Salvioni è bravo, non nega il problema, semplicemente cambia la conversazione
Cortese direttore,
bisogna riconoscerlo: Mattia Salvioni è davvero bravo. La sua replica sull'asilo di Viale Verdi è ben scritta, ordinata, piena di parole rassicuranti (potremmo dire supercazzole), learning by doing, DADA, ambienti flessibili e modulari, 200.000 euro di investimento, arredi rinnovati dentro e fuori. Un testo che un genitore legge e pensa: wow che bella scuola!!! C'è solo un piccolo dettaglio: non è quello il tema. Lei aveva sollevato una questione precisa e, va detto, scomoda: su 62 bambini iscritti solo 8 sono italiani. Un dato numerico, verificabile, che poneva un problema di equilibrio nella composizione della scuola e, di riflesso, nella distribuzione delle iscrizioni tra i plessi cittadini. Si può discutere del linguaggio usato ("ghetto al contrario" è un'espressione forte), ma il nodo di fondo resta quel rapporto: uno a otto. E qui arriva il capolavoro retorico. Salvioni non risponde sui numeri. Sposta. Prende una domanda sulla composizione sociale della scuola e la trasforma in una vetrina sul metodo didattico. Alla domanda "perché c'è questo squilibrio e cosa si intende fare" risponde parlando di pedagogia esperienziale e di quanto sono belli i nuovi giochi in giardino. È una tecnica classica: non neghi il problema, semplicemente cambi la conversazione, e lo fai con tale eleganza che sembra tu abbia risposto. Ma i nuovi arredi non modificano il rapporto uno a otto. La flessibilità modulare degli spazi non riequilibra la composizione delle iscrizioni. Il learning by doing è una cosa ottima; non è però la risposta alla preoccupazione che era stata posta. Come ha osservato con ironia la stessa redazione, a superare differenze linguistiche, culturali e di provenienza non possono essere i giochi in giardino. Su un punto, peraltro, Salvioni ha ragione da vendere: il Comune non può decidere dove i genitori iscrivono i figli, e non può "distribuire" i bambini con lo scalpello. Vero, sacrosanto. Ma questo rafforza, non indebolisce, la domanda originaria: se lo strumento coercitivo non esiste (e giustamente non deve esistere), allora come si intende affrontare, concretamente, uno squilibrio così marcato? "Rendiamo la scuola più bella così si riequilibra da sola" è una scommessa, non un piano. E per ora resta appesa. C'è poi un rovesciamento sottile che merita attenzione. La replica lascia intendere che sia stato parlarne, a creare il problema (l'allarmismo, i timori delle famiglie, il meccanismo che si autoalimenta). È comodo: il problema non è il dato, è chi lo racconta. Ma un giornale che pubblica un numero reale non genera lo squilibrio, lo fotografa. Confondere il termometro con la febbre è un altro modo, molto elegante, di non parlare della febbre. C'è poi il cuore della questione, quello che nessuna riorganizzazione degli spazi affronta. Integrazione, se la parola ha un senso, vuol dire una cosa precisa: chi arriva deve imparare la lingua italiana e conoscere il modello culturale del Paese che lo accoglie. Non è un optional, è la precondizione di tutto il resto: senza l'italiano non c'è apprendimento, non c'è relazione tra i bambini, non c'è quella "crescita autonoma" che la replica cita a ogni riga. Sarebbe quindi auspicabile che l'investimento più importante, prima ancora che negli arredi, fosse in questo: percorsi seri di alfabetizzazione linguistica e di conoscenza della cultura italiana per i 54 bambini che oggi la scuola accoglie. È lì che si misura un progetto di integrazione, non nel colore dei mobili nuovi. Perché integrazione non significa che sia il contesto a doversi adattare fino a diluire la propria identità: le tradizioni e i riferimenti culturali del luogo che accoglie non sono un ostacolo da smussare per non "offendere" nessuno, ma parte di ciò che i bambini, tutti, sono lì per conoscere. Una scuola che rinuncia a trasmetterli in nome di una malintesa delicatezza non fa integrazione: fa il vuoto, e lo fa a danno proprio di chi avrebbe più bisogno di punti di riferimento chiari. Nessuno mette in dubbio che 200.000 euro su un plesso trascurato per anni siano una buona notizia, né che l'integrazione vera si costruisca con scuole belle e qualificate. Ci mancherebbe. Ma "integrazione" presuppone, per definizione, che ci siano culture diverse da integrare tra loro: e un solo italiano ogni otto bambini è precisamente la condizione in cui l'integrazione diventa più difficile, non più facile. Ignorare questo significa usare la parola giusta per aggirare il problema che quella parola dovrebbe descrivere. In sintesi: risposta brillante, davvero. Alla domanda sbagliata. La redazione chiedeva conto di uno squilibrio. Salvioni ha risposto con un dépliant della nuova offerta formativa. Restiamo in attesa (magari dopo l'inaugurazione dei nuovi spazi, volentieri) di una risposta alla domanda che era stata effettivamente posta: quegli otto su sessantadue, cosa dicono, e cosa si intende farne?
