Church Pocket/129. Pietro può sbagliare? Autorità, correzione e comunione nella Chiesa
«Quando Pietro venne ad Antiochia, mi opposi a lui a viso aperto perché aveva torto» (Gal 2,11). È difficile trovare nel Nuovo Testamento una frase più scomoda quando si parla dell’autorità nella Chiesa. Paolo non sta parlando di un avversario, di un eretico o di un'autorità della sinagoga. Sta parlando di Cefa, Pietro. Lo stesso Pietro al quale Cristo aveva detto: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa» (Mt 16,18). E Paolo scrive, senza molti giri di parole, che gli resistette apertamente. Che cosa era successo? Ad Antiochia la Chiesa sta affrontando una delle prime grandi questioni della sua storia: il rapporto tra cristiani provenienti dal giudaismo e cristiani provenienti dal paganesimo.

Pietro inizialmente mangia insieme ai cristiani di origine pagana. Poi, all'arrivo di alcuni provenienti dall'ambiente di Giacomo, della comunità giudeo-cristiana, si ritrae «per timore dei circoncisi» (Gal 2,12). Altri cristiani provenienti dal giudaismo lo seguono e perfino Barnaba viene coinvolto in quella condotta. Paolo reagisce perché non considera la questione un dettaglio di galateo ecclesiale. Quel comportamento rischia di contraddire nella pratica ciò che la Chiesa sta comprendendo sul rapporto tra la fede in Cristo e l'appartenenza al popolo dell'Alleanza. Per questo dice a Pietro di non comportarsi «rettamente secondo la verità del Vangelo» (Gal 2,14). È una scena sorprendente soprattutto per ciò che non accade. Paolo non conclude che Pietro abbia perso il proprio ministero. Non fonda una comunità alternativa. Non dice che, siccome Pietro ha sbagliato, allora la promessa di Cristo è venuta meno. Rimane nella Chiesa e proprio dentro quella comunione gli dice che sta sbagliando. Forse è da Antiochia che possiamo partire per affrontare una domanda che, ancora oggi, provoca immediatamente reazioni: Pietro può sbagliare? La risposta cattolica è sì. Ma bisogna immediatamente aggiungere: dipende da che cosa intendiamo per «sbagliare».
Infallibile non significa impeccabile
S u questo punto abbiamo spesso costruito una confusione enorme. Il dogma dell'infallibilità pontificia non afferma che il Papa non possa commettere peccati, prendere decisioni inopportune, scegliere collaboratori sbagliati, valutare male una situazione politica, adottare una strategia pastorale discutibile o comportarsi personalmente in maniera incoerente. Il Concilio Vaticano I ha definito qualcosa di molto più preciso e circoscritto. Il Romano Pontefice gode dell'infallibilità quando, esercitando il proprio ufficio di supremo Pastore e Dottore, definisce con atto definitivo una dottrina riguardante la fede o i costumi da tenersi da tutta la Chiesa.
Lumen gentium 25 ha ripreso questa dottrina e il Codice di diritto canonico la formula nel can. 749 §1. In altre parole, l'infallibilità non è impeccabilità, onniscienza e neppure infallibilità permanente di qualunque cosa dica o faccia un Papa. Giovanni Paolo II ribadì il concetto affermando che l'infallibilità non appartiene al Pontefice come persona privata, ma in quanto esercita, nelle condizioni previste, il suo ufficio di pastore e maestro di tutti i cristiani. E il diritto canonico aggiunge una cautela molto interessante: «Nessuna dottrina si intende infallibilmente definita, se ciò non consta manifestamente» (can. 749 §3). Quindi sì: un Papa può sbagliare. Pietro stesso ha sbagliato. Prima ancora di Antiochia, i Vangeli non hanno avuto alcun interesse a costruirne una biografia edificante ripulita dalle debolezze. Pietro promette fedeltà e poi rinnega Cristo tre volte. Cerca di impedire a Gesù di percorrere la strada della Croce e riceve una risposta terribile: «Va' dietro a me, Satana!» (Mt 16,23). Nel Getsemani reagisce con la spada. Dopo la Risurrezione deve ascoltare tre volte la domanda: «Mi ami?» (Gv 21,15-17). Eppure è a quest'uomo che Cristo affida il gregge, segno che sin dalle origini Gesù sapeva che stava affidando la sua Chiesa, comunque, a degli uomini.
