogni musulmano responsabilità per il terrorismo jihadista, per una determinata interpretazione della sharia o per le politiche di uno Stato a maggioranza musulmana smette di giudicare una persona per ciò che effettivamente pensa e fa. Il musulmano diventa una categoria. Da lì al pregiudizio il passo è breve. Ma anche chi considera ogni critica dell’Islam una forma di ostilità contro i musulmani commette una confusione. Trasforma la legittima tutela della persona in una specie di immunità intellettuale della religione. E una religione sottratta alla critica diventa un oggetto molto strano in una società libera. Il cristianesimo, del resto, conosce bene la critica. Da secoli viene studiato, contestato, deriso, sottoposto alla critica storica, filosofica e scientifica. Talvolta la critica è stata intellettualmente seria, altre volte grossolana o persino offensiva. Non per questo possiamo chiedere che il cristianesimo venga sottratto al confronto pubblico. Dobbiamo pretendere invece che il cristiano non venga discriminato perché cristiano. Lo stesso criterio deve valere per il musulmano.
La carità non ci chiede di fingere che siamo d’accordo
Forse proprio qui il cristianesimo possiede qualcosa da offrire alla discussione contemporanea. Il comandamento dell’amore non obbliga ad approvare le idee dell’altro. Cristo non ci ha chiesto di considerare vere tutte le convinzioni degli uomini per poterli amare. Il cristiano può quindi incontrare sinceramente il musulmano, difenderne la dignità, opporsi alla sua discriminazione, collaborare con lui per la pace e considerarlo realmente un fratello nella comune appartenenza alla famiglia umana. E contemporaneamente continuare a confessare senza imbarazzo: «Gesù Cristo è Signore» (Fil 2,11) senta togliere nulla alla sua fede e senza che gli venga chiesto. Proprio questa affermazione comporta inevitabilmente delle differenze con l’Islam. Nasconderle non rende il dialogo più rispettoso. Lo rende meno sincero. Forse, allora, alla domanda del titolo possiamo dare una risposta meno complicata di quanto sembri. Si può ancora criticare l’Islam? Certamente. Come si può criticare il cristianesimo. Quello che non possiamo fare è trasformare la critica di una fede nel disprezzo delle persone che la professano. E quello che non dovremmo permettere è il percorso inverso: utilizzare la necessaria lotta contro la discriminazione dei musulmani per sottrarre una religione al confronto, alla ricerca storica, alla critica teologica e alle domande della società. Il confine non passa tra chi parla bene e chi parla male dell’Islam. Passa tra criticare un’idea e disprezzare una persona. Se perdiamo questa distinzione, avremo due risultati ugualmente pessimi: chiameremo «libertà di espressione» anche il pregiudizio contro i musulmani e chiameremo «islamofobia» anche una domanda legittima sull’Islam. E a quel punto non avremo difeso né la libertà né il dialogo.

La distinzione sembra elementare, ma nel dibattito pubblico non lo è affatto. Tanto che persino le istituzioni internazionali non utilizzano sempre lo stesso linguaggio. Nel 2022 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha istituito il 15 marzo come Giornata internazionale per la lotta all’islamofobia; nel 2024 ha approvato un’ulteriore risoluzione contro la discriminazione, l’ostilità e la violenza rivolte ai musulmani e nel 2025 è stato nominato un inviato speciale delle Nazioni Unite per contrastare il fenomeno. Ancora nel marzo 2026 il segretario generale António Guterres ha richiamato discriminazioni, esclusione, profilazione e violenze contro persone e luoghi di culto musulmani. Fenomeni reali, che sarebbe assurdo negare. Un musulmano aggredito perché musulmano è vittima di odio religioso. Una donna discriminata perché porta l’hijab subisce una discriminazione che deve essere valutata e contrastata secondo le leggi applicabili. Una moschea incendiata non è una «critica all’Islam»: è un attacco a un luogo di culto. Fin qui non dovrebbe esserci molto da discutere. La questione diventa più complicata quando dalla tutela delle persone si passa alla tutela delle idee.
Una parola che contiene troppe cose?