bisogna riconoscerlo: Mattia Salvioni è davvero bravo. La sua replica sull'asilo di Viale Verdi è ben scritta, ordinata, piena di parole rassicuranti (potremmo dire supercazzole), learning by doing, DADA, ambienti flessibili e modulari, 200.000 euro di investimento, arredi rinnovati dentro e fuori. Un testo che un genitore legge e pensa: wow che bella scuola!!! C'è solo un piccolo dettaglio: non è quello il tema. Lei aveva sollevato una questione precisa e, va detto, scomoda: su 62 bambini iscritti solo 8 sono italiani. Un dato numerico, verificabile, che poneva un problema di equilibrio nella composizione della scuola e, di riflesso, nella distribuzione delle iscrizioni tra i plessi cittadini. Si può discutere del linguaggio usato ("ghetto al contrario" è un'espressione forte), ma il nodo di fondo resta quel rapporto: uno a otto. E qui arriva il capolavoro retorico. Salvioni non risponde sui numeri. Sposta. Prende una domanda sulla composizione sociale della scuola e la trasforma in una vetrina sul metodo didattico. Alla domanda "perché c'è questo squilibrio e cosa si intende fare" risponde parlando di pedagogia esperienziale e di quanto sono belli i nuovi giochi in giardino. È una tecnica classica: non neghi il problema, semplicemente cambi la conversazione, e lo fai con tale eleganza che sembra tu abbia risposto. Ma i nuovi arredi non modificano il rapporto uno a otto. La flessibilità modulare degli spazi non riequilibra la composizione delle iscrizioni. Il learning by doing è una cosa ottima; non è però la risposta alla preoccupazione che era stata posta. Come ha osservato con ironia la stessa redazione, a superare differenze linguistiche, culturali e di provenienza non possono essere i giochi in giardino. Su un punto, peraltro, Salvioni ha ragione da vendere: il Comune non può decidere dove i genitori iscrivono i figli, e non può "distribuire" i bambini con lo scalpello. Vero, sacrosanto. Ma questo rafforza, non indebolisce, la domanda originaria: se lo strumento coercitivo non esiste (e giustamente non deve esistere), allora come si intende affrontare, concretamente, uno squilibrio così marcato? "Rendiamo la scuola più bella così si riequilibra da sola" è una scommessa, non un piano. E per ora resta appesa. C'è poi un rovesciamento sottile che merita attenzione. La replica lascia intendere che sia stato parlarne, a creare il problema (l'allarmismo, i timori delle famiglie, il meccanismo che si autoalimenta). È comodo: il problema non è il dato, è chi lo racconta. Ma un giornale che pubblica un numero reale non genera lo squilibrio, lo fotografa. Confondere il termometro con la febbre è un altro modo, molto elegante, di non parlare della febbre. C'è poi il cuore della questione, quello che nessuna riorganizzazione degli spazi affronta. Integrazione, se la parola ha un senso, vuol dire una cosa precisa: chi arriva deve imparare la lingua italiana e conoscere il modello culturale del Paese che lo accoglie. Non è un optional, è la precondizione di tutto il resto: senza l'italiano non c'è apprendimento, non c'è relazione tra i bambini, non c'è quella "crescita autonoma" che la replica cita a ogni riga. Sarebbe quindi auspicabile che l'investimento più importante, prima ancora che negli arredi, fosse in questo: percorsi seri di alfabetizzazione linguistica e di conoscenza della cultura italiana per i 54 bambini che oggi la scuola accoglie. È lì che si misura un progetto di integrazione, non nel colore dei mobili nuovi. Perché integrazione non significa che sia il contesto a doversi adattare fino a diluire la propria identità: le tradizioni e i riferimenti culturali del luogo che accoglie non sono un ostacolo da smussare per non "offendere" nessuno, ma parte di ciò che i bambini, tutti, sono lì per conoscere. Una scuola che rinuncia a trasmetterli in nome di una malintesa delicatezza non fa integrazione: fa il vuoto, e lo fa a danno proprio di chi avrebbe più bisogno di punti di riferimento chiari. Nessuno mette in dubbio che 200.000 euro su un plesso trascurato per anni siano una buona notizia, né che l'integrazione vera si costruisca con scuole belle e qualificate. Ci mancherebbe. Ma "integrazione" presuppone, per definizione, che ci siano culture diverse da integrare tra loro: e un solo italiano ogni otto bambini è precisamente la condizione in cui l'integrazione diventa più difficile, non più facile. Ignorare questo significa usare la parola giusta per aggirare il problema che quella parola dovrebbe descrivere. In sintesi: risposta brillante, davvero. Alla domanda sbagliata. La redazione chiedeva conto di uno squilibrio. Salvioni ha risposto con un dépliant della nuova offerta formativa. Restiamo in attesa (magari dopo l'inaugurazione dei nuovi spazi, volentieri) di una risposta alla domanda che era stata effettivamente posta: quegli otto su sessantadue, cosa dicono, e cosa si intende farne?
Meratese
