Il Papa, però, non è semplicemente un cattolico con un'opinione autorevole
Qui bisogna evitare di cadere nell'errore opposto. Dire che il Papa non è infallibile in ogni sua parola non significa che tutto ciò che non viene pronunciato ex cathedra possa essere tranquillamente ignorato. Sarebbe una caricatura altrettanto grave della dottrina cattolica. Lumen Gentium 25 chiede infatti un «religioso ossequio della volontà e dell'intelligenza» anche verso il magistero autentico del Romano Pontefice quando non parla ex cathedra, tenendo conto della natura del documento, dell'insistenza con cui una dottrina viene proposta e del modo in cui viene espressa. Il Catechismo riprende la stessa distinzione ai nn. 891-892. Questo significa che tra «dogma infallibile» e «opinione personale del Papa» esiste un territorio teologicamente molto più articolato. Ed è qui che spesso il dibattito ecclesiale contemporaneo perde lucidità. Da una parte c'è una specie di papalismo massimalista che tende a difendere qualsiasi scelta del Pontefice quasi fosse direttamente garantita dallo Spirito Santo: una nomina, una decisione amministrativa, una strategia diplomatica, una riforma organizzativa, talvolta persino un'espressione pronunciata durante una conversazione. Dall'altra esiste un atteggiamento uguale e contrario: il Papa viene trattato come il leader di un partito. Finché corrisponde alla nostra idea di Chiesa viene citato, fotografato, difeso e trasformato nel campione della «vera fede». Appena prende una direzione diversa, improvvisamente diventa un problema.In entrambi i casi Pietro viene utilizzato.
Paolo corregge Pietro, ma resta con Pietro
L ’episodio di Antiochia ritorna come chiave ermeneutica. Paolo non relativizza il problema. Non dice: «È Pietro, quindi avrà sicuramente ragione». Vede una condotta che giudica contraria alla «verità del Vangelo» e interviene. Ma c'è una cosa che non fa: non trasforma la correzione in separazione. È probabilmente questo l'aspetto più interessante dell'intero episodio. Paolo dimostra che nella Chiesa critica e comunione non sono necessariamente opposte. È possibile riconoscere un'autorità e contestarne un comportamento. È possibile discutere una scelta senza negare l'ufficio di chi l'ha compiuta.

Anzi, talvolta proprio la comunione rende necessaria la parola franca. Naturalmente questo non significa che Galati 2 possa diventare il lasciapassare biblico per qualsiasi polemica contro un Papa. Paolo non sta sfogando un'antipatia personale e non sta difendendo il proprio spazio ecclesiastico. Individua una questione che ritiene coinvolgere direttamente la verità del Vangelo e argomenta la propria posizione. La parresia1 cristiana non coincide con l'insulto, con il sospetto permanente o con la trasformazione di ogni divergenza in una battaglia per salvare la Chiesa dal Papa di turno.
Santa Caterina poteva parlare duramente al Papa perché riconosceva il Papa
La storia cattolica conosce bene questa libertà: è il caso di Santa Caterina da Siena. Il suo rapporto con Gregorio XI sarebbe quasi incomprensibile secondo le categorie con cui oggi discutiamo sui social. Caterina può rivolgersi al Pontefice con una libertà impressionante, esortarlo, richiamarlo alle sue responsabilità, sollecitarne il ritorno a Roma e contemporaneamente possiede una concezione altissima del ministero petrino. Non vede contraddizione tra le due cose. La sua franchezza non nasce dal disprezzo dell'ufficio, ma precisamente dal contrario: prende talmente sul serio il ministero di Pietro da non considerare indifferente il modo in cui viene esercitato. Oggi sembra che esistano soltanto due possibilità: applaudire oppure delegittimare. Se critichi una decisione pontificia, per alcuni sei già contro il Papa. Se la difendi, per altri sei diventato un papista incapace di pensare. La tradizione cattolica è molto più interessante di questa alternativa.
E se Pietro sbaglia oggi?