È interessante osservare che lo stesso Consiglio d’Europa ha progressivamente preferito un linguaggio più preciso. Nel suo glossario attuale, l’ECRI, la Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza, alla voce Islamophobia rinvia alla categoria di «anti-Muslim racism and discrimination», cioè razzismo e discriminazione antimusulmani. La sua raccomandazione specifica riguarda infatti odio, violenza e discriminazione diretti contro musulmani o persone percepite come tali. Non è una sfumatura irrilevante. Una precedente raccomandazione dell’ECRI definiva infatti l’islamofobia come pregiudizio, odio o paura rivolti tanto alla religione islamica quanto ai musulmani. La formulazione mette nello stesso campo due oggetti che, invece, dovremmo riuscire a distinguere: una persona e una religione. Una persona possiede una dignità che precede le sue convinzioni religiose. Un sistema religioso contiene invece affermazioni su Dio, sull’uomo, sulla morale e sulla società che possono essere condivise, rifiutate, studiate e criticate. Io posso considerare teologicamente falsa una dottrina religiosa senza per questo considerare inferiore chi vi aderisce. Anzi, il cristianesimo vive necessariamente di questa distinzione. Se credo che Gesù Cristo sia veramente Dio, che sia morto e risorto e che in lui Dio abbia definitivamente rivelato sé stesso, non posso contemporaneamente sostenere che sia altrettanto vera una dottrina religiosa che nega alcuni di questi elementi. Sarebbe una contraddizione, non dialogo interreligioso. Ed è precisamente qui che la parola islamofobia, se utilizzata senza precisione, rischia di diventare problematica: può descrivere correttamente l’odio verso i musulmani, ma può diventare impropria quando trasforma la critica dell’Islam in ostilità verso chi lo professa. Lo stesso Consiglio d’Europa, quando tratta l’hate speech, precisa del resto che le misure contro l’odio devono rispettare la libertà di espressione e non essere utilizzate per sopprimere la critica delle convinzioni religiose.
San Francesco davanti al Sultano: dialogare senza nascondere Cristo
C’è un episodio molto più antico di Nostra aetate che può aiutarci a capire la differenza tra rispetto dell’altro e rinuncia alla propria fede. Nel 1219, durante la quinta crociata, San Francesco d’Assisi – di cui oggi celebriamo la festa – raggiunse l’Egitto e incontrò il sultano al-Malik al-Kamil. L’episodio ci è stato trasmesso da fonti cristiane medievali diverse tra loro e, proprio per questo, va liberato dalle ricostruzioni romantiche che nei secoli gli sono state sovrapposte. San Francesco non andò dal Sultano perché pensasse che cristianesimo e Islam fossero due strade equivalenti verso Dio. Era un frate cristiano del XIII secolo e voleva testimoniare Cristo. Nello stesso tempo non impugnò una spada, non trattò il musulmano che aveva davanti come un essere umano inferiore e accettò l’incontro con lui. Qui sta un paradosso che oggi facciamo fatica a comprendere: Francesco poteva essere radicalmente convinto della verità del cristianesimo e, proprio per questo, incontrare senza paura chi cristiano non era. Lo conferma anche la Regola non bollata, quando Francesco indica ai frati che vogliono andare «tra i saraceni e gli altri infedeli» due possibili modi di comportarsi. Il primo è vivere pacificamente tra loro, senza dispute, «soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio», confessando però di essere cristiani. Il secondo, quando ritengano che piaccia al Signore, è annunciare apertamente la Parola di Dio. Non c’è relativismo. Ma non c’è neppure odio. Forse Francesco d’Assisi offre ancora oggi una risposta sorprendentemente efficace alla discussione sull’islamofobia. Il musulmano può essere incontrato senza che l’Islam debba diventare intoccabile. E l’Islam può essere criticato senza che il musulmano diventi un nemico. Francesco non aveva bisogno di fingere che le differenze non esistessero per attraversare il campo e incontrare il Sultano. Portava con sé precisamente ciò in cui credeva. Ed è forse questo che abbiamo smarrito in una parte del dialogo interreligioso contemporaneo: la convinzione che per rispettare l’altro non sia necessario diventare teologicamente muti. Il dialogo autentico presuppone due identità reali. Se una delle due deve nascondersi per non offendere l’altra, non stiamo più dialogando.
