Merate: mozione sul "fine vita", il Consiglio all'unanimità chiede una legge regionale che dia certezza e tempestività
La mozione presentata dal gruppo di minoranza (Lega-FdI) sul cosiddetto “fine” vita, il suicidio medicalmente assistito, è stata approvata all’unanimità dal Consiglio comunale di Merate.

Al termine della presentazione svolta dal capogruppo Massimo Panzeri, l’omologo di maggioranza di centrosinistra, Ernesto Sellitto, ha esordito: “L’intervento del consigliere Panzeri è come se l’avessi scritto io. Mi trova del tutto d’accordo”. Uno dopo l’altro, dal sindaco Salvioni alla vice Valeria Marinari (voto convintamente questa mozione) e poi i consiglieri di opposizione Paola Panzeri, Lega, Franca Maggioni, Forza Italia, Alfredo Casaletto, Fratelli d’Italia, tutti hanno espresso parere assolutamente favorevole: nel rispetto del dettato della Corte Costituzionale si invita regione Lombardia a legiferare per dare certezza e tempestività alle richieste nel quadro dell’autodeterminazione della persona, autodeterminazione che deve essere garantita anche ai sensi della Costituzione. Altre regioni hanno già legiferato, tra cui il Veneto, un tempo “bianco” cioè feudo democristiano, e ora di centrodestra sotto l’egida di Luca Zaia.
Commentare la lunga discussione è un esercizio poco utile per il lettore. Assai più eloquente l’intervento dell’ex sindaco Massimo Panzeri che qui pubblichiamo integralmente oltre al testo della mozione.

Al termine della presentazione svolta dal capogruppo Massimo Panzeri, l’omologo di maggioranza di centrosinistra, Ernesto Sellitto, ha esordito: “L’intervento del consigliere Panzeri è come se l’avessi scritto io. Mi trova del tutto d’accordo”. Uno dopo l’altro, dal sindaco Salvioni alla vice Valeria Marinari (voto convintamente questa mozione) e poi i consiglieri di opposizione Paola Panzeri, Lega, Franca Maggioni, Forza Italia, Alfredo Casaletto, Fratelli d’Italia, tutti hanno espresso parere assolutamente favorevole: nel rispetto del dettato della Corte Costituzionale si invita regione Lombardia a legiferare per dare certezza e tempestività alle richieste nel quadro dell’autodeterminazione della persona, autodeterminazione che deve essere garantita anche ai sensi della Costituzione. Altre regioni hanno già legiferato, tra cui il Veneto, un tempo “bianco” cioè feudo democristiano, e ora di centrodestra sotto l’egida di Luca Zaia.
Commentare la lunga discussione è un esercizio poco utile per il lettore. Assai più eloquente l’intervento dell’ex sindaco Massimo Panzeri che qui pubblichiamo integralmente oltre al testo della mozione.
L'INTERVENTO DEL CAPOGRUPPO MASSIMO PANZERI
Signor Sindaco,
colleghi Consiglieri,
Portiamo oggi in quest’Aula una mozione consapevoli di affrontare un tema difficile e delicato.
Un tema sul quale è facile dividersi, perché tocca convinzioni personali, morali, etiche e religiose. Proprio per questo riteniamo che debba essere affrontato con grande rispetto, senza semplificazioni e senza trasformarlo in una contrapposizione ideologica, e tanto meno politica.
La nostra mozione parte da un principio molto semplice:
la politica non deve decidere al posto delle persone, ma deve garantire che le persone possano esercitare i propri diritti nel rispetto della legge e della propria dignità.
Non chiediamo al Comune di Merate di stabilire chi abbia ragione su una questione etica così complessa.
Chiediamo invece a questa istituzione di assumere una posizione chiara su un problema concreto che riguarda l’organizzazione del Servizio sanitario regionale.
Oggi il quadro giuridico esiste ed è stato progressivamente delineato dalla Corte costituzionale.
Esistono condizioni precise, garanzie precise e responsabilità precise.
Quello che continua a mancare, però, è una disciplina nazionale organica.
E in questa situazione le Regioni hanno una responsabilità importante: organizzare i propri servizi sanitari affinché, per quanto di loro competenza, le persone non siano lasciate sole davanti alla complessità delle procedure.
La nostra richiesta alla Regione Lombardia, quindi, non è quella di introdurre nuovi requisiti o di modificare ciò che spetta al legislatore nazionale.
Chiediamo una cosa diversa:
procedure chiare, uniformi, trasparenti e una presa in carico tempestiva.
Perché un diritto, quando esiste sulla carta ma per essere esercitato richiede mesi di attese, percorsi non uniformi o, addirittura, il ricorso alla magistratura, rischia di diventare un diritto difficilmente accessibile.
Ed è qui che veniamo alla ragione per cui abbiamo ritenuto importante presentare questa mozione proprio oggi.
In Lombardia abbiamo avuto recentemente una vicenda che ha reso evidente quanto questo tema non sia astratto.
