Osnago: nuove dipendenze e bisogno di controllo. Una serata per riflettere insieme
“La dipendenza è sintomo di un disagio e ci permette di sopportare qualcosa che diversamente sarebbe troppo difficile sopportare. Questo qualcosa è il vuoto, la solitudine, la mancanza di relazioni autentiche”.
Così ha esordito la psicologa Antonia Ottaiano in apertura della serata con tema “Di chi sono i nostri figli? Riflettere insieme sulle nuove dipendenze e il ruolo della comunità” organizzata mercoledì sera presso la sala don Sironi di Osnago nell’ambito del progetto Trame- Comunità connessa.

“In questi ultimi anni ci sono stati enormi cambiamenti a livello culturale e sociale, le persone si stanno allontanando”, ha proseguito Ottaiano.
Secondo la professionista la causa principale sarebbe quella che ha definito “totalizzazione lavorativa”.
“Siamo talmente impegnati che ci dimentichiamo di esserci, di stare, di essere disponibili, perché non abbiamo tempo. La società ci chiede di essere veloci, performanti, di avere una soluzione per qualsiasi cosa”.
La psicologa ha anche sottolineato come le dipendenze caratterizzino tutti noi.
“Siamo dipendenti dai social, dal cellulare, dal bisogno di controllo. Chattiamo invece di telefonare, chiediamo ‘come stai’ e ci accontentiamo di risposte standard senza voler approfondire. Invece la relazione autentica presuppone che ci sia dia del tempo, ma non può essere un tempo predefinito e limitato. La relazione autentica è spontanea, è anche poter dire ‘oggi non sono disposta ad ascoltarti’”.
“Stare in relazione è la forma più alta di prevenzione”, ha confermato il sindaco di Osnago, Felice Rocca.
Ma cosa significa questo per un amministratore?
“Compito dell’amministrazione è mettere la comunità in grado di relazionarsi. Un paese che vive, si incontra, dialoga è una comunità che si relaziona. Questo compito lo portiamo avanti in tanti modi, innanzitutto creando luoghi fisici di aggregazione, come la biblioteca e le associazioni sportive, facendoli vivere e qualificandoli. Provo molto sconforto quando vedo gli adolescenti che stanno in un parchetto ma ciascuno guarda il proprio cellulare. In questa società non è possibile rinunciare al digitale, ma occorre bilanciare. E fare rete tra istituzioni per focalizzarsi sui nuovi bisogni”.

La moderatrice Stefania La Rocca, dell’associazione Il Pellicano, ha quindi passato la parola al parroco, don Alessandro Fusetti.
“Nella dipendenza c’è una radice buona, ma perché non diventi tossica è necessario smarcarsi da un debito che abbiamo. La società della prestazione dice che dobbiamo essere sempre adeguati, sempre al top. E quando non ce la facciamo cerchiamo qualcosa che ci risolva il debito. La relazione sana è quella che non ci rinfaccia il debito”.
A questo proposito don Alessandro, portando esempi di vita vissuta, ha sottolineato come anche i genitori spesso ricattino i propri figli rinfacciando i sacrifici che hanno fatto per loro.
Citando poi un passaggio del Padre Nostro (“Rimetti a noi i nostri debiti”) ha spiegato che questo significa “mi permetto di chiedere a Dio di non rinfacciare il debito, di lasciarmi libero”. Perché “se mi lasci libero, cresco”.

Ma cosa significa lasciare libero?
“Lasciare la libertà di essere quello che si è, non essere considerati come un elemento del proprio ambito vitale”.
Don Alessandro ha infine sollecitato ad avere attenzione per la propria vita interiore, per la propria anima.
“C’è una bellissima tradizione islamica che dice che l’anima è l’inizio della sensazione e del movimento”.
Alla vicepreside dell’Istituto comprensivo, Carla Valagussa, è poi toccato parlare di come queste tematiche tocchino anche la scuola.
“Anche nella scuola vediamo la pressione di cui si è parlato, che viene esercitata fin da quando i bambini sono piccoli”, ha dichiarato l’insegnante.
Ma la scuola può anche essere un ambito in cui intervenire in modo positivo, per esempio con la “valutazione formativa”.

