Church Pocket/128. "Tra voi non sarà così": come governa Cristo?

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Nel precedente Church Pocket siamo arrivati alla salus animarum: il governo della Chiesa non esiste per distribuire potere, ma perché la missione affidata da Cristo possa condurre gli uomini alla salvezza. Resta però una seconda domanda. Se nella Chiesa l'autorità è necessaria, come deve essere esercitata? Per un cristiano il modello non può essere cercato anzitutto in una teoria politica o in un manuale di management. Il modello è Cristo. E i Vangeli, letti da questa prospettiva, mostrano qualcosa di molto interessante: Gesù esercita continuamente autorità. Insegna, chiama, invia, corregge, perdona, comanda, giudica comportamenti, affida missioni. Non è affatto il leader mite nel senso debole che talvolta gli attribuiamo. Le folle rimangono stupite proprio perché «insegnava loro come uno che ha autorità» (Mt 7,29). La parola utilizzata dal testo greco è exousía: autorità, potestà.
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La novità evangelica, dunque, non consiste nell'abolizione dell'autorità. Cristo cambia il modo di comprenderla e di esercitarla. La scena probabilmente più chiara arriva quando Giacomo e Giovanni cercano di assicurarsi un buon posto nel futuro Regno. Chiedono di sedere uno alla destra e uno alla sinistra di Gesù. Gli altri dieci si indignano, forse non del tutto immuni dalla stessa ambizione. Gesù allora li chiama e pronuncia una delle frasi più politicamente sovversive del Vangelo: «Voi sapete che i governanti delle nazioni dominano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così» (Mt 20,25-26; cfr. Mc 10,42-45). Attenzione a ciò che Cristo non dice. Non dice: «Tra voi non ci saranno capi». Non elimina l'autorità dalla comunità che sta formando. Cambia il criterio della grandezza: «chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore». E immediatamente presenta sé stesso come modello: «il Figlio dell'uomo non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mt 20,28). Il potere rimane. Cambia la sua grammatica. È difficile non pensare a questa pagina quando nella Chiesa discutiamo di carriera, incarichi, precedenze, nomine, titoli e uffici. Gli Apostoli avevano già cominciato prima di noi. E Gesù non risolve la loro ambizione distribuendo meglio i posti. Mette in discussione il significato stesso del primo posto.

Il pastore non governa da lontano

C'è poi un'immagine attraverso la quale Gesù stesso interpreta la propria autorità: il pastore. Nel capitolo 10 di Giovanni Cristo dice: «Io sono il buon pastore». Ma ciò che segue è ancora più interessante della definizione. Il pastore conosce le pecore, le chiama per nome, cammina davanti a loro e le pecore ne riconoscono la voce. Poi arriva il criterio che distingue definitivamente il pastore dal mercenario: «Il buon pastore dà la propria vita per le pecore» (Gv 10,11). Il mercenario può perfino fare esteriormente le stesse cose del pastore. Sta con il gregge, lo conduce, probabilmente lo custodisce finché tutto procede bene. La differenza emerge quando arriva il lupo: fugge, perché «non gli importa delle pecore» (Gv 10,13). Forse è una delle descrizioni evangeliche più severe del cattivo governo ecclesiale. La differenza tra pastore e mercenario non consiste anzitutto nell'ufficio che occupano, ma nel rapporto che hanno con le persone affidate loro. Il pastore non possiede il gregge. Lo conosce. Non utilizza le pecore per conservare la propria posizione. È disposto a perdere sé stesso pur di non perdere loro. E c'è un dettaglio ancora più bello: le chiama per nome. Il potere cristiano, quindi, non dovrebbe mai diventare anonimo. Dietro una pratica canonica c'è una persona. Dietro una decisione amministrativa possono esserci storie, ferite, vocazioni. Naturalmente una diocesi deve possedere uffici, procedure e norme. Ma il Buon Pastore non governa numeri: conosce persone.
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Il Signore con l'asciugamano