Il problema della reciprocità
Ed è qui che la discussione sull’islamofobia incontra questioni molto più difficili.Possiamo discutere della condizione giuridica delle minoranze religiose nei Paesi a maggioranza musulmana? Possiamo domandarci quale spazio venga riconosciuto alla conversione dall’Islam al cristianesimo? Possiamo studiare criticamente le diverse concezioni della sharia? Possiamo discutere della condizione della donna e degli omosessuali nelle diverse società islamiche? Possiamo confrontare la concezione islamica della Rivelazione con quella cristiana? Naturalmente sì. E dovremmo poterlo fare senza che la domanda venga interpretata automaticamente come ostilità verso i musulmani.

Naturalmente vale anche il contrario. Un musulmano deve poter criticare il cristianesimo, contestare la Trinità, rifiutare la divinità di Cristo o giudicare sbagliata la nostra teologia, nei limiti posti dalle norme generali a tutela delle persone e della convivenza civile. La libertà religiosa che protegge soltanto le convinzioni che non vengono contestate serve a poco. Una società pluralista deve compiere un’operazione molto più difficile: proteggere contemporaneamente il credente e il diritto dell’altro di dirgli che la sua religione è falsa. È precisamente questa libertà che permette un dialogo autentico.
Il musulmano non è l’Islam
Forse allora dobbiamo tornare alla distinzione iniziale. Il musulmano è una persona. L’Islam è una religione. Come il cattolico è una persona e il cristianesimo una religione. Sembra banale, ma confondere le due cose produce conseguenze opposte e ugualmente sbagliate. Chi attribuisce a ogni musulmano responsabilità per il terrorismo jihadista, per una determinata interpretazione della sharia o per le politiche di uno Stato a maggioranza musulmana smette di giudicare una persona per ciò che effettivamente pensa e fa. Il musulmano diventa una categoria. Da lì al pregiudizio il passo è breve. Ma anche chi considera ogni critica dell’Islam una forma di ostilità contro i musulmani commette una confusione. Trasforma la legittima tutela della persona in una specie di immunità intellettuale della religione. E una religione sottratta alla critica diventa un oggetto molto strano in una società libera. Il cristianesimo, del resto, conosce bene la critica. Da secoli viene studiato, contestato, deriso, sottoposto alla critica storica, filosofica e scientifica. Talvolta la critica è stata intellettualmente seria, altre volte grossolana o persino offensiva. Non per questo possiamo chiedere che il cristianesimo venga sottratto al confronto pubblico. Dobbiamo pretendere invece che il cristiano non venga discriminato perché cristiano. Lo stesso criterio deve valere per il musulmano.
La carità non ci chiede di fingere che siamo d’accordo
Forse proprio qui il cristianesimo possiede qualcosa da offrire alla discussione contemporanea. Il comandamento dell’amore non obbliga ad approvare le idee dell’altro. Cristo non ci ha chiesto di considerare vere tutte le convinzioni degli uomini per poterli amare. Il cristiano può quindi incontrare sinceramente il musulmano, difenderne la dignità, opporsi alla sua discriminazione, collaborare con lui per la pace e considerarlo realmente un fratello nella comune appartenenza alla famiglia umana. E contemporaneamente continuare a confessare senza imbarazzo: «Gesù Cristo è Signore» (Fil 2,11) senta togliere nulla alla sua fede e senza che gli venga chiesto. Proprio questa affermazione comporta inevitabilmente delle differenze con l’Islam. Nasconderle non rende il dialogo più rispettoso. Lo rende meno sincero. Forse, allora, alla domanda del titolo possiamo dare una risposta meno complicata di quanto sembri. Si può ancora criticare l’Islam? Certamente. Come si può criticare il cristianesimo. Quello che non possiamo fare è trasformare la critica di una fede nel disprezzo delle persone che la professano. E quello che non dovremmo permettere è il percorso inverso: utilizzare la necessaria lotta contro la discriminazione dei musulmani per sottrarre una religione al confronto, alla ricerca storica, alla critica teologica e alle domande della società. Il confine non passa tra chi parla bene e chi parla male dell’Islam. Passa tra criticare un’idea e disprezzare una persona. Se perdiamo questa distinzione, avremo due risultati ugualmente pessimi: chiameremo «libertà di espressione» anche il pregiudizio contro i musulmani e chiameremo «islamofobia» anche una domanda legittima sull’Islam. E a quel punto non avremo difeso né la libertà né il dialogo.
Rubrica a cura di Pietro Santoro

