Valutare è giusto perché la frustrazione fa parte della vita e bisogna imparare ad accettarla. Ma la “valutazione formativa” è quella che “aiuta il bambino a riflettere sul percorso. Riconoscendo i propri punti di forza e di debolezza si rafforza l’autostima”.
Inoltre “la scuola è uno dei luoghi in cui si può dire ‘non lo so, ora’, ridando valore al tempo che invece il digitale comprime. La ‘pedagogia dell’errore’ è esporsi alla possibilità di sbagliare senza temere di essere giudicati”.
Spesso i genitori chiedono se ci sono campanelli d’allarme che facciano capire quando i propri figli stanno davvero male.
E l’insegnante non si è sottratta a questa richiesta elencandone alcuni: cali improvvisi di rendimento scolastico, scarsa concentrazione, sonnolenza o colpi di sonno improvvisi che significano che il ragazzo è stato sveglio di notte davanti a uno schermo.
Un invito a non demonizzare il digitale è venuto da Canzio Dusi del Centro culturale Lazzati.
“Il problema non è il digitale in sé ma se il digitale diventa pervasivo. Spesso noi adulti pensiamo che un ragazzo davanti allo schermo stia solo perdendo tempo, ma loro con pc e smartphone in realtà fanno molte cose, per esempio si informano. Bisogna passare dal controllo alla consapevolezza, insegnare a usare questi strumenti in modo consapevole”.

Dusi ha anche sottolineato l’importanza del volontariato.
“La forza del volontariato è la prossimità, riesce a creare relazioni più libere. Inoltre ti costringe a essere protagonista, mentre a volte davanti allo schermo si è passivi. Importante è creare spazi in cui i giovani possano sentirsi ascoltati, competenti, necessari. Organizzare iniziative non ‘per’ i giovani, ma ‘con’ i giovani”.

Infine Francesca Caglio ha illustrato un’iniziativa dei genitori dell’Istituto comprensivo che si colloca all’interno di un movimento nazionale.
Si tratta dei “Patti digitali”, cioè una modalità attraverso cui i genitori si uniscono per rispondere a una sfida complessa condividendo principi, idee e regole per gestire l’accesso alle tecnologie da parte di bambini e ragazzi.
“I genitori non devono delegare totalmente alla scuola, ma interrogarsi e provare loro stessi a capire”, ha detto Caglio. “Nell’accesso alle tecnologie occorre una gradualità rispettosa dei tempi di crescita e inoltre è importante condividere spazi e tempi alternativi”.
Dal 30 ottobre verrà proposto a tutti i genitori del Comprensivo la sottoscrizione dei “Patti”.

“Un’idea piccola, ma concreta”, così l’ha definita la rappresentante.
In chiusura dell’incontro, che ha visto anche diversi interventi da parte del pubblico, la moderatrice ha sollecitato a seguire il prosieguo dell’iniziativa sul sito dell’associazione Il Pellicano (www.ilpellicanoodv.org).
Così ha esordito la psicologa Antonia Ottaiano in apertura della serata con tema “Di chi sono i nostri figli? Riflettere insieme sulle nuove dipendenze e il ruolo della comunità” organizzata mercoledì sera presso la sala don Sironi di Osnago nell’ambito del progetto Trame- Comunità connessa.

“In questi ultimi anni ci sono stati enormi cambiamenti a livello culturale e sociale, le persone si stanno allontanando”, ha proseguito Ottaiano.
Secondo la professionista la causa principale sarebbe quella che ha definito “totalizzazione lavorativa”.
“Siamo talmente impegnati che ci dimentichiamo di esserci, di stare, di essere disponibili, perché non abbiamo tempo. La società ci chiede di essere veloci, performanti, di avere una soluzione per qualsiasi cosa”.
La psicologa ha anche sottolineato come le dipendenze caratterizzino tutti noi.
“Siamo dipendenti dai social, dal cellulare, dal bisogno di controllo. Chattiamo invece di telefonare, chiediamo ‘come stai’ e ci accontentiamo di risposte standard senza voler approfondire. Invece la relazione autentica presuppone che ci sia dia del tempo, ma non può essere un tempo predefinito e limitato. La relazione autentica è spontanea, è anche poter dire ‘oggi non sono disposta ad ascoltarti’”.
“Stare in relazione è la forma più alta di prevenzione”, ha confermato il sindaco di Osnago, Felice Rocca.
Ma cosa significa questo per un amministratore?
“Compito dell’amministrazione è mettere la comunità in grado di relazionarsi. Un paese che vive, si incontra, dialoga è una comunità che si relaziona. Questo compito lo portiamo avanti in tanti modi, innanzitutto creando luoghi fisici di aggregazione, come la biblioteca e le associazioni sportive, facendoli vivere e qualificandoli. Provo molto sconforto quando vedo gli adolescenti che stanno in un parchetto ma ciascuno guarda il proprio cellulare. In questa società non è possibile rinunciare al digitale, ma occorre bilanciare. E fare rete tra istituzioni per focalizzarsi sui nuovi bisogni”.