Mi riferisco a Domenico Zuccarella, una persona affetta da sclerosi multipla che aveva presentato la propria richiesta nel novembre dello scorso anno e che ha dovuto affrontare un percorso durato molti mesi, conclusosi soltanto nell’agosto di quest’anno.
Non intendiamo entrare nel merito delle scelte personali di Domenico, né trasformare la sua storia in uno strumento di battaglia politica.
Al contrario.
Quella vicenda deve interrogarci come istituzioni.
Deve chiederci se sia accettabile che una persona che si trova in condizioni analoghe possa avere un percorso diverso a seconda della struttura sanitaria o del territorio nel quale vive.
Deve chiederci se sia giusto che una famiglia debba necessariamente conoscere procedure, organismi, competenze e strumenti giuridici per poter vedere riconosciuto un percorso che l’ordinamento già contempla.
E deve chiederci se la Regione Lombardia possa continuare semplicemente ad attendere.
Nel frattempo, altre Regioni si sono mosse.
Toscana, Sardegna, Emilia-Romagna e, da ultimo, Veneto hanno affrontato la questione con strumenti regionali, ciascuna nel rispetto del quadro costituzionale e dei limiti delle proprie competenze.
Non stiamo dicendo che quelle esperienze siano necessariamente perfette o che debbano essere copiate.
Stiamo dicendo che esiste un confronto istituzionale dal quale anche la Lombardia non può chiamarsi fuori.
La stessa Corte costituzionale ha chiarito che le Regioni possono intervenire sugli aspetti organizzativi e procedurali della presa in carico sanitaria, purché non introducano nuovi requisiti sostanziali e non invadano la competenza dello Stato.
È precisamente dentro questo spazio che chiediamo alla Lombardia di agire.
E voglio sottolineare un punto della nostra mozione che consideriamo fondamentale:
tempestività non significa superficialità.
Non chiediamo che vengano imposti automatismi o che le valutazioni cliniche, diagnostiche ed etiche vengano compresse entro termini rigidi che non tengano conto della situazione concreta della persona.
Chiediamo invece che non vi siano ritardi ingiustificati.
Che siano individuate chiaramente le strutture competenti.
Che siano definite le responsabilità.
Che la persona e la sua famiglia sappiano a chi rivolgersi, quale sia il percorso e a che punto si trovi la procedura.
In altre parole:
che la complessità necessaria non diventi burocrazia inutile.
C’è poi un altro elemento che per noi è imprescindibile.
Parlare di fine vita significa anche parlare di cure palliative, terapia del dolore, assistenza domiciliare e sostegno psicologico e sociale.
La libertà di scelta ha senso soltanto all’interno di un sistema capace di offrire alle persone tutte le alternative assistenziali previste dall’ordinamento.
Per questo, nella mozione chiediamo che, insieme alla definizione delle procedure, venga rafforzata la rete delle cure palliative e dell’assistenza alle persone malate e alle loro famiglie.
E vogliamo ribadire anche il rispetto per la libertà di coscienza degli operatori sanitari.
Non esiste una soluzione semplice a una questione così complessa.
Esistono però istituzioni che possono e devono garantire che le diverse convinzioni personali non si traducano in disuguaglianze nell’accesso ai percorsi sanitari.
Questa, in fondo, è la ragione per cui abbiamo portato la questione in Consiglio comunale.
Qualcuno potrebbe chiedersi: perché occuparcene a Merate? non è una competenza del Comune
La risposta è proprio nella natura di un Consiglio comunale.
Un’istituzione locale non deve occuparsi soltanto delle strade, dei bilanci o dei servizi di propria competenza.
Può anche esprimere un indirizzo politico e istituzionale su questioni che riguardano la comunità e chiedere agli altri livelli di governo di esercitare fino in fondo le proprie responsabilità.
Non vi chiediamo di decidere sulla vita delle persone.
Questa mozione non è “pro” o “contro” la vita.
È una mozione a favore della responsabilità delle istituzioni.
Possiamo avere convinzioni diverse sul fine vita.
Possiamo avere sensibilità diverse.
Possiamo anche non pensarla allo stesso modo.
Ma credo che possiamo condividere una cosa:
una persona fragile non può essere lasciata sola davanti alla malattia e, contemporaneamente, davanti alla burocrazia.
La politica non deve sostituirsi alla persona, alla famiglia, ai medici o alla magistratura.
Ma la politica ha il dovere di costruire le condizioni perché i diritti riconosciuti dall’ordinamento possano essere esercitati in modo uniforme, trasparente e dignitoso.
Per questo riteniamo che attendere non sia più sufficiente.
Chiediamo che la Lombardia apra un percorso serio, istituzionale e rispettoso dei limiti costituzionali.
Chiediamo che lo faccia confrontandosi con le esperienze delle altre Regioni e con le indicazioni della Corte costituzionale.
Perché la politica non deve decidere al posto delle persone.
Ma nemmeno deve decidere di non decidere.
Ecco perché oggi chiediamo a questo Consiglio di mandare un messaggio chiaro alla Regione Lombardia:
sul fine vita non è più il momento di aspettare.
È il momento di assumersi una responsabilità.
Grazie.
