Arriviamo allora alla questione più difficile. Che cosa deve fare un cattolico quando ritiene che una decisione non infallibile del Pontefice sia sbagliata? La prima risposta dovrebbe essere quasi banale: verificare di avere davvero compreso ciò che il Papa ha detto o fatto. Nell'epoca dei titoli estrapolati, dei video di trenta secondi e delle polemiche costruite su una frase, non è un passaggio secondario: bisogna sempre andare alla fonte, integrale possibilmente. Poi occorre distinguere il livello dell'atto. Un dogma, un insegnamento definitivo, un atto del magistero autentico, una disposizione disciplinare, una nomina e un'opinione personale non possiedono la stessa natura teologica. La stessa Chiesa distingue accuratamente i diversi gradi dell'insegnamento e le differenti forme di assenso richieste. Persino quando un insegnamento del magistero autentico non viene proposto in maniera definitiva, non diventa per questo irrilevante: gli è dovuto il religioso ossequio dell'intelligenza e della volontà. Solo dopo queste distinzioni la critica può diventare seria. Esiste anche un'obbedienza pigra, che evita di pensare attribuendo all'autorità la responsabilità della propria coscienza. Ma esiste pure una disobbedienza altrettanto pigra, che chiama «coscienza» la semplice coincidenza tra la fede e le proprie opinioni. Né l'una né l'altra assomigliano molto a Paolo.
Una Chiesa nella quale Pietro può essere corretto
Forse proprio questo episodio ci permette di chiudere il percorso che abbiamo seguito nelle ultime settimane sul governo della Chiesa. Ci siamo chiesti chi debba governare. Poi perché si governa, arrivando alla salus animarum. Abbiamo guardato a Cristo per capire come debba essere esercitata l'autorità del Buon Pastore. Mancava inevitabilmente quest'ultima domanda: che cosa succede quando chi governa sbaglia? Il Nuovo Testamento avrebbe potuto risparmiarci l'imbarazzo. Avrebbe potuto raccontarci un Pietro perfetto, sempre lucido, sempre coraggioso, sempre coerente con la missione ricevuta. Non lo ha fatto. Ci ha consegnato un Pietro che affonda mentre cammina sulle acque, che fraintende la Croce, che rinnega il Maestro e che, ad Antiochia, viene pubblicamente contrastato da Paolo. E proprio a Pietro Cristo dice: «Pasci le mie pecore» (Gv 21,17). Forse il mistero del primato comincia anche da questa apparente contraddizione. Cristo non ha affidato la sua Chiesa a uomini impeccabili. Ha affidato un ministero a uomini che rimangono uomini, promettendo alla sua Chiesa un'assistenza che non cancella automaticamente la loro libertà, la loro prudenza, i loro limiti e le loro responsabilità. Pietro può sbagliare, allora? Sì. Il Nuovo Testamento non ha avuto paura di raccontarcelo. Ma Antiochia aggiunge qualcosa di altrettanto importante: il fatto che Pietro possa sbagliare non significa che smetta di essere Pietro. Ed è forse qui che la comunione cattolica diventa più difficile sia dell'obbedienza cieca sia della ribellione. Perché l'obbedienza cieca evita la fatica della correzione; la ribellione evita la fatica della comunione. Paolo sceglie una strada più esigente. Gli resiste in faccia. Gli dice che ha torto. E resta nella stessa Chiesa con Pietro.
1 Il termine greco παρρησία (parrēsía) indica letteralmente il «dire tutto», il parlare apertamente e con libertà. Nel Nuovo Testamento viene usato anche per descrivere il coraggio con cui gli apostoli annunciano il Vangelo: negli Atti, per esempio, Pietro e Giovanni parlano con parresia nonostante le minacce (At 4,13.29.31).

Pietro inizialmente mangia insieme ai cristiani di origine pagana. Poi, all'arrivo di alcuni provenienti dall'ambiente di Giacomo, della comunità giudeo-cristiana, si ritrae «per timore dei circoncisi» (Gal 2,12). Altri cristiani provenienti dal giudaismo lo seguono e perfino Barnaba viene coinvolto in quella condotta. Paolo reagisce perché non considera la questione un dettaglio di galateo ecclesiale. Quel comportamento rischia di contraddire nella pratica ciò che la Chiesa sta comprendendo sul rapporto tra la fede in Cristo e l'appartenenza al popolo dell'Alleanza. Per questo dice a Pietro di non comportarsi «rettamente secondo la verità del Vangelo» (Gal 2,14). È una scena sorprendente soprattutto per ciò che non accade. Paolo non conclude che Pietro abbia perso il proprio ministero. Non fonda una comunità alternativa. Non dice che, siccome Pietro ha sbagliato, allora la promessa di Cristo è venuta meno. Rimane nella Chiesa e proprio dentro quella comunione gli dice che sta sbagliando. Forse è da Antiochia che possiamo partire per affrontare una domanda che, ancora oggi, provoca immediatamente reazioni: Pietro può sbagliare? La risposta cattolica è sì. Ma bisogna immediatamente aggiungere: dipende da che cosa intendiamo per «sbagliare».