La moderatrice Stefania La Rocca, dell’associazione Il Pellicano, ha quindi passato la parola al parroco, don Alessandro Fusetti.
“Nella dipendenza c’è una radice buona, ma perché non diventi tossica è necessario smarcarsi da un debito che abbiamo. La società della prestazione dice che dobbiamo essere sempre adeguati, sempre al top. E quando non ce la facciamo cerchiamo qualcosa che ci risolva il debito. La relazione sana è quella che non ci rinfaccia il debito”.
A questo proposito don Alessandro, portando esempi di vita vissuta, ha sottolineato come anche i genitori spesso ricattino i propri figli rinfacciando i sacrifici che hanno fatto per loro.
Citando poi un passaggio del Padre Nostro (“Rimetti a noi i nostri debiti”) ha spiegato che questo significa “mi permetto di chiedere a Dio di non rinfacciare il debito, di lasciarmi libero”. Perché “se mi lasci libero, cresco”.

Ma cosa significa lasciare libero?
“Lasciare la libertà di essere quello che si è, non essere considerati come un elemento del proprio ambito vitale”.
Don Alessandro ha infine sollecitato ad avere attenzione per la propria vita interiore, per la propria anima.
“C’è una bellissima tradizione islamica che dice che l’anima è l’inizio della sensazione e del movimento”.
Alla vicepreside dell’Istituto comprensivo, Carla Valagussa, è poi toccato parlare di come queste tematiche tocchino anche la scuola.
“Anche nella scuola vediamo la pressione di cui si è parlato, che viene esercitata fin da quando i bambini sono piccoli”, ha dichiarato l’insegnante.
Ma la scuola può anche essere un ambito in cui intervenire in modo positivo, per esempio con la “valutazione formativa”.

Valutare è giusto perché la frustrazione fa parte della vita e bisogna imparare ad accettarla. Ma la “valutazione formativa” è quella che “aiuta il bambino a riflettere sul percorso. Riconoscendo i propri punti di forza e di debolezza si rafforza l’autostima”.
Inoltre “la scuola è uno dei luoghi in cui si può dire ‘non lo so, ora’, ridando valore al tempo che invece il digitale comprime. La ‘pedagogia dell’errore’ è esporsi alla possibilità di sbagliare senza temere di essere giudicati”.
Spesso i genitori chiedono se ci sono campanelli d’allarme che facciano capire quando i propri figli stanno davvero male.
E l’insegnante non si è sottratta a questa richiesta elencandone alcuni: cali improvvisi di rendimento scolastico, scarsa concentrazione, sonnolenza o colpi di sonno improvvisi che significano che il ragazzo è stato sveglio di notte davanti a uno schermo.
Un invito a non demonizzare il digitale è venuto da Canzio Dusi del Centro culturale Lazzati.
“Il problema non è il digitale in sé ma se il digitale diventa pervasivo. Spesso noi adulti pensiamo che un ragazzo davanti allo schermo stia solo perdendo tempo, ma loro con pc e smartphone in realtà fanno molte cose, per esempio si informano. Bisogna passare dal controllo alla consapevolezza, insegnare a usare questi strumenti in modo consapevole”.

Dusi ha anche sottolineato l’importanza del volontariato.
“La forza del volontariato è la prossimità, riesce a creare relazioni più libere. Inoltre ti costringe a essere protagonista, mentre a volte davanti allo schermo si è passivi. Importante è creare spazi in cui i giovani possano sentirsi ascoltati, competenti, necessari. Organizzare iniziative non ‘per’ i giovani, ma ‘con’ i giovani”.

Infine Francesca Caglio ha illustrato un’iniziativa dei genitori dell’Istituto comprensivo che si colloca all’interno di un movimento nazionale.
Si tratta dei “Patti digitali”, cioè una modalità attraverso cui i genitori si uniscono per rispondere a una sfida complessa condividendo principi, idee e regole per gestire l’accesso alle tecnologie da parte di bambini e ragazzi.
“I genitori non devono delegare totalmente alla scuola, ma interrogarsi e provare loro stessi a capire”, ha detto Caglio. “Nell’accesso alle tecnologie occorre una gradualità rispettosa dei tempi di crescita e inoltre è importante condividere spazi e tempi alternativi”.
Dal 30 ottobre verrà proposto a tutti i genitori del Comprensivo la sottoscrizione dei “Patti”.

“Un’idea piccola, ma concreta”, così l’ha definita la rappresentante.
In chiusura dell’incontro, che ha visto anche diversi interventi da parte del pubblico, la moderatrice ha sollecitato a seguire il prosieguo dell’iniziativa sul sito dell’associazione Il Pellicano (www.ilpellicanoodv.org).
A.Vi.
