Se Giovanni 10 ci mostra il pastore, Giovanni 13 ci offre probabilmente l'immagine più sorprendente dell'autorità cristiana. Siamo nell'ultima Cena. Giovanni introduce la lavanda dei piedi con una precisazione che non è casuale: Gesù sa «che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani» (Gv 13,3). Ha tutto nelle mani. Ed è precisamente in quel momento che prende un asciugamano. Si alza da tavola, depone le vesti, versa l'acqua nel catino e comincia a lavare i piedi dei discepoli. Pietro reagisce perché ha capito perfettamente quanto sia scandaloso il gesto: «Tu lavi i piedi a me?» (Gv 13,6). Gesù, però, dopo aver terminato, non rinuncia affatto alla propria autorità: «Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono» (Gv 13,13). È questo il punto. Cristo non dice: non chiamatemi Signore, siamo tutti uguali. Dice: sono il Signore. E il Signore che avete davanti si inginocchia e vi lava i piedi. La lavanda non elimina la signoria di Cristo. La svela. Ed è forse qui che l'espressione «potere come servizio» smette di essere una formula da convegno ecclesiale. Servire non significa semplicemente essere gentili. Cristo continua a essere Maestro e Signore. Il servizio cristiano non cancella l'autorità: impedisce che l'autorità diventi autoreferenziale.

Un'autorità che rimette in piedi

C'è poi un altro modo nel quale Gesù esercita la propria exousía: perdonando. Quando gli portano il paralitico, Cristo pronuncia parole che provocano immediatamente la reazione degli scribi: «Figlio, ti sono perdonati i peccati» (Mc 2,5). La domanda è inevitabile: «Chi può perdonare i peccati, se non Dio solo?». Gesù risponde mostrando che «il Figlio dell'uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra». Poi si rivolge al paralitico: «Alzati, prendi la tua barella e va' a casa tua» (Mc 2,10-11). È una scena che potrebbe quasi diventare un criterio del governo cristiano: l'autorità di Cristo rimette in piedi. Non significa che approvi tutto. La misericordia evangelica non è indifferenza davanti al male. Nell'episodio della donna sorpresa in adulterio, trasmesso in Gv 7,53-8,11, Gesù rifiuta di trasformare la peccatrice in un bersaglio, ma conclude dicendo: «Va e d'ora in poi non peccare più». Non la lapida.
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Non chiama bene ciò che considera male. Le apre una strada. Lo stesso accade con Zaccheo. Gesù non comincia con un processo pubblico al pubblicano che si è arricchito anche attraverso un sistema ingiusto. Gli dice: «Oggi devo fermarmi a casa tua» (Lc 19,5). Da quell'incontro nasce la conversione: Zaccheo decide di dare metà dei propri beni ai poveri e restituire quattro volte tanto a chi ha frodato. Solo allora Gesù spiega ciò che sta facendo: «Il Figlio dell'uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto» (Lc 19,10). E rieccoci alla salus animarum. Cristo cerca il peccatore non per lasciarlo dove si trova, ma per salvarlo. La sua autorità non umilia per dimostrare chi comanda. Incontra, chiama, perdona e proprio per questo domanda una vita nuova.

Ma Gesù sapeva anche dire di no

C'è un rischio, però, quando parliamo del potere di Cristo: trasformare Gesù in una specie di presidente accomodante che ascolta tutti, accoglie tutti e non entra mai in conflitto con nessuno. I Vangeli raccontano tutt'altro. Gesù sa usare parole durissime. Nel capitolo 23 di Matteo denuncia apertamente comportamenti di scribi e farisei e attacca precisamente una deformazione dell'autorità religiosa: «Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito» (Mt 23,4). Il problema non è semplicemente che esistano norme o maestri. È l'autorità che pretende dagli altri ciò che non assume su di sé. Poco dopo Gesù ripete il proprio criterio: «Il più grande tra voi sia vostro servo» (Mt 23,11). Questo permette anche di evitare una lettura ingenua del servizio. Un pastore può dover correggere. Può dover prendere una decisione impopolare. Può dover dire che qualcosa è sbagliato. Gesù stesso lo fa. La mitezza evangelica non è incapacità di esercitare autorità. La differenza è che Cristo non corregge per proteggere il proprio prestigio. Corregge perché cerca il bene dell'uomo. Ed è proprio nei confronti dell'autorità religiosa che diventa particolarmente severo quando questa utilizza Dio per costruire prestigio, imporre pesi agli altri o cercare «il primo posto nei banchetti e i primi seggi nelle sinagoghe» (Mt 23,6). Anche qui il problema sembra sorprendentemente moderno.

