Church Pocket/127. Salus animarum: a cosa serve davvero il governo della Chiesa?
Per diverse settimane abbiamo discusso di chi possa governare la Chiesa. Vescovi, sacerdoti, religiose, laici. Abbiamo parlato di sacerdozio comune e ministeriale, di successione apostolica, di potestà di governo, di corresponsabilità e persino del rischio di clericalizzare i laici proprio mentre diciamo di volerli valorizzare. Ma arrivati alla fine di questo percorso mi sono accorto che manca la domanda più semplice. E probabilmente anche la più importante: a cosa serve governare la Chiesa? La risposta si trova in un posto curioso: nelle ultime parole dell'ultimo canone del Codice di Diritto Canonico. Dopo 1752 canoni, dopo aver regolato sacramenti, uffici, potestà, processi, beni, sanzioni, parrocchie, diocesi e trasferimenti dei parroci, il legislatore lascia una specie di avvertimento finale: bisogna avere davanti agli occhi «la salvezza delle anime, che deve sempre essere nella Chiesa la legge suprema».
Non è una bella frase aggiunta alla fine del Codice per rendere un po’ più spirituale un libro di norme. È il criterio, la chiave ermeneutica, con il quale dovrebbe essere letto tutto ciò che viene prima. Il diritto ecclesiale non trova il proprio fine nel diritto stesso. La Chiesa non possiede tribunali per avere tribunali, uffici per avere uffici, gerarchie per conservare gerarchie. Persino la potestà ecclesiastica non trova in sé stessa la propria ragione. Esiste per una missione. E qui torniamo inevitabilmente a quel versetto di Matteo che ha accompagnato diversi articoli di questa rubrica: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli» (Mt 28,19). Prima degli organigrammi ecclesiastici c'è un mandato. Cristo affida agli Apostoli una missione che deve continuare nella storia. La struttura apostolica della Chiesa serve precisamente a questo: annunciare, santificare e guidare il Popolo di Dio verso la salvezza. Lo ha ricordato recentemente anche Leone XIV, tornando sulla costituzione gerarchica della Chiesa descritta da Lumen gentium: la gerarchia non è semplicemente una costruzione organizzativa escogitata per amministrare una grande comunità religiosa, ma è legata alla continuazione della missione affidata da Cristo agli Apostoli. In questa prospettiva si comprendono anche i tre munera, cioè i tre compiti fondamentali attraverso i quali la Chiesa descrive la partecipazione alla missione di Cristo: insegnare (munus docendi), santificare (munus sanctificandi) e governare (munus regendi). Non sono tre “poteri” indipendenti, ma dimensioni della stessa missione ecclesiale. Il pastore annuncia e custodisce la fede, celebra i sacramenti e guida il Popolo di Dio. E anche il governo, dunque, non trova il proprio fine nell’esercizio dell’autorità: è ordinato, insieme all’insegnamento e alla santificazione, al bene spirituale dei fedeli e alla loro salvezza. Questa prospettiva permette forse di uscire anche da una contrapposizione che sta diventando abbastanza sterile. Più potere ai preti o più potere ai laici? Posta così, la domanda rischia di essere già sbagliata.