Infallibile non significa impeccabile
S u questo punto abbiamo spesso costruito una confusione enorme. Il dogma dell'infallibilità pontificia non afferma che il Papa non possa commettere peccati, prendere decisioni inopportune, scegliere collaboratori sbagliati, valutare male una situazione politica, adottare una strategia pastorale discutibile o comportarsi personalmente in maniera incoerente. Il Concilio Vaticano I ha definito qualcosa di molto più preciso e circoscritto. Il Romano Pontefice gode dell'infallibilità quando, esercitando il proprio ufficio di supremo Pastore e Dottore, definisce con atto definitivo una dottrina riguardante la fede o i costumi da tenersi da tutta la Chiesa.

Il Papa, però, non è semplicemente un cattolico con un'opinione autorevole
Qui bisogna evitare di cadere nell'errore opposto. Dire che il Papa non è infallibile in ogni sua parola non significa che tutto ciò che non viene pronunciato ex cathedra possa essere tranquillamente ignorato. Sarebbe una caricatura altrettanto grave della dottrina cattolica. Lumen Gentium 25 chiede infatti un «religioso ossequio della volontà e dell'intelligenza» anche verso il magistero autentico del Romano Pontefice quando non parla ex cathedra, tenendo conto della natura del documento, dell'insistenza con cui una dottrina viene proposta e del modo in cui viene espressa. Il Catechismo riprende la stessa distinzione ai nn. 891-892. Questo significa che tra «dogma infallibile» e «opinione personale del Papa» esiste un territorio teologicamente molto più articolato. Ed è qui che spesso il dibattito ecclesiale contemporaneo perde lucidità. Da una parte c'è una specie di papalismo massimalista che tende a difendere qualsiasi scelta del Pontefice quasi fosse direttamente garantita dallo Spirito Santo: una nomina, una decisione amministrativa, una strategia diplomatica, una riforma organizzativa, talvolta persino un'espressione pronunciata durante una conversazione. Dall'altra esiste un atteggiamento uguale e contrario: il Papa viene trattato come il leader di un partito. Finché corrisponde alla nostra idea di Chiesa viene citato, fotografato, difeso e trasformato nel campione della «vera fede». Appena prende una direzione diversa, improvvisamente diventa un problema.In entrambi i casi Pietro viene utilizzato.
Paolo corregge Pietro, ma resta con Pietro
L ’episodio di Antiochia ritorna come chiave ermeneutica. Paolo non relativizza il problema. Non dice: «È Pietro, quindi avrà sicuramente ragione». Vede una condotta che giudica contraria alla «verità del Vangelo» e interviene. Ma c'è una cosa che non fa: non trasforma la correzione in separazione. È probabilmente questo l'aspetto più interessante dell'intero episodio. Paolo dimostra che nella Chiesa critica e comunione non sono necessariamente opposte. È possibile riconoscere un'autorità e contestarne un comportamento. È possibile discutere una scelta senza negare l'ufficio di chi l'ha compiuta.

Anzi, talvolta proprio la comunione rende necessaria la parola franca. Naturalmente questo non significa che Galati 2 possa diventare il lasciapassare biblico per qualsiasi polemica contro un Papa. Paolo non sta sfogando un'antipatia personale e non sta difendendo il proprio spazio ecclesiastico. Individua una questione che ritiene coinvolgere direttamente la verità del Vangelo e argomenta la propria posizione. La parresia1 cristiana non coincide con l'insulto, con il sospetto permanente o con la trasformazione di ogni divergenza in una battaglia per salvare la Chiesa dal Papa di turno.
Santa Caterina poteva parlare duramente al Papa perché riconosceva il Papa
La storia cattolica conosce bene questa libertà: è il caso di Santa Caterina da Siena. Il suo rapporto con Gregorio XI sarebbe quasi incomprensibile secondo le categorie con cui oggi discutiamo sui social. Caterina può rivolgersi al Pontefice con una libertà impressionante, esortarlo, richiamarlo alle sue responsabilità, sollecitarne il ritorno a Roma e contemporaneamente possiede una concezione altissima del ministero petrino. Non vede contraddizione tra le due cose. La sua franchezza non nasce dal disprezzo dell'ufficio, ma precisamente dal contrario: prende talmente sul serio il ministero di Pietro da non considerare indifferente il modo in cui viene esercitato. Oggi sembra che esistano soltanto due possibilità: applaudire oppure delegittimare. Se critichi una decisione pontificia, per alcuni sei già contro il Papa. Se la difendi, per altri sei diventato un papista incapace di pensare. La tradizione cattolica è molto più interessante di questa alternativa.