«Il mio regno non è di questo mondo»

Alla fine del Vangelo di Giovanni, Gesù si trova davanti a un uomo che possiede un potere molto concreto. Pilato può liberarlo o consegnarlo alla crocifissione. «Sei tu il re dei Giudei?», gli domanda (Gv 18,33). La risposta di Gesù conduce al cuore del problema: «Il mio regno non è di questo mondo» (Gv 18,36). Non significa che il Regno di Cristo non riguardi questo mondo. Tutto il Vangelo dimostra il contrario. Significa che la sua regalità non trae origine dalla logica con cui il mondo costruisce e conserva il potere. Poco dopo Pilato gli ricorda brutalmente chi sembra comandare: «Non sai che ho il potere di metterti in libertà e il potere di metterti in croce?». Gesù risponde: «Tu non avresti alcun potere su di me, se ciò non ti fosse stato dato dall'alto» (Gv 19,10-11). Due concezioni del potere sono ormai una davanti all'altra. Pilato possiede il potere di condannare. Cristo possiede la libertà di consegnarsi. E Giovanni conduce questa contrapposizione fino al Calvario. Sopra la Croce Pilato fa collocare un'iscrizione: «Gesù il Nazareno, il re dei Giudei» (Gv 19,19). L'ironia giovannea è potentissima. Quello che dovrebbe essere il titolo dell'accusa finisce per proclamare involontariamente la regalità di Cristo. Il Re è finalmente sul suo trono. Solo che il trono è una Croce.

«Tra voi non sarà così»

Se prendiamo sul serio questi brani, il Vangelo non ci consegna una teoria astratta del governo. Ci mostra un modo di esercitarlo. Cristo insegna con autorità, ma non utilizza la verità per umiliare. Perdona, ma non chiama bene il peccato. Corregge, anche duramente, ma non per difendere una posizione personale. Chiama i discepoli e affida loro una missione. Conosce le sue pecore per nome. Cerca quella perduta. Rimette in piedi chi è caduto. Lava i piedi di coloro che lo chiamano Signore. E quando arriva il momento nel quale il pastore potrebbe salvare sé stesso abbandonando il gregge, fa esattamente il contrario: dà la vita. È questo il modello che la Chiesa consegna ai suoi pastori. Non significa trasformare una diocesi in un'assemblea permanente nella quale nessuno decide più nulla. Il vescovo deve governare. Il parroco possiede responsabilità che non possono essere semplicemente dissolte nella comunità. L'autorità apostolica appartiene alla costituzione stessa della Chiesa. Ma proprio perché esiste, deve continuamente confrontarsi con il modo in cui Cristo l'ha esercitata. Forse allora, dopo esserci domandati per settimane chi debba governare la Chiesa e aver concluso che il fine rimane la salus animarum, possiamo aggiungere un'ultima domanda per chiunque riceva un'autorità ecclesiale: il mio modo di governare assomiglia a quello di Cristo? Non basta possedere legittimamente un ufficio. Non basta avere il diritto di decidere. Non basta nemmeno prendere una decisione formalmente corretta. Il modello resta il Buon Pastore. Conosce per nome. Cammina davanti. Cerca chi si perde. Corregge chi sbaglia. Perdona chi ritorna. Si inginocchia per lavare i piedi. E davanti al lupo non utilizza il gregge per salvare sé stesso: dà la propria vita per le pecore. Forse Cristo aveva già riassunto tutta l'ecclesiologia del potere in quattro parole, pronunciate davanti ad Apostoli che avevano cominciato a discutere di posti e precedenze molto prima di noi: «Tra voi non sarà così».
Rubrica a cura di Pietro Santoro
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