Se il governo della Chiesa viene pensato anzitutto come uno spazio di potere da occupare, possiamo discutere all'infinito su chi debba occuparlo. Possiamo rivendicare maggiore spazio per i laici, difendere le prerogative del ministero ordinato, discutere della presenza delle donne negli organismi di governo, delle competenze dei vescovi, del ruolo delle conferenze episcopali o dell'accentramento romano. Sono questioni teologiche e canoniche reali, alcune delle quali ho affrontato anche duramente in questa rubrica. Ma nessuna risponde ancora alla domanda principale. Per quale motivo qualcuno riceve autorità nella Chiesa? Lumen gentium 27 risponde parlando proprio dei vescovi. Essi possiedono una vera potestà: governano, possono dare leggi, giudicare e regolare ciò che riguarda il culto e l'apostolato. Il Concilio non annacqua affatto l'autorità episcopale. Ma nello stesso paragrafo ne stabilisce immediatamente il criterio: quella potestà deve essere utilizzata «per edificare il proprio gregge nella verità e nella santità». E al vescovo viene indicato come modello il Buon Pastore, venuto «non per essere servito ma per servire» e per dare la vita per le pecore. Quindi il potere nella Chiesa esiste. Fingere che non esista sarebbe ingenuo e anche poco cattolico. Esistono persone che decidono, legiferano, giudicano, nominano, correggono e governano. La questione cristiana non consiste nell'eliminare l'autorità, ma nel comprenderne origine, natura e fine. Ed è qui che la collocazione di questo articolo mi sembra particolarmente felice.
Domani, 14 settembre, la Chiesa celebra l'Esaltazione della Santa Croce. E forse non esiste giorno migliore per chiedersi cosa significhi davvero esercitare autorità nella Chiesa. Perché il cristianesimo possiede un'immagine del potere piuttosto imbarazzante per qualsiasi concezione mondana del potere: un uomo inchiodato a una croce. Non un trono. Una croce. Eppure Giovanni utilizza proprio per la Croce il linguaggio dell'innalzamento. «Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12,32). Nel quarto Vangelo l'innalzamento di Cristo contiene volutamente questo paradosso: ciò che agli occhi del mondo è umiliazione diventa manifestazione della sua gloria. La regalità di Cristo si rivela nel momento in cui egli dona sé stesso. Questo impedisce di trasformare il servizio in uno slogan innocuo. Dire che nella Chiesa «governare significa servire» non vuol dire che nessuno debba più comandare, decidere o correggere. Cristo stesso esercita autorità. Il problema è per chi e per che cosa quella autorità viene esercitata. La Croce dà una risposta radicale: per l'altro, fino al dono di sé.

Ed è proprio qui che la salus animarum smette di sembrare un'espressione da manuale di diritto canonico. La salvezza delle anime significa che davanti a ogni decisione ecclesiale dovrebbe esserci una persona concreta. Quella che deve incontrare Cristo. Quella che deve ricevere il Vangelo. Quella che deve poter accedere ai sacramenti. Quella che deve essere accompagnata quando sbaglia, corretta quando necessario, custodita quando è fragile e ricondotta all'unità quando si allontana. Persino il diritto canonico acquista senso dentro questa logica. Non è l'antagonista della misericordia, come a volte viene rappresentato. Una norma può proteggere un sacramento, garantire un diritto, impedire un abuso, correggere un comportamento che ferisce la comunità. Francesco, promulgando la riforma del Libro VI del Codice, ricordava proprio che le norme ecclesiali tutelano l'unità del Popolo di Dio e sono legate alla preoccupazione della Chiesa per la salvezza delle anime. Questo vale anche quando la decisione è scomoda. La salus animarum non significa fare sempre ciò che piace alle persone. Un padre non serve un figlio concedendogli qualsiasi cosa; un pastore non custodisce il gregge lasciandolo andare ovunque. Talvolta governare significa dire di no. Talvolta significa correggere. Talvolta significa applicare una norma. Altre volte significa comprendere che applicarla meccanicamente tradirebbe proprio il bene che quella norma dovrebbe tutelare. È qui che governare diventa realmente un compito pastorale e non semplicemente amministrativo.