E se Pietro sbaglia oggi?
Arriviamo allora alla questione più difficile. Che cosa deve fare un cattolico quando ritiene che una decisione non infallibile del Pontefice sia sbagliata? La prima risposta dovrebbe essere quasi banale: verificare di avere davvero compreso ciò che il Papa ha detto o fatto. Nell'epoca dei titoli estrapolati, dei video di trenta secondi e delle polemiche costruite su una frase, non è un passaggio secondario: bisogna sempre andare alla fonte, integrale possibilmente. Poi occorre distinguere il livello dell'atto. Un dogma, un insegnamento definitivo, un atto del magistero autentico, una disposizione disciplinare, una nomina e un'opinione personale non possiedono la stessa natura teologica. La stessa Chiesa distingue accuratamente i diversi gradi dell'insegnamento e le differenti forme di assenso richieste. Persino quando un insegnamento del magistero autentico non viene proposto in maniera definitiva, non diventa per questo irrilevante: gli è dovuto il religioso ossequio dell'intelligenza e della volontà. Solo dopo queste distinzioni la critica può diventare seria. Esiste anche un'obbedienza pigra, che evita di pensare attribuendo all'autorità la responsabilità della propria coscienza. Ma esiste pure una disobbedienza altrettanto pigra, che chiama «coscienza» la semplice coincidenza tra la fede e le proprie opinioni. Né l'una né l'altra assomigliano molto a Paolo.
Una Chiesa nella quale Pietro può essere corretto
Forse proprio questo episodio ci permette di chiudere il percorso che abbiamo seguito nelle ultime settimane sul governo della Chiesa. Ci siamo chiesti chi debba governare. Poi perché si governa, arrivando alla salus animarum. Abbiamo guardato a Cristo per capire come debba essere esercitata l'autorità del Buon Pastore. Mancava inevitabilmente quest'ultima domanda: che cosa succede quando chi governa sbaglia? Il Nuovo Testamento avrebbe potuto risparmiarci l'imbarazzo. Avrebbe potuto raccontarci un Pietro perfetto, sempre lucido, sempre coraggioso, sempre coerente con la missione ricevuta. Non lo ha fatto. Ci ha consegnato un Pietro che affonda mentre cammina sulle acque, che fraintende la Croce, che rinnega il Maestro e che, ad Antiochia, viene pubblicamente contrastato da Paolo. E proprio a Pietro Cristo dice: «Pasci le mie pecore» (Gv 21,17). Forse il mistero del primato comincia anche da questa apparente contraddizione. Cristo non ha affidato la sua Chiesa a uomini impeccabili. Ha affidato un ministero a uomini che rimangono uomini, promettendo alla sua Chiesa un'assistenza che non cancella automaticamente la loro libertà, la loro prudenza, i loro limiti e le loro responsabilità. Pietro può sbagliare, allora? Sì. Il Nuovo Testamento non ha avuto paura di raccontarcelo. Ma Antiochia aggiunge qualcosa di altrettanto importante: il fatto che Pietro possa sbagliare non significa che smetta di essere Pietro. Ed è forse qui che la comunione cattolica diventa più difficile sia dell'obbedienza cieca sia della ribellione. Perché l'obbedienza cieca evita la fatica della correzione; la ribellione evita la fatica della comunione. Paolo sceglie una strada più esigente. Gli resiste in faccia. Gli dice che ha torto. E resta nella stessa Chiesa con Pietro.
1 Il termine greco παρρησία (parrēsía) indica letteralmente il «dire tutto», il parlare apertamente e con libertà. Nel Nuovo Testamento viene usato anche per descrivere il coraggio con cui gli apostoli annunciano il Vangelo: negli Atti, per esempio, Pietro e Giovanni parlano con parresia nonostante le minacce (At 4,13.29.31).
Rubrica a cura di Pietro Santoro

