E forse possiamo rileggere così anche tutte le domande che ci siamo posti nelle settimane precedenti. Chi deve governare? Quale rapporto esiste tra Ordine e giurisdizione? Quali responsabilità possono essere affidate ai laici? Qual è il posto proprio dei pastori? Sono domande che rimangono e alle quali non basta rispondere pronunciando salus animarum come una formula magica. La costituzione sacramentale della Chiesa non diventa irrilevante solo perché il fine è la salvezza. Ma il fine impedisce che il mezzo diventi assoluto. Un vescovo non riceve una Chiesa perché possa esercitare potere su di essa. Gli viene affidato un popolo del quale dovrà rendere conto. Lumen gentium arriva a dire che deve avere cura dei fedeli attraverso la preghiera, la predicazione e la carità, senza dimenticare neppure coloro che ancora non appartengono all'unico gregge. Questa è una concezione molto esigente del governo. Perché significa che il successo di un pastore non si misura semplicemente dall'efficienza della Curia, dai bilanci in ordine, dalla quantità di documenti prodotti o dalla capacità di mantenere tranquilla una diocesi. La domanda è un'altra: quel governo ha condotto qualcuno più vicino a Cristo? E la stessa domanda vale, nelle forme proprie di ciascuno, per ogni struttura ecclesiastica. Una parrocchia perfettamente organizzata che non evangelizza ha mancato qualcosa. Una Curia efficiente che dimentica le persone ha mancato qualcosa. Una norma applicata senza cercare il bene per il quale esiste ha mancato qualcosa. Persino una discussione teologicamente impeccabile sul potere ecclesiastico rischia di diventare sterile se dimentica perché quel potere esiste. Alla fine di questo percorso, quindi, non credo che la risposta sia «più potere ai preti». E neppure «più potere ai laici». La risposta cattolica è più scomoda: il potere non è il fine. E alla vigilia dell'Esaltazione della Santa Croce possiamo permetterci persino di guardare dove conduce questa logica quando viene vissuta fino in fondo. Cristo esercita la propria signoria dall'alto della Croce. Il Pastore salva consegnando sé stesso. Colui che chiama gli Apostoli a guidare la Chiesa è lo stesso che si inginocchia davanti a loro per lavargli i piedi e poi sale sul Calvario. Forse, dopo tante discussioni su chi debba governare la Chiesa, era necessario arrivare proprio qui. Non basta domandarsi chi abbia il potere. Bisogna chiedersi a cosa serva quel potere. Il Codice di Diritto Canonico risponde con le sue ultime parole: salus animarum. Il Vangelo, il giorno dopo, ce ne mostra il prezzo: la Croce. Perché nella Chiesa nessuno dovrebbe governare per occupare un posto. Si governa perché qualcuno incontri Cristo, viva di Cristo e giunga a Cristo. Tutto il resto, persino il potere ecclesiastico, è soltanto un mezzo.
Salus animarum suprema lex.
Non è una bella frase aggiunta alla fine del Codice per rendere un po’ più spirituale un libro di norme. È il criterio, la chiave ermeneutica, con il quale dovrebbe essere letto tutto ciò che viene prima. Il diritto ecclesiale non trova il proprio fine nel diritto stesso. La Chiesa non possiede tribunali per avere tribunali, uffici per avere uffici, gerarchie per conservare gerarchie. Persino la potestà ecclesiastica non trova in sé stessa la propria ragione. Esiste per una missione. E qui torniamo inevitabilmente a quel versetto di Matteo che ha accompagnato diversi articoli di questa rubrica: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli» (Mt 28,19). Prima degli organigrammi ecclesiastici c'è un mandato. Cristo affida agli Apostoli una missione che deve continuare nella storia. La struttura apostolica della Chiesa serve precisamente a questo: annunciare, santificare e guidare il Popolo di Dio verso la salvezza. Lo ha ricordato recentemente anche Leone XIV, tornando sulla costituzione gerarchica della Chiesa descritta da Lumen gentium: la gerarchia non è semplicemente una costruzione organizzativa escogitata per amministrare una grande comunità religiosa, ma è legata alla continuazione della missione affidata da Cristo agli Apostoli. In questa prospettiva si comprendono anche i tre munera, cioè i tre compiti fondamentali attraverso i quali la Chiesa descrive la partecipazione alla missione di Cristo: insegnare (munus docendi), santificare (munus sanctificandi) e governare (munus regendi). Non sono tre “poteri” indipendenti, ma dimensioni della stessa missione ecclesiale. Il pastore annuncia e custodisce la fede, celebra i sacramenti e guida il Popolo di Dio. E anche il governo, dunque, non trova il proprio fine nell’esercizio dell’autorità: è ordinato, insieme all’insegnamento e alla santificazione, al bene spirituale dei fedeli e alla loro salvezza. Questa prospettiva permette forse di uscire anche da una contrapposizione che sta diventando abbastanza sterile. Più potere ai preti o più potere ai laici? Posta così, la domanda rischia di essere già sbagliata.

Se il governo della Chiesa viene pensato anzitutto come uno spazio di potere da occupare, possiamo discutere all'infinito su chi debba occuparlo. Possiamo rivendicare maggiore spazio per i laici, difendere le prerogative del ministero ordinato, discutere della presenza delle donne negli organismi di governo, delle competenze dei vescovi, del ruolo delle conferenze episcopali o dell'accentramento romano. Sono questioni teologiche e canoniche reali, alcune delle quali ho affrontato anche duramente in questa rubrica. Ma nessuna risponde ancora alla domanda principale. Per quale motivo qualcuno riceve autorità nella Chiesa? Lumen gentium 27 risponde parlando proprio dei vescovi. Essi possiedono una vera potestà: governano, possono dare leggi, giudicare e regolare ciò che riguarda il culto e l'apostolato. Il Concilio non annacqua affatto l'autorità episcopale. Ma nello stesso paragrafo ne stabilisce immediatamente il criterio: quella potestà deve essere utilizzata «per edificare il proprio gregge nella verità e nella santità». E al vescovo viene indicato come modello il Buon Pastore, venuto «non per essere servito ma per servire» e per dare la vita per le pecore. Quindi il potere nella Chiesa esiste. Fingere che non esista sarebbe ingenuo e anche poco cattolico. Esistono persone che decidono, legiferano, giudicano, nominano, correggono e governano. La questione cristiana non consiste nell'eliminare l'autorità, ma nel comprenderne origine, natura e fine. Ed è qui che la collocazione di questo articolo mi sembra particolarmente felice.
Domani, 14 settembre, la Chiesa celebra l'Esaltazione della Santa Croce. E forse non esiste giorno migliore per chiedersi cosa significhi davvero esercitare autorità nella Chiesa. Perché il cristianesimo possiede un'immagine del potere piuttosto imbarazzante per qualsiasi concezione mondana del potere: un uomo inchiodato a una croce. Non un trono. Una croce. Eppure Giovanni utilizza proprio per la Croce il linguaggio dell'innalzamento. «Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12,32). Nel quarto Vangelo l'innalzamento di Cristo contiene volutamente questo paradosso: ciò che agli occhi del mondo è umiliazione diventa manifestazione della sua gloria. La regalità di Cristo si rivela nel momento in cui egli dona sé stesso. Questo impedisce di trasformare il servizio in uno slogan innocuo. Dire che nella Chiesa «governare significa servire» non vuol dire che nessuno debba più comandare, decidere o correggere. Cristo stesso esercita autorità. Il problema è per chi e per che cosa quella autorità viene esercitata. La Croce dà una risposta radicale: per l'altro, fino al dono di sé.

Ed è proprio qui che la salus animarum smette di sembrare un'espressione da manuale di diritto canonico. La salvezza delle anime significa che davanti a ogni decisione ecclesiale dovrebbe esserci una persona concreta. Quella che deve incontrare Cristo. Quella che deve ricevere il Vangelo. Quella che deve poter accedere ai sacramenti. Quella che deve essere accompagnata quando sbaglia, corretta quando necessario, custodita quando è fragile e ricondotta all'unità quando si allontana. Persino il diritto canonico acquista senso dentro questa logica. Non è l'antagonista della misericordia, come a volte viene rappresentato. Una norma può proteggere un sacramento, garantire un diritto, impedire un abuso, correggere un comportamento che ferisce la comunità. Francesco, promulgando la riforma del Libro VI del Codice, ricordava proprio che le norme ecclesiali tutelano l'unità del Popolo di Dio e sono legate alla preoccupazione della Chiesa per la salvezza delle anime. Questo vale anche quando la decisione è scomoda. La salus animarum non significa fare sempre ciò che piace alle persone. Un padre non serve un figlio concedendogli qualsiasi cosa; un pastore non custodisce il gregge lasciandolo andare ovunque. Talvolta governare significa dire di no. Talvolta significa correggere. Talvolta significa applicare una norma. Altre volte significa comprendere che applicarla meccanicamente tradirebbe proprio il bene che quella norma dovrebbe tutelare. È qui che governare diventa realmente un compito pastorale e non semplicemente amministrativo.
E forse possiamo rileggere così anche tutte le domande che ci siamo posti nelle settimane precedenti. Chi deve governare? Quale rapporto esiste tra Ordine e giurisdizione? Quali responsabilità possono essere affidate ai laici? Qual è il posto proprio dei pastori? Sono domande che rimangono e alle quali non basta rispondere pronunciando salus animarum come una formula magica. La costituzione sacramentale della Chiesa non diventa irrilevante solo perché il fine è la salvezza. Ma il fine impedisce che il mezzo diventi assoluto. Un vescovo non riceve una Chiesa perché possa esercitare potere su di essa. Gli viene affidato un popolo del quale dovrà rendere conto. Lumen gentium arriva a dire che deve avere cura dei fedeli attraverso la preghiera, la predicazione e la carità, senza dimenticare neppure coloro che ancora non appartengono all'unico gregge. Questa è una concezione molto esigente del governo. Perché significa che il successo di un pastore non si misura semplicemente dall'efficienza della Curia, dai bilanci in ordine, dalla quantità di documenti prodotti o dalla capacità di mantenere tranquilla una diocesi. La domanda è un'altra: quel governo ha condotto qualcuno più vicino a Cristo? E la stessa domanda vale, nelle forme proprie di ciascuno, per ogni struttura ecclesiastica. Una parrocchia perfettamente organizzata che non evangelizza ha mancato qualcosa. Una Curia efficiente che dimentica le persone ha mancato qualcosa. Una norma applicata senza cercare il bene per il quale esiste ha mancato qualcosa. Persino una discussione teologicamente impeccabile sul potere ecclesiastico rischia di diventare sterile se dimentica perché quel potere esiste. Alla fine di questo percorso, quindi, non credo che la risposta sia «più potere ai preti». E neppure «più potere ai laici». La risposta cattolica è più scomoda: il potere non è il fine. E alla vigilia dell'Esaltazione della Santa Croce possiamo permetterci persino di guardare dove conduce questa logica quando viene vissuta fino in fondo. Cristo esercita la propria signoria dall'alto della Croce. Il Pastore salva consegnando sé stesso. Colui che chiama gli Apostoli a guidare la Chiesa è lo stesso che si inginocchia davanti a loro per lavargli i piedi e poi sale sul Calvario. Forse, dopo tante discussioni su chi debba governare la Chiesa, era necessario arrivare proprio qui. Non basta domandarsi chi abbia il potere. Bisogna chiedersi a cosa serva quel potere. Il Codice di Diritto Canonico risponde con le sue ultime parole: salus animarum. Il Vangelo, il giorno dopo, ce ne mostra il prezzo: la Croce. Perché nella Chiesa nessuno dovrebbe governare per occupare un posto. Si governa perché qualcuno incontri Cristo, viva di Cristo e giunga a Cristo. Tutto il resto, persino il potere ecclesiastico, è soltanto un mezzo.
Rubrica a cura di Pietro Santoro

